Le mille e una notte
Le mille e una notte, ricca raccolta di novelle orientali, di varia ambientazione storico-geografica e di differenti autori.
Citazioni
[modifica]Angelo Maria Pizzagalli
[modifica]In nome di Dio, grazioso e misericordioso, pace e salute al nostro Signore Maometto, il supremo degli inviati da Dio e insieme sulla sua famiglia e sui suoi compagni, pace e salute, che sempre duri sino al giorno del giudizio! Ameno. O Signore dei mondi, la vita di quelli che ci hanno preceduto è un ammaestramento per quelli che seguono, per questo che l'uomo fa attenzione alle dottrine, che ad altri sono state comunicate e in esse si istruisce ed egli legge la storia dei popoli antichi e ne trae ammaestramento.
Lodato sia Iddio, che gli avvenimenti dei predecessori ha posto ad ammaestramento per i posteri. Ora a questo genere di ammaestramento per i posteri. Ora a questo genere di ammaestramento appartengono anche le novelle, intitolate, le Mille e una notti, ci si informa cioè di quello che è accaduto presso le antiche genti. Dio sa quello che è nascosto, egli è onnisciente e misericordioso e nobile.
Regnava una volta, nei tempi più antichi e negli evi ormai trascorsi, sulle isole dell'India e della Cina, un re della stirpe dei Sassanidi, che possedeva molte milizie ed alleati e servi ed un seguito numeroso. Egli aveva due figli valenti e valorosi, il più vecchio però di essi era più valoroso del più giovane, egli regnava su molti paesi, ed era tanto giusto verso i suoi sudditi, che tutti lo amavano assai. Il suo nome era Scheherban, il suo fratello più giovane si chiamava Schahseman ed era re di Samarkanda in Persia. Ambedue non avevano abbandonato la loro patria e ognuno regnò molto felicemente venti anni nel suo regno.
Valentina Valente
[modifica]Le cronache dei Sassanidi, antichi re di Persia, i quali avevano esteso il loro impero nelle Indie, nelle grandi e piccole isole che dipendono da esse, e molto più oltre, di là dal Gange fino alla Cina, riportano che c'era una volta un re di quella potente dinastia che era il miglior principe dei suoi tempi. Tanto egli si faceva amare dai propri sudditi, per la sua saggezza e la sua prudenza, quanto si era reso temibile ai popoli vicini, per la fama del suo valore e la reputazione delle sue truppe bellicose e ben disciplinate. Aveva due figli: il maggiore, di nome Shahriar, degno erede di suo padre, ne possedeva tutte le virtù; il più giovane, di nome Shahzenan, non valeva meno del fratello.
Armando Dominicis
[modifica]Le cronache dei Sassanidi, antichi re di Persia, i quali avevano esteso il loro impero fino alla Cina, riferiscono esservi stato un re di quella potente casa, il quale fu considerato il più eccellente principe del suo tempo. Egli era amato dai sudditi per la sua saviezza e prudenza e temuto dai vicini per la fama del suo valore e per il concetto delle sue bellicose e ben disciplinate soldatesche. Aveva due figli, il primogenito sì chiamava Shahriyàr, e l'altro aveva nome Shahzamàn, possedendo entrambi le virtù del padre.
Roberta Denaro e Mario Casari
[modifica]Si narra – ma Iddio ne sa di più e meglio conosce le storie antiche dei popoli passati – che molto tempo fa, all'epoca dell'impero dei Sassanidi, nelle isole dell'India e della Cina, c'erano due re fratelli: il più grande si chiamava Shahriyar mentre il più piccolo Shahzaman. Shahriyar, il maggiore, era un cavaliere fortissimo, valoroso, temerario, impossibile da vincere, impossibile da placare quando esigeva vendetta. Regnava sovrano sui paesi più remoti, che gli si assoggettavano, e sulle loro genti, che gli obbedivano. Al fratello aveva assegnato la città di Samarcanda, di cui lo aveva fatto sultano, e lì egli risiedeva, mentre Shahriyar regnava in India e nella Cina.
Introduzione
[modifica]- Ora il visir, al quale il sultano dava l'ordine di uccidere le fanciulle, aveva due figlie, la maggiore si chiamava Schehersad e la minore Dinarsad.
