Sergio Quinzio

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Sergio Quinzio (1927 – 1996), saggista e teologo italiano.

Citazioni di Sergio Quinzio[modifica]

  • Dio si è eclissato perché fra noi e Lui si è interposto il nostro Ego, ormai onnipotente, ma già domani ciò che si è frapposto potrebbe ritirarsi, e potrebbe così riaprirsi il dialogo dell'uomo con il Dio realmente esistente fuori di lui. (dall'introduzione a Martin Buber, L'eclissi di Dio)
  • Dio che si è offerto a noi, che aspetta da noi la salvezza, è un Dio che dovremmo perfettamente amare, ma ci ha reso troppo stanchi, delusi, infelici per poterlo fare. (da La sconfitta di Dio, Adelphi, Milano, 1992)
  • Essere in «buona fede» consiste nel non pensare. (da Aforismi)
  • L'abolizione della violenza a qualunque prezzo non è un ideale cristiano, e non è vero che il violento abbia sempre torto nei confronti dell'ipocrita che finge di non vedere l'ingiustizia che scatena la violenza. (da La speranza nell'Apocalisse, Paoline, Milano, 2002, pp. 111-12)
  • L'amore evangelico per i nemici non ha nessuna parentela con l'utopia nonviolenta che spera di stabilire la pace, di dissuadere gli empi non contrastandoli. (da La fede sepolta, Adelphi, Milano, 1997, pp. 65-66)
  • La bellezza è qualcosa di indotto, di secondario, persino di tardivo, di fittizio, alla fine addirittura di vizioso. (da Aforismi, Astolfo, anno I, n. 3, settembre-dicembre 1994)
  • La verità di un uomo non è tale che dinanzi alla sua morte. Così anche la storia. (da L'esilio e la gloriaIn forma di parole, Gianni Scalia, Bologna, 1998)
  • Ma anche 'sta maggioranza, poi... Confesso che io non credo nella democrazia: prova ne sia che non ho mai votato. Penso che l'unica possibilità di convivenza sia quella che nasce da una cultura comune. E quando questo criterio del consenso della maggioranza viene radicalizzato, quando non c'è più nessun riferimento a un ambito sia pure minimo di necessità, allora resto perplesso.[1]
  • Quando l'essere umano è sentito come qualcosa di scomponibile e sostituibile nelle sue parti, è già inesorabilmente ridotto a cosa e ogni cosa ha necessariamente il suo prezzo e il suo mercato. (da I magazzini dell'orrore, La Stampa, 10 gennaio 1988)
  • Quel che va sotto il nome di «democrazia» (ben oltre il significato dottrinario del termine) è il tentativo di sostituire alla sostanza la forma, all'autorità il meccanismo, al rischio il controllo, alla persona la struttura. Un prodotto dell'«era della macchina». (da Religione e futuro, Realtà nuova, Firenze, 1962, p. 96)
  • Questo lo diceva il Tao: "L'imperatore non fa mai leggi, perché se emanasse una norma vorrebbe dire che qualcosa non va". Ogni legge in qualche modo è la spia di una condizione imperfetta: l'ideale sarebbe non averne bisogno.[1]
  • Satta vuole di più, cerca una fede che non può stare nel solco millenario della religione tradizionale. La stessa fede, certo, ma non riducibile senza residui a come è stata fin qui pensata e vissuta. Questo lo avvicina ai grandi autori russi nutriti in profondità dalla fede ortodossa - Gogol', Dostoevskij, Solov'ëv, Rozanov - che invano si è tentato di riportare interamente alla tradizione ecclesiastica. In realtà, essi, e anche Satta, hanno domande troppo terribili per i pastori e per i teologi. (da Cercava una fede di là dalla religione tradizionale, Prospettive libri, giugno-luglio 1981, p. 19)
  • Se l'amore cristiano si distingue non solo, e nettamente, dall'amore predicato da tradizioni religiose lontane [...] ma dallo stesso amore veterotestamentario, perché la morte del Messia scuote dalle fondamenta l'antico edificio, si distingue anche dall'amore concepito dai moderni solidarismi e dalle moderne filantropie, che hanno tuttavia origini confusamente cristiane. Se ne distingue proprio perché l'amore cristiano è, nella conformità alla croce, consapevole di dover scendere nella morte. (da La fede sepolta, Adelphi, Milano, 1997, pp. 66-67)
  • Si sente comunemente parlare di mito biblico, e persino di mito cristico; ma questo significa non percepire la lontananza e la drammatica opposizione fra il mito che è protologico, e la fede, che è invece escatologica, e quindi rivolta al futuro e non al passato. (da Mysterium iniquitatis, Adelphi, Milano, 1995)

