Séamus Heaney

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Séamus Heaney (1939 − 2013), poeta irlandese.

Citazioni di Séamus Heaney[modifica]

  • Come se fosse stato versato | nel catrame, giace | su un guanciale di torba | e sembra piangere || Il fiume nero di se stesso. [...] || Chi può dire "cadavere" | al suo vivido stampo? | E chi può dire "corpo" | al suo opaco riposo? || E i suoi capelli arrugginiti, | un pelo improbabile | come quello di un feto. | Dapprima vidi il suo volto contorto || in una fotografia, | testa e spalla | emergenti dal fango, | un neonato ferito dal forcipe. || Ma adesso riposa completo | nella mia mente, | giù fino al corno rosso | delle unghie, || sospeso alle incrostazioni | con bellezza e atrocità: | insieme al "Gallo morente", | troppo aggrappato || al suo scudo, | insieme al peso reale | di ogni vittima incappucciata, | squarciata e scaricata. (da L'Uomo di Grauballe, in Scavando. Poesie scelte (1866-1990), a cura di Franco Buffoni, Fondazione Piazzolla, Roma, 1991, pp. 70-71.)
  • Giacevo in attesa | tra la superficie di torba e le mura | del regno, tra strati di erica | e pietre aguzze taglienti. || Il mio corpo era leggibile | dalle influenze striscianti: | mi brancolava sul capo il sole dell'alba | e si raffreddava ai miei piedi. || Attraverso le vesti e la pelle | mi digeriva | la linfa dell'inverno, | e le radici illetterate || ponderavano e morivano | nelle cavità | dello stomaco e degli occhi. | Giacevo in attesa || sul fondo ghiaioso, | col cervello che si oscurava, | un vasetto di micelio | fermentante sottoterra || sogni di ambra baltica. | Resti di bacche sotto le unghie, | il groppo vitale che si riduce | nel cavo del ventre. || Si corrose il mio diadema | e le gemme caddero | nel banco di torba galleggiante | come le connessioni della storia. (da La Regina della palude, North; in Scavando, pp. 63-64)
  • Il poeta Orfeo canta alle creature e le incanta, e tutti dicono oh!, non fanno altro che cadere in trance. Quello è un possibile tipo di scrittura, lo scrittore come incantatore. Ma non basta nel caso dello scrittore come abitante della realtà. Ecco perché Platone ce l'aveva con il poeta, a causa di questo «fattore incantesimo», perché la mente dell'ascoltatore s'addormentava, e lui passava sul pilota automatico come essere umano. Ora, l'artista nel pieno della sua forza, e la risposta all'arte pienamente viva, supera l'incantesimo e si volge verso quello che Yeats chiama la «desolazione della realtà». E qui c'è un altro Orfeo, non quello che tira la corda dell'arpa che addormenta tutti, ma un Orfeo che si confronta con i fatti della vita e della morte, che scende negli inferi, che sfida sempre la morte ma non riesce mai a sopraffarla, che non riesce mai a rendere la perfezione un tutto perfettamente coerente. (da Tra Nord e Sud: Deviazioni poetiche. Intervista con Richard Kearney[1])

Station Island[modifica]

  • Il granito è frastagliato, salato, punitivo || ed esigente. Venite a me, dice | tutti voi che faticate e siete oppressi, io | non vi consolerò. E aggiunge, Afferrate l'attimo. E, Potete prendermi o lasciarmi.[2]
  • Mi piace la modestia del peltro, una facile scelta | quando si tratta di metalli – simile alla lega | che piange al tocco di un ferro rovente; | addolorato e placido come una lucida corteccia d'ontano || riflessa nel coperchio nebuloso di uno stagno [...].[3]
  • Da riportare indietro là fino al tempio in un'alba | quando il mare stende le sue lontane messi solari verso il sud | ed io faccio una nuova offerta mattutina: | che io possa sfuggire il miasma del sangue versato, | frenare la lingua, temere l'hybris, temere il dio | fino a che egli parli con la mia bocca ormai sciolta. (Pietra di Delfi[4])
  • Scompiglio mattutino nell'ostello. Una pentola | appesa ad anelli forgiati. Fiocchi di fuliggine. Acqua scrosciante. | La porta aperta ad accogliere la luce del sole. | Un fumo di caminetto vagante e tramestio di piatti || mi richiamarono indietro fino a che vidi il boccale | fuori dalla mia portata sull'alto scaffale, quello | disegnato con fiordalisi, un rametto blu dopo l'altro | tutto attorno, calmo come una pietra miliare, || vecchio, smaltato e venato di crepe. Era lì fermo da anni | nella sua paziente lucentezza e turbolenza di atomi, | inoffensivo, lare dimenticato [...].[5]

Note[modifica]

  1. In Attraversamenti, con nuovi inediti e un'intervista al poeta, a cura di Anthony Oldcorn, postfazione di Jacopo Ricciardi, disegni di Enrico Della Torre, Libri Scheiwiller − PlayOn, Milano, 2005, pp. 81-82. ISBN 88-7644-467-X
  2. Da Scheggia di granito, p. 15.
  3. Da Peltro antico, p. 17.
  4. Pietra di Delfi, p. 21.
  5. Da Station Island, X, p. 101.

Bibliografia[modifica]

  • Séamus Heaney, Station Island, a cura di Gabriella Morisco, traduzioni di Gabriella Morisco e Anthony Oldcorn, Edizione CDE, Milano.

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