Stanley Karnow

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Karnow nel 2009 durante il 50º anniversario della morte di due soldati in Vietnam

Stanley Karnow (1925 – 2013), giornalista, scrittore e storico statunitense.

Storia della guerra del Vietnam[modifica]

  • Il monumento ai caduti, una lastra di pietra nera lucida appena interrata su un lieve pendio, è un'astrazione artistica. Eppure la sua semplicità evidenzia la drammaticità di una realtà angosciosa. I nomi dei morti scolpiti nel granito nero sono qualche cosa di più che il ricordo di vite perdute in battaglia: rappresentano invece un sacrificio per una crociata fallita. In un senso più ampio, simboleggiano una speranza svanta, o forse la nascita di una nuova consapevolezza. Testimoniano la fine della assoluta fiducia dell'America nella propria peculiare vocazione, nella propria invincibilità militare, nel "destino manifesto". Sono il prezzo, pagato in sangue e dolore, per la conquista della maturità, per il riconoscimento dei limiti dell'America. Insieme con i giovani morti in Vietnam, è morto anche il sogno di un "secolo americano". (p. 9)
  • Almeno da un punto di vista umano, la guerra in Vietnam fu un conflitto che nessuno vinse, una lotta tra vittime, le sue origini furono complesse, le sue lezioni molto discusse, la sua eredità deve ancora essere definita dalle generazioni a venire. Che si sia trattato di una impresa valorosa o di un'avventura irragionevole, fu comunque una tragedia di dimensioni epiche. (p. 11)
  • Gli americani si erano preparati a fare sacrifici in vite umane e in denaro, come era accaduto in altre guerre. Ma si dovevano vedere dei progressi. Si doveva capire quando la guerra sarebbe finita. Durante la seconda guerra mondiale, gli americani potevano seguire sulla carta geografica il percorso dei loro eserciti attraverso l'Europa; in Vietnam, dove i fronti non esistevano, non si riusciva ad ottenere altro che conteggi di "nemici uccisi" e promesse. Così gli Stati Uniti, che avevano messo in campo una stupefacente potenza militare per abbattere il morale dei comunisti, cominciarono a sfaldarsi sotto la tensione di una lotta che sembrava interminabile. (p. 16)
  • Non fosse stato per il Vietnam, forse l'amministrazione Carter avrebbe manovrato apertamente o segretamente per bloccare l'avanzata dei movimenti di sinistra in Etiopia o in Angola o per salvare dal crollo lo scià di Persia. Prima di mandare i marines americani come forza multinazionale di pace in Libano, il presidente Reagan e il Congresso hanno ingaggiato un lungo e tormentato dibattito. La paura di un impegno in un altro conflitto e in un'altra guerra combattuta nella giungla ha anche creato nell'americano una forte ostilità contro un intervento nelle crisi che si manifestano in America Centrale. In effetti, i divergenti atteggiamenti degli americani sulla ribellione in Salvador e nei confronti della crescente insurrezione nel Sud Vietnam due decenni fa esemplificano questa forte differenza. (p. 19)
  • L'immagine del veterano di guerra forse ha ricavato un beneficio dal graduale crescere della considerazione sociale per le forze armate e chiaramente ricevette un beneficio dal monumento di Washington. Tuttavia numerosi veterani sentono di far parte di una generazione anomala; il loro posto nella società è spiacevole, indefinito, quasi imbarazzante, come se la nazione avesse proiettato su loro il proprio senso di colpa o di vergogna o di umiliazione per la guerra. (p. 21)
