Gaio Sempronio Gracco

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La morte di Gaio Gracco, dipinto di Jean-Baptiste Topino-Lebrun, 1792

Gaio Sempronio Gracco (154 a.C. – 121 a