La prima aveva letto molti libri e fra l'altro opere di filosofia e di medicina. Sapeva a memoria poesie, e conosceva storie, tradizioni popolari, discorsi di saggi e di re: essa era molto erudita e colta.
Ora una volta Schehersad disse a suo padre: «Padre mio, io ti voglio confidare un mio segreto, io desidero che tu mi sposi col sultano Scheherban, perché io voglio o liberare il mondo da questi omicidii, o morire anch'io come le altre». (1944; p. 21)
- Il visir che faceva uccidere le ragazze aveva una figlia grande, di nome Shahrazad, e una piccola, di nome Dinarzad. La grande, Shahrazad, aveva letto libri e raccolte varie e testi filosofici e medici, sapeva poesie a memoria, aveva studiato la storia e conosceva bene i proverbi; le massime dei filosofi e dei re, era sapiente, intelligente, guidiziosa e ben istruita, era una persona che aveva letto e compreso. Un giorno disse al padre: «Padre, voglio metterti a parte di quel che ho in cuor mio». «Di che si tratta?». Shahrazad rispose: «Desidero che tu mi dia in sposa a re Shahriyar. Che io sia motivo di salvezza per la gente o che mi perda e muoia anch'io, come le altre che sono già morte e perdute». (2016; pp. 15-16)
- Chi non si accinge all'opera con prudenza, si precipita alla sua rovina, e chi non calcola bene le conseguenze di una cosa, non ha alcun amico nel mondo, come dice il proverbio. Io stavo in benessere, ma la mia baldanza non mi lasciò pace. (1944; pp. 21-22)
- Figlia mia, "chi non sa destreggiarsi nelle faccende della vita fa una brutta fine" e "la sorte non è amica di chi non bada alle conseguenze". Come dice il proverbio: "Se me ne fossi rimasto seduto tranquillo non mi sarebbero mancati i benefici" [...]. (2016; p. 16)
Prima notte – Il mercante e il genio
[modifica]Angelo Maria Pizzagalli
[modifica]Si sostiene, o re fortunato e intelligente, che una volta vi fu un uomo ricco e benestante, che possedeva molti beni, schiavi, servi, donne e fanciulli e aveva esposto le sue merci e collocato i suoi capitali in tutti i paesi.
Questi montò una volta il suo giumento, dopo aver messo in un sacco di viveri, biscotti, datteri della Mecca, e con la volontà di Dio viaggiò per molti giorni e notti.
Valentina Valente
[modifica]Sire, c'era una volta un mercante che possedeva molti beni, sia in poderi, sia in mercanzie e denaro contante. Egli aveva molti commessi, fattori e schiavi; di tanto in tanto, era costretto a compiere viaggi per incontrarsi con i suoi corrispondenti. Un giorno che un affare importante lo chiamava in una località piuttosto lontana da quella in cui abitava, montò a cavallo e partì portando con sé una valigia nella quale aveva messo una piccola provvista di biscotti e di datteri, dovendo attraversare un paese deserto, dove non avrebbe trovato di che vivere.
Armando Dominicis
[modifica]C'era una volta un mercante che possedeva grandi ricchezze. Un giorno, in cui un affare importante lo chiamava molto lungi dal luogo ove soggiornava, salì a cavallo e partì con una valigia nella quale aveva riposto una piccola provvista di biscotti e di datteri, dovendo attraversare un paese deserto ove non avrebbe trovato di che vivere.
Roberta Denaro e Mario Casari
[modifica]Disse Shahrazad:
Si racconta, o re felice e giudizioso, che c'era una volta un mercante facoltoso, molto ricco, proprietario di rendite, servi e schiavi, il quale aveva parecchie mogli e figli e aveva preso e dato denaro in prestito dappertutto. Un giorno partì con l'intenzione di viaggiare alla volta di un certo paese. Dopo aver sistemato sotto la sella una bisaccia con provviste di focacce e datteri, montò a cavallo.
Seconda notte
[modifica]Valentina Valente
[modifica]Sire, quando il mercante vide che il genio stava per tagliargli la testa, lanciò un alto grido e gli disse:
«Fermatevi, ancora una parola, di grazia; abbiate la bontà di accordarmi una dilazione, datemi il tempo di andare a dire addio a mia moglie e ai miei figli e di dividere fra loro i miei beni con un testamento che non ho ancora fatto, affinché non debbano ricorrere a qualche processo dopo la mia morte. Appena fatto ciò, tornerò subito in questo stesso luogo per sottomettermi a tutto quanto vorrete ordinarmi.