  • La guerra è guerra. In che cosa la guerra in Vietnam fu diversa? Il pericolo era onnipresente e cronico. Durante la seconda guerra mondiale passai tre anni nell'esercito; una buona parte del tempo lo trascorsi nei campi d'aviazione e nei magazzini militari in una zona dell'India nordorientale senza mai sentire un colpo di arma da fuoco. Ma in Vietnam non esistevano zone sicure. Un soldato assegnato ad un ufficio di Saigon o ad un magazzino di Danang poteva essere ucciso o ferito in qualsiasi momento del giorno o della notte dai mortai o dai razzi comunisti. E durante il suo servizio di un anno un soldato di fanteria che passava attraverso le boscaglie era quasi continuamente in combattimento, esposto alle mine nemiche, alle trappole e agli agguati, quando non era impegnato in scontri diretti. [...] L'età media del soldato americano in Vietnam era di diciannove anni, sette anni più giovane di quanto fosse suo padre all'epoca della seconda guerra mondiale; questo lo rendeva molto più vulnerabile alla tensione psicologica della lotta, che era gravata dalla particolare tensione del Vietnam dove ogni contadino poteva essere un terrorista vietcong. (p. 21)
  • I soldati americani di altre guerre misuravano i progressi in base al territorio che veniva conquistato; occupare un'altra città sulla strada verso la vittoria sosteneva il loro morale. In Vietnam, invece, i soldati americani conquistavano e riconquistavano più volte lo stesso terreno e nemmeno i generali erano in grado di spiegare lo scopo dei combattimenti. La sola misura del successo era il "conto dei morti", il mucchio dei nemici ammazzati, una misura banale che conferiva alla guerra lo stesso fascino di un mattatoio. (p. 22)
  • Le sofferenze dell'America dopo la guerra impallidiscono di fronte alle condizioni del Vietnam che io rivisitai all'inizio del 1981. Riscoprii una terra che non soltanto era stata devastata da trent'anni di guerra quasi ininterrotta, ma era governata da un regime inetto e repressivo, incapace di affrontare la sfida della ricostruzione. (p. 22)
  • Dal 1930 in poi, nonostante le guerre, la popolazione vietnamita si è triplicata, mentre la sua produzione di riso si è soltanto raddoppiata. Oggi il reddito medio del paese è inferiore ai duecento dollari all'anno; il Vietnam è quindi uno dei paesi più poveri della terra. Il resto dell'Asia è in fase espansiva, ma il Vietnam continua ad essere un'isola di povertà; considerata l'intelligenza e l'operosità della sua gente, che potrebbe benissimo reggere il confronto con i sudcoreani o i cinesi di Formosa se fosse adeguatamente incentivata, si tratta di una vera tragedia. (p. 26)
  • I vietnamiti del nord appaiono enormemente allegri nonostante la loro tremenda miseria - forse grazie alla disciplina comunista a cui sono stati sottoposti da una generazione, o forse perché non hanno mai conosciuto il benessere goduto dai loro compatrioti del sud durante l'era americana. (p. 34)
  • L'impegno americano in Vietnam, cominciato nel 1950 con la decisione del presidente Truman di aiutare i francesi a conservare il dominio dell'Indocina, aveva lo scopo di bloccare l'espansione della Cina comunista verso il Sud-est asiatico. Era anche basata sull'idea che Ho Chi Minh dipendesse interamente dai cinesi. Ma il Vietnam e la Cina, al contrario, erano stati nemici per duemila anni; il loro conflitto tradizionale avrebbe anche potuto essere sfruttato. Viceversa, l'intervento americano in Vietnam unì i due paesi in un matrimonio di convenienza che si ruppe soltanto dopo che il presidente Nixon e i cinesi avviarono una diplomazia di riconciliazione che isolò i vietnamiti. (p. 35)
  • Le dimensioni autentiche del martirio cambogiano probabilmente non verranno mai conosciute né comprese. Nondimeno, le informazioni attualmente disponibili sono tali da superare l'olocausto perpetrato dai nazisti. (p. 36)
  • I comunisti stavano allora attuando uno sterminio sistematico di due milioni di cambogiani, pari ad un quarto della popolazione. Molti, costretti a marce forzate o a lavorare come schiavi, morirono per gli stenti, le malattie, i maltrattamenti o la completa inedia; tra le atrocità di quei giorni, ci furono anche casi di cannibalismo. Migliaia e migliaia di cittadini della classe media, marchiati come parassiti semplicemente perché portavano gli occhiali o parlavano una lingua straniera, vennero liquidati sistematicamente. Scuole ed edifici pubblici vennero trasformati in camere di tortura. Martiri e mogli vennero ammazzati con i figli; le vittime vennero fotografate prima e dopo l'assassinio. I comunisti proclamarono "anno zero" l'avvento della loro amministrazione; era l'inizio di una "nuova comunità" che si sarebbe sbarazzata di "ogni sorta di cultura depravata e di piaghe sociali". (p. 37)