Radici ebraiche del moderno[modifica]

  • Indicibile, ebraicamente, non è ciò che sta per sua natura al di là, ciò che è alto, sublime – ma piuttosto ciò che è assolutamente quotidiano, come la vita e la morte.
  • L'etica abolisce ipocritamente la sofferenza, negando che sia male.
  • Veramente reale è, grecamente, solo l'eterno.

Dalla gola del leone[modifica]

  • Bisogna porre al centro dell'annuncio cristiano il supremo mistero del suo fallimento.
  • Ci si può rassegnare alla disperazione, ma anche ci si può disperare della rassegnazione.
  • La disperazione è più grande della giustizia.
  • Mettere la consolazione al posto del dolore è opera più grande della creazione che ha messo l'essere al posto del nulla.
  • Neppure Dio avrebbe avuto la forza d'iniziare la strada che va da bereshit all'amen se l'avesse conosciuta.
  • Si deve credere nei segni, per rischioso che sia, e se non vediamo segni nella nostra vita allora vuol dire che per noi Dio non c'è.
  • Tutto ciò che accade è voluto, o almeno permesso, da Dio, dunque tutto è in definitiva bene. Questa è la più sottile tentazione del credente. Il non credente elude lo scandalo del male togliendo il riferimento al perfetto bene; e il credente fa la stessa cosa giustificando tutto come opera di Dio. Giusto, e disperante, sarebbe tener fermo, insieme, che il mondo è orribile e che il Dio onnipotente che l'ha creato è perfettamente buono.
  • Voler soffrire per chi si ama è una sublimità che nasce dall'eccesso del male, dal trionfo del dolore e della morte.
  • Volere il regno è un segno di debolezza e d'incapacità di vivere. Se non fossimo deboli e incapaci non avremmo bisogno di essere salvati.

La croce e il nulla[modifica]

  • Certo non la pietà, non l'umiltà, non l'ingenuità, non la debolezza possono salvarci, ma forse il disporsi con orrore a povere, sconfitte e disperate cose come queste.
  • Come le molte e complicate leggi in politica, così i molti e complicati libri sono segni indiscutibili di decadenza.
  • Dove non ci sono domande è inutile mettere risposte, ma è inutile anche farsi domande quando non si ha più nessuna speranza di pervenire a vere risposte.
  • Il nichilismo è inseparabile da un grande amore per la vita, perché un grande amore per la vita è inseparabile da una più che disperata delusione.
  • Il nichilismo l'abbiamo già alle spalle, di fronte abbiamo il nulla.
  • La forza capace di dire parole vere è la stessa che è necessaria per tacere, per non parlare troppo, per non analizzare interminabilmente, per spezzare il cerchio.
  • Non è più una lingua quella parlata da chi la considera come il prodotto di una convenzione.
  • Per salvarci dalla cultura dovremo finalmente avere accesso alla natura: nuovi cieli e nuova terra.

Bibliografia[modifica]

  • Sergio Quinzio, Radici ebraiche del moderno, Adelphi, Milano, 1990.
  • Sergio Quinzio, Dalla gola del leone, Adelphi, Milano, 1993.
  • Sergio Quinzio, La croce e il nulla, Adelphi.

Note[modifica]

  1. a b Da Sergio Quinzio, Gustavo Zagrebelsky, Democrazia e Apocalisse, a cura di Maurizio assalto, La Stampa, 28 maggio 1995, p. 21.

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