Armando Dominicis
[modifica]Quando il mercante vide che il genio stava per troncargli la testa, lanciò un grido e gli disse:
«Abbiate la bontà di accordarmi una dilazione, datemi il tempo di andare a dire addio alla mia sposa e ai miei figli, e divider fra loro i miei beni, affinché non litighino dopo la mia morte. Ciò fatto, tornerò tosto in questo luogo stesso per sottomettermi a tutto quello che vorrete fare di me.»
Terza notte
[modifica]Valentina Valente
[modifica]La notte seguente, Dinarzad rivolse alla sorella la stessa preghiera delle due precedenti:
«Cara sorella, — le disse, — se non dormite, vi supplico di raccontarmi uno di quei bei racconti che voi conoscete.»
Ma il sultano disse che voleva ascoltare il seguito di quello del mercante e del genio.
Quarta notte
[modifica]Valentina Valente
[modifica]Verso la fine della notte seguente, Sherazad, col permesso del sultano, cominciò così a narrare:
Sire, quando il vecchio della cerva vide che il genio aveva afferrato il mercante e stava per ucciderlo senza pietà, si gettò ai piedi di quel mostro e, baciandoglieli, gli disse:
«Principe dei geni, vi supplico molto umilmente di sospendere la vostra collera e di farmi la grazia di ascoltarmi.
Armando Dominicis
[modifica]Quando il vecchio che conduceva la cerva vide il genio afferrare il mercante, si gettò ai piedi di quel mostro e baciandoglieli:
«Principe dei geni» gli disse «io vi supplico umilmente di sospendere la vostra collera e di farmi la grazia di ascoltarmi.
Quinta notte e seguenti
[modifica]Valentina Valente
[modifica]Sire, proseguì Sherazad, il primo vecchio, quello della cerva, continuò a raccontare la sua storia al genio, agli altri due vecchi ed al mercante.
Presi dunque il coltello, disse loro, e stavo per affondarlo nella gola di mio figlio quando, volgendo languidamente verso di me i suoi occhi pieni di lacrime, m'intenerì a tal punto che non ebbi la forza d'immolarlo.
Storia di Aladino o della lampada meravigliosa
[modifica]Valentina Valente
[modifica]Nella capitale di un regno della Cina, ricchissimo e di vasta estensione, il cui nome in questo momento mi sfugge, viveva un sarto di nome Mustafà, che altra distinzione non aveva fuorché quella datagli dal suo mestiere. Mustafà il sarto era poverissimo, e il suo lavoro gli procurava a stento lo stretto necessario per far vivere lui, sua moglie e un figlio che Dio gli aveva mandato.
Armando Dominicis
[modifica]Nella capitale di un regno della Cina ricchissimo e molto esteso, viveva un sarto di nome Mustafà, senz'altra distinzione di quella che la sua professione gli attestava. Il sarto Mustafà era molto povero, e il suo lavoro gli procurava appena quanto era necessario per la sua sussistenza, per quella di sua moglie e di un figliolo.
Storia di Alì Babà e di quaranta ladri sterminati da una schiava
[modifica]Valentina Valente
[modifica]In una città della Persia, ai confini degli Stati di Vostra Maestà, disse Sherazad a Shahriar, vivevano due fratelli, uno dei quali si chiamava Cassim, e l'altro Alì Babà. Poiché il padre aveva lasciato loro soltanto dei beni modesti ed essi li avevano divisi in parti uguali, la loro fortuna avrebbe dovuto essere pari; il caso tuttavia dispose diversamente.
Armando Dominicis
[modifica]In una città della Persia vi erano due fratelli che si chiamavano l'uno Cassim e l'altro Alì Baba.
Siccome il padre non aveva loro lasciato che pochi beni da dividersi, sembrava che la loro fortuna dovesse essere uguale, ma il caso dispose altrimenti.
Storia di Sindbad il marinaio
[modifica]Incipit
[modifica]Angelo Maria Pizzagalli
[modifica]Schehresad cominciò il seguente racconto.
Si dice, o re felice e intelligente, che sotto il regno del califfo Harun Arraschid, Dio abbia compassione di lui, vivevano a Baghdad due uomini, l'uno si chiamava Sindbad il marinaio, e l'altro Sindbad il facchino.