  • I francesi, sebbene fossero armati molto meglio del Vietminh, non disponevano di uno strumento di importanza essenziale: l'aviazione. I vietminh, sebbene fossero una forza di guerriglia, gradualmente divennero grandi unità militari, capace di affrontare i francesi in scontri sempre più vasti, soprattutto nelle fitte giungle del Vietnam settentrionale. (p. 83)
  • Una cultura nazionalistica spinta quasi al limite della xenofobia ispirava agli attivisti del Vietminh l'idea di una guerra santa contro gli invasori stranieri e i loro clienti locali. Questo fervore difficilmente pervadeva le grandi masse vietnamite, che stavano a guardare e ad aspettare secondo il tradizionale stile asiatico, piegandosi come canne di bambù alla forza del vento. Eppure, dava forza al Vietminh poiché i suoi militanti erano disposti a sostenere pesanti costi per la loro causa, suscitando stupore nella popolazione con la loro capacità di resistere a un nemico di forza superiore. (p. 84)
  • Ad eccezione di Dulles, che prese alloggio in albergo e si fermò soltanto una settimana, a Ginevra i principali delegati affittarono degli appartamenti, come se intendessero fermarsi per sempre. (p. 101)
  • Alla fine, la conferenza di Ginevra non produsse una soluzione durevole al conflitto indocinese ma solo una tregua militare in attesa di una soluzione politica che non ci fu mai. La conferenza quindi non fu che un breve interludio fra due guerre; anzi, fu un momento di tregua nel corso della stessa guerra. (p. 102)
  • [Su Zhou Enlai] Educato, sottile, intransigente e deciso, era una singolare mescolanza di mandarino cinese e commissario comunista; inoltre aveva una particolare affinità con i francesi, avendo trascorso la sua giovinezza a Parigi. I cinesi avevano appena subito un milione di perdite in Corea e il conflitto aveva quasi valicato il loro confine. A Ginevra, lo scopo principale di Chu En-lai era quello di trovare un accordo che togliesse agli Stati Uniti ogni pretesto di intervenire in Indocina e di minacciare nuovamente la Cina. Quindi, cercò una soluzione che tenesse i francesi nei loro possedimenti coloniali escludendo gli americani. Questa soluzione inevitabilmente comportava il sacrificio degli obiettivi vietminh. (p. 103)
  • Per secoli e secoli, la politica estera cinese aveva avuto come scopo la frammentazione del Sud-est asiatico in modo da influenzare la vita dei singoli stati; Chu En-lai intendeva proseguire quella tradizione. Un Vietnam diviso soddisfaceva i cinesi più di un paese vicino unificato, soprattutto un paese che per duemila anni era stato in contrasto con la Cina. (p. 103)
  • [Su Ngô Đình Diệm] Cattolico ascetico, con radici profonde nella religione confuciana, era nello stesso tempo un monaco e un mandarino. Era onesto, coraggioso ed entusiasta nella sua fedeltà alla causa nazionale vietnamita; anche Ho Chi Minh rispettava il suo patriottismo; ma non reggeva il confronto con Ho Chi Minh, che anche gli anticomunisti consideravano un eroe. Permeato da un senso di infallibilità, come se fosse un antico imperatore investito dall'alto a governare, Diem pretendeva obbedienza. Diffidente di chiunque non facesse parte della sua famiglia, non voleva delegare la sua autorità né era capace di costruirsi una base di potere che andasse al di là dei suoi amici cattolici e conterranei del Vietnam centrale. Soprattutto non riusciva a capire le dimensioni della rivoluzione politica, sociale ed economica che veniva propugnata dai suoi nemici comunisti. Vedeva le loro iniziative soltanto in termini militari; era una percezione errata, ma condivisa dai suoi patroni americani. Con questi limiti, non era in grado di mobilitare efficacemente il popolo sudvietnamita per affrontare la crescente