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Vittorio Gregotti

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.
Vittorio Gregotti nel 2016

Vittorio Gregotti (1927 – 2020), architetto e urbanista italiano.

Citazioni di Vittorio Gregotti

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  • Appartengo a una generazione che ha criticato il moderno ma ne ha colto l’importanza nelle realizzazioni sociali.[1]
  • Era il 1953, lavoravo già nella redazione di “Casabella” e un giorno sento Enzo Paci, che collaborava con la rivista, dire che aveva un appuntamento con Mann, ho immediatamente drizzato le orecchie, sono uscito, mi sono armato di bicicletta e qualche minuto dopo mi sono trovato “per caso” al caffè di piazzetta della Scala dove erano seduti Paci e Mann.[2]
  • [...] la Bicocca risponde a un'idea teorica che nega l'idea di periferia, nel modo di ampliarsi delle metropoli soprattutto europee, sostituendola con l'idea di "pezzi di città". Che contengano attività diverse, pubbliche e private, e soprattutto una mescolanza sociale molto variata: abitanti con mezzi, strumenti, livelli di educazione differenti. In questo senso, la Bicocca sta svolgendo la sua funzione. La città deve mettere insieme elementi differenti.[3]
  • Nel mio caso specifico – forse perché ho avuto come maestro un uomo come Ernesto Rogers che aveva veramente questo ideale di tenere connessi gli aspetti teoretici che riguardano l'architettura e i suoi aspetti pratici, forse perché la mia ammirazione è sempre andata a questo mondo rinascimentale nel quale pratica e teoria sono sempre state messe sullo stesso piano – non sono mai riuscito a fare a meno di scrivere, e quindi anche di polemizzare, di avere posizioni che sono state molto scomode durante il percorso della mia vita.[4]
  • [Lo ZEN di Palermo] Non è un disastro, la verità è che il progetto non è stato mai completato. [...] Il progetto dello Zen è fallito perché era destinato a un solo strato sociale. A Milano, invece, la Bicocca è un esempio riuscitissimo grazie all'Università. Allo Zen avevo previsto teatri, luoghi di lavoro, ma nulla di tutto questo venne costruito. Le periferie devono essere polifunzionali, avere un servizio unico per le città, mescolare i ceti e non confinare ceti. [...] Va completato, interconnesso. Oggi demolire non è conveniente, è sempre meglio aggiustare. [L'ho rivisto] Due anni fa. È una tragedia vederlo. Se solo l'amministrazione volesse mi trasferirei in Sicilia per finirlo. Lo ridisegnerei allo stesso modo. Mi creda, sarebbe bello. Glielo assicuro.[5]
  • Se è necessario costruire un edificio alto, costruiamolo alto. Ma molto spesso è un cercare l'applauso, o, peggio, un giocare a chi ce l'ha più lungo: allora il grattacielo è la traduzione architettonica di una dimostrazione di potere. La corsa al grattacielo ha un che di provinciale quando si pensa che esso sia di per sé espressione di modernità.[6]

Note

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  1. Citato in Francesco Erbani, Vittorio Gregotti. Il virus e la polmonite. Addio all’architetto delle città giuste, la Repubblica, 16 marzo 2020, p. 16.
  2. Citato in Stefano Bucci, Vittorio Gregotti: vi racconto i miei 90 anni (e 1.600 progetti), corriere.it, 7 agosto 2017.
  3. Dall'intervista di Egle Santolini, Vittorio Gregotti: "Gli architetti hanno smesso di pensare insieme", lastampa.it, 2 gennaio 2018.
  4. Citato in La passione dell'architettura, festivaletteratura.it, 17 marzo 2020.
  5. Dall'intervista di Carmelo Caruso, Lo Zen, ultimo sud delle "banlieu" "Fu un errore, ma vorrei ridisegnarlo", repubblica.it, 29 novembre 2014.
  6. Dall'intervista "I nuovi grattacieli? Brutti e fuori contesto. Provinciale credere che un edificio dia tanto più lustro alla città quanto più è alto. Il ricorso contro il museo di CityLife? Sacrosanto", Milanomag, 18 febbraio 2009; citato in Due interventi di Vittorio Gregotti, ordinearchitetti.mi.it.

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