Sindbad il facchino, era un uomo molto povero, che aveva una famiglia numerosa e guadagnava poco. Sindbad il marinaio, era invece un mercante molto stimato e saggio, che esercitava un commercio tanto esteso, che alla fine non sapeva neppure dove conservare il molto oro ed argento da lui guadagnato, e le molte merci di vario genere.
Valentina Valente
[modifica]Sire, sotto il regno del califfo Harun-al-Rashid, di cui ho parlato, viveva a Bagdad un povero facchino di nome Hindbad. Un giorno di gran calura, mentre trasportava un pesantissimo carico da un capo all'altro della città, si sentì molto stanco per la strada già percorsa.
Armando Dominicis
[modifica]C'era a Bagdàd un povero facchino chiamato Hindbàd. Un giorno che faceva un caldo eccessivo, trasportava un pesantissimo carico da un capo all'altro della città.
Citazioni
[modifica]- Quanto tormento senza posa! Mentre altri godono il rezzo della felicità, io vivo in travagli e cure giornaliere, e il peso che mi grava è grande oltremisura!
Altri sono felici, senza dolore, e il destino non dà mai a loro un peso da portare, grave come il mio. Essi provano sempre piaceri nella vita, hanno ricchezza e considerazione, mangiano e bevono, e pure nascono tutte le creature dalla stessa goccia, e gli altri assomigliano a me, ed io sono come essi. Ma la nostra vita e il nostro destino è diverso, i loro pesi non assomigliano ai miei. (1941, p. 49) - La grande stanchezza e il tormento della povertà spingono spesso l'uomo a discorsi stolti e sconvenienti! (1941, p. 50)
- Sappi, o fratello, mi si chiama Sindbad, il marinaio, io ti voglio raccontare quanto mi è occorso, prima che giungessi a questa casa e in questa compagnia, perché io ho raggiunto questa prosperità, dopo gravi perdite, grandi fatiche e infiniti tormenti.
Quanto non ho dovuto soffrire prima! Io ho fatto sette viaggi e ciascun forma un racconto meraviglioso, che dovrebbe essere scritto a lettere d'oro, per servire di esempio ad ognuno! (Sindbad il marinaio; 1941, p. 51) - [...] mi vennero in mente le parole che avevo udito dire da fanciullo di mio padre, come una sentenza del Signore Suleimann, pace sia a lui: «Tre cose sono da preferirsi a tre altre: il giorno della morte a quello della nascita; un cane vivo a un leone morto, e una tomba al più sicuro palazzo». (Sindbad il marinaio; 1941, p. 51)
- Un alto grado si raggiunge solo a seconda degli sforzi. Chi vuol salire in alto, deve vegliare parecchio la notte. Chi desidera perle, deve immergersi nel profondo del mare. Solo così egli può acquistarsi considerazione e ricchezze. Ma chi desidera salire e onori, senza tendersi con ogni forza, perde la sua vita in vani desiderii. (Sindbad il marinaio; 1941, p. 52)
- Una volta andai dal re, e lo salutai e avendo trovato con lui dei mercanti indiani, ci salutammo a vicenda, ed essi mi chiesero del mio paese e in iscambio mi raccontarono dell'India e come i suoi abitanti fossero divisi in diverse stirpi, e fra questi i Shakirijeh fossero i migliori, perché non commettono mai un'ingiustizia, né invidiano mai alcuno, poi il piccolo popolo dei Brahmani, che non beve mai vino, ma vive sempre sereno in scherzo e gioia. Nel loro paese vi sono cavalli, cammelli e bestiame bovino. Essi mi dissero inoltre che gli Indiani si dividono in 42 sètte. (Sindbad il marinaio; 1941, p. 56)

- Quando il sole si avvicinò al tramonto, il cielo improvvisamente si oscurò come se fosse stato coperto da una densa nube. Grande meraviglia mi prese a questo fenomeno, perché eravamo in estate, ma scopersi che esso proveniva da un uccello di straordinaria grandezza. Mi ricordai allora che i marinai mi avevano raccontato di un uccello, che essi chiamavano Roch, e la grossa palla che mi aveva fatto tanta meraviglia, doveva essere un uovo di questo uccello. (Sindbad il marinaio; 1941, pp. 61-62)
- Nella valle v'era poi un gran numero di serpenti, lunghi e grossi come alte palme, con che ciascuno di essi avrebbe potuto avvincere un elefante. Durante il giorno essi si ritiravano nelle loro caverne per timore dell'uccello Roch e alla notte comparivano di nuovo. (Sindbad il marinaio; 1941, p. 63)
- Il rinoceronte, come mi ha raccontato un viaggiatore, si batte coll'elefante, gli fora il corpo col suo corno e lo porta in giro sulla sua testa, senza sentirne il peso, finché è morto; ma subito dopo, in estate, per il calore, il grasso dell'elefante scorre sui suoi occhi e lo rende cieco. Viene allora l'uccello Roch, li prende tutti e due coi suoi artigli per portarli al suo nido e nutrire i suoi piccini. (Sindbad il marinaio; 1941, p. 65)
- Mentre eravamo in questa terribile condizione di disperazione, la terra tremò con noi e col frastuono, pari ad un muggito della tempesta, entrò una nera figura d'uomo, grande come una palma. Egli aveva gli occhi rossi, il viso nero, le narici larghe e una gran bocca.