attività insurrezionale dei vietcong, né era in grado di bloccare l'opposizione dei suoi critici, sempre più forte; le loro frustrazioni erano aggravate soltanto dalla sua incapacità di contenere l'avanzata comunista. L'imperfetto accordo di Ginevra non aveva raggiunto propriamente una soluzione; l'aveva soltanto rinviata. Sottoscritto in gran fretta per evitare una guerra più ampia, non era altro che una temporanea tregua tra la Francia e il Vietminh, che doveva essere onorata fin quando fosse raggiunta una soluzione politica durevole. Diem, avendo respinto l'accordo di Ginevra, si rifiutava di collaborare e gli Stati Uniti lo sostenevano. Ma i comunisti, che avevano combattuto per unificare il Vietnam, non erano disposti ad accettare la prospettiva di una divisione permanente; erano pronti a riprendere la loro lotta, e a lanciare una nuova sfida contro la politica di contenimento che inizialmente aveva coinvolto gli Stati Uniti in Indocina. (pp. 107-108)
  • [Su Ngô Đình Diệm] Sempre vestito con un abito bianchissimo di sharkskin, lo status symbol del mondo ufficiale vietnamita, era un ometto rotondo rotondo; non riusciva a toccare il pavimento con i piedi quando stava seduto sulle eleganti poltrone nei saloni del palazzo di Gia Long, ex residenza del governatore francese. Sembrava fragile come la porcellana, con i tratti delicati e la pelle d'avorio, ma i suoi occhi neri emanavano una fede fanatica nella sua crociata. Fermandosi soltanto per accendersi una sigaretta dopo l'altra, parlava incessantemente con la sua voce dai toni alti, rievocando la sua vita con una serie interminabile di dettagli, sfiancante per il suo interlocutore. Una volta, dopo un intero pomeriggio passato ad ascoltare il suo monologo, uscii nel crepuscolo tropicale riflettendo sul fatto che, con un paese in crisi, il capo del governo potesse dedicare una mezza giornata ad un giornalista. Ma questo faceva parte del suo problema. Fuori, sul terrazzo, una folla di funzionari, ufficiali dell'esercito, diplomatici lo stavano aspettando con impazienza. I loro urgenti affari erano stati messi da parte per la lunga conversazione con me. (pp. 108-109)
  • [Su Ngô Đình Diệm] Il suo governo era diventato una ristretta oligarchia formata dai suoi fratelli e da altri parenti. I fratelli rivaleggiavano tra loro per conquistare potere e influenza; operavano attraverso fazioni separate che assomigliavano molto alle tradizionali società segrete vietnamite. (p. 125)
  • Il rifiuto di Diem di delegare il potere al di fuori del suo circolo famigliare limitava fortemente il suo seguito popolare. (p. 125)
  • Il Vietcong traeva beneficio dall'immagine del Vietminh, che aveva distribuito la terra ai poveri e la sua promessa di un futuro migliore era allettante. Spesso gli agenti vietcong aiutavano i contadini nelle loro fatiche. [...] Ma spesso il guanto di velluto del Vietcong nascondeva il pugno di acciaio. I terroristi erano spietati e assassinavano funzionari e informatori governativi; le loro azioni facevano guadagnare una reputazione di onnipotenza e onnipresenza. (pp. 127-128)
  • Sebbene pochi contadini si identificassero con il Vietcong - o ammettessero apertamente di farlo - ben pochi manifestavano qualche sentimento di affinità con il governo di Diem. Il regime infatti, con la sua attenzione esclusiva per i problemi della sicurezza, aveva speso ben poco per scuole, assistenza medica e altri servizi sociali di prima necessità. (p. 129)
  • I villaggi erano aperti ai soldati di Diem di giorno, ma erano spesso sotto controllo vietcong di notte; questo significava che il regime non poteva contare sulla loro lealtà. (p. 134)
  • L'intera storia del Vietnam è una serie di possibilità perdute che avrebbero potuto evitare il peggio, se adeguatamente sfruttate. (p. 135)
  • Diem e Nhu consideravano il programma dei villaggi strategici semplicemente come un mezzo per estendere la loro influenza anziché come un metodo per infondere ai contadini la volontà di resistere ai vietcong.
    In realtà, spesso, il programma non fece altro che trasformare i contadini in simpatizzanti dei vietcong. In molte località i contadini non tolleravano di lavorare senza paga nelle opere di scavo, nella istallazione di canne di bambù e nella costruzione di steccati contro un nemico che non li minacciava ma invece puntava lo sguardo contro la struttura governativa. (p. 145)
  • Nhu, un intellettuale immaturo, più a suo agio nel quartiere latino che in Vietnam, non capiva i problemi della campagna e non aveva un vero interesse per i problemi dei contadini. Emanava degli ordini basati sulle sue teorie, e la burocrazia vietnamita, in gran parte composta con i resti del periodo coloniale francese, ubbidiva passivamente. (p. 145)
  • Il vero talento di Nhu era di tipo organizzativo. Da giovane aveva formato vari movimenti studenteschi e sotto il governo di Diem aveva creato una rete di organizzazioni politiche, poliziesche, sindacali segrete, tutte nelle tradizioni delle società segrete fiorite in Asia per secoli e secoli. Emulando i comunisti, aveva costruito una struttura di cellule a cinque uomini all'interno dell'esercito e della burocrazia sudvietnamita, con lo scopo di spiare i dissidenti e di promuovere coloro che erano fedeli al regime. Ma questo sistema non aveva altro scopo che quello di proteggere l'amministrazione di Diem, un obiettivo molto modesto, che limitava la sua capacità di suscitare l'appoggio popolare. (p. 152-153)
  • [Su Trần Lệ Xuân] Diceva di essere la reincarnazione delle leggendarie sorelle Trung, che avevano condotto la lotta del Vietnam contro la Cina nel primo secolo e la statua che aveva fatto erigere in loro onore era chiaramente un monumento a se stessa. Sessualmente attraente nei suoi abiti scollati, che turbavano i vietnamiti alla maniera antica, occupava un posto singolare, era l'unica donna vicina al misogino Diem. In privato, spesso si adirava con lui e in pubblico lo metteva in imbarazzo con osservazioni provocatorie, ma lui la tollerava per la sua fedeltà alla famiglia. Man mano che Diem si chiudeva in se stesso, lei diventava sempre più una figura pubblica. La sua forza tuttavia era il segno di un regime in decadenza. (p. 153)
  • [Su Trần Lệ Xuân] Parlava bene il francese, la lingua di casa, ma non aveva mai imparato a scrivere la sua lingua madre. Negli anni successivi, avrebbe tenuto i suoi discorsi in francese, facendoli tradurre in lingua vietnamita. (p. 153)
  • [Su Trần Lệ Xuân] Fece approvare un editto che aboliva il divorzio e considerava l'adulterio come reato penale; volendo proteggere la "virtù tradizionale" del Vietnam, vietò l'aborto, i contraccettivi, i concorsi di bellezza e gli incontri di boxe. Chiuse i night-club e le sale da ballo, affermando che "danzare con la morte è sufficiente", ma accettò che i caffè restassero aperti, a condizione che le ragazze dei bar, la maggior parte delle quali erano prostitute, vestissero tuniche bianche che le rendevano simili a infermiere di uno studio dentistico. I vietnamiti più permissivi si risentirono per questi decreti ultrapuritani, soprattutto perché i suoi parenti e affini erano tutt'altro che modelli di rettitudine. (p. 154)
  • Il crollo di Diem sarebbe stato impossibile senza la complicità americana. (p. 156)
  • Per quanto Diem fosse inefficiente, i suoi successori furono ancora peggiori. Litigarono costantemente fra loro e il cronico stato di instabilità a Saigon frustrava le speranze americane di fare progressi sul campo di battaglia, mentre i comunisti intensificavano la loro offensiva. L'impegno americano si estese inesorabilmente. La somparsa di Diem segnò quindi l'inizio di una nuova fase del conflitto. (pp. 156-157)

Bibliografia[modifica]

  • Stanley Karnow, Storia della guerra del Vietnam, traduzione di Piero Bairati, Rizzoli editore, Milano, 1985

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