Si sedette su una panca e riposò un poco, poi fissò i suoi occhi su di noi e ci si fece più vicino. Alla vista di questo gigante noi trasalimmo e tremammo di angoscia. Egli mi afferrò, mi pose sulla sua mano come un passero, mi fece girare, mi palpò come un macellaio una bestia da macello, poi mi mise da parte, lontano dai miei compagni di viaggio. Fece allo stesso modo con questi, sinché giunse al capitano, che era di noi il più grasso, lo afferrò per il collo, lo gettò faccia all'ingiù, pose il ginocchio sulla nuca e la spezzò. Poi prese molta legna e accese il fuoco, e quando la legna divenne carbone, prese un grande spiedo, infilzò con esso il capitano, e lo pose sui carboni e lo fece girare a destra e a sinistra su di essi finché fu arrostito, pose il cadavere davanti a sé, e lo lasciò raffreddare, poi lo dilaniò con le unghie e ne mangiò sinché fu sazio e gettò via le ossa spolpate. (Sindbad il marinaio; 1941, pp. 67-68) - Un buon consiglio è ancor meglio che un colpo mortale [...]. (Sindbad il marinaio; 1941, p. 68)
- Quando io tornai dal re, gli dissi: «Oh, Signor mio, come potete voi seppellire vivi gli uomini?». Mi rispose: «Tale è l'usanza presso di noi. Se un uomo muore, sua moglie è sepolta con lui. Se muore una donna, il marito la segue nella tomba. Questa era l'usanza dei padri, degli avi e dei re prima di noi». Io dissi: «È una pessima usanza, vale essa anche per gli stranieri?». «Certo — egli mi rispose. — Essi non sono eccettuati». [...] Io gridai: «È dunque permesso da Dio seppellire vivo uno straniero? Io non sono dei vostri, non conoscevo la vostra usanza. Se l'avessi conosciuta, non avrei mai sposato una delle vostre donne» [...]. (Sindbad il marinaio; 1941, p. 80)
- Per Dio, appena sfuggo a un malanno incappo in un altro, e in fine devo finire così miseramente ed essere sepolto vivo! Dio maledica l'amore delle cose mondane! Solo la mia avidità mi ha posto in una situazione così disperata. (Sindbad il marinaio; 1941, p. 81)

- Poi essendomi avanzato sull'isola un poco tra gli alberi e i ruscelli osservai un uomo che sedeva presso una ruota d'acqua in movimento. Egli era del tutto nudo e portava solo un grembiule di fibra di palma e una cintura di foglie intrecciate.
Pensai: «È forse uno straniero come me», e mi avvicinai, salutandolo; rispose al mio saluto con cortesia e gentilezza e mi diede il benvenuto. Gli chiesi chi fosse, donde venisse e in qual luogo io mi trovassi. Egli mi fece capire, a segni, che lo portassi sino al pozzo della ruota d'acqua.
Sulle prime mi parve che la sua condizione avesse realmente bisogno di questo aiuto. Lo presi dunque sulle spalle e lo portai sino al luogo indicatomi, poi gli dissi di scendere e volevo deporlo, ma non potei calarlo dalle spalle, perché egli mi stringeva intorno al collo, con le gambe la cui pelle assomigliava a quella di un bufalo e che erano pesanti, quanto una montagna.
Quando vidi in qual nuovo pericolo ero caduto gridai: «Non c'è altra protezione né potenza fuori dell'Altissimo Iddio! Appena mi libero da un malanno, incappo in un altro». (Sindbad il marinaio; 1941, pp. 86-87) - Quando il vecchio osservò l'effetto che la bevanda aveva fatto su di me, mi fece intendere che ne voleva bere anch'egli, io gli porsi la zucca, che egli afferrò a vuoto sino all'ultima goccia. Divenne subito molto allegro, batté le mani, saltò sulle mie spalle, ma le sue gambe cominciarono ad allentarsi, egli tremava in tutte le membra, e ben presto fu del tutto istupidito. Allora io sciolsi il mio collo dalle sue gambe, deposi l'uomo a terra e mi rallegrai molto di vederlo sempre senza conoscenza.
Levai quindi tra gli alberi una grossa pietra e la gettai con tutta la forza sulla sua testa, così che gli stritolai il cranio, e il suo sangue si mescolò alla sua carne. Dio si affrettò con la sua anima nell'inferno. Possa egli non avere nessuna compassione di lui! (Sindbad il marinaio; 1941, p. 88) - Dopo che ebbi raccontato la mia storia, il capitano disse: «Il vecchio, che tu hai ucciso, era chiamato lo sceicco del mare. Nessuno sinora gli era sfuggito vivo, e quelli che sono morti sotto di lui, egli li ha mangiati». (Sindbad il marinaio; 1941, p. 88)
- Piansi a lungo, invocai la grazia di Dio, e lo chiamai a testimonio, che se questa volta mi fossi salvato non avrei più abbandonato la patria né parlato più di viaggi; andai, dunque, coll'animo straziato sulla riva del mare e mi richiamai alla memoria i versi del poeta:
«Quando le cose si arruffano e formano un nodo, allora viene una decisione dal cielo e le sbroglia. Abbi pazienza, quello che era oscuro divien chiaro, e chi ha stretto il nodo, forse lo scioglierà». (Sindbad il marinaio; 1941, pp. 98-99) - Scopersi però che ad ogni luna nuova alle genti spuntavano le ali e cambiavano del tutto la loro forma e prendevano quella di uccelli. Essi volavano al cielo e a casa rimanevano solo i piccini.
Quando, dunque, venne di nuovo la luna nuova e la gente cambiò la sua forma, io mi attaccai fortemente a uno e gli dissi: «Per Dio, tu mi devi portare con te». Egli si volse e mi disse: «Questo è impossibile». Con molta fatica lo indussi a prendermi sulle sue spalle, e volò con me tanto alto, che io potevo sentire come gli Angeli lodano Dio. Allora gridai: «Lodato e celebrato sia Dio». (Sindbad il marinaio; 1941, p. 102)
Explicit
[modifica]Angelo Maria Pizzagalli
[modifica]Viaggiammo da mare a mare, da isola a isola finché giungemmo felicemente a Bassora. Non mi fermai qui, ma partii subito per Baghdad, la città della pace. Dio sia lodato, che mi ha nuovamente riunito ai miei amici, tra cui tu, Sindbad il facchino.
Questa fu la fine del racconto di Sindbad.
Citazioni su Le mille e una notte
[modifica]- Tropici, e Formaggi, e Fate! Grazie alle "Mille e una notte". (Emily Dickinson)
Note
[modifica]- ↑ Citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 753.
- ↑ Citato nell'incipit del film Il fiore delle Mille e una notte di Pier Paolo Pasolini.
Bibliografia
[modifica]- Mille e una notti, traduzione di Angelo Maria Pizzagalli, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, 1941.
- Le Mille e una Notte, racconti arabi raccolti da Antoine Galland, traduzione di Valentina Valente, C.d.L.-De Agostini, 1965.
- Le Mille e una Notte, a cura di Massimo Jevolella, traduzione di Armando Dominicis, Mondadori, 1984.
- Le mille e una notte. Unica edizione dal più antico manoscritto arabo, a cura di Roberta Denaro, traduzione di Roberta Denaro e Mario Casari, Donzelli Editore, Roma, 2016, ISBN 978-88-6843-521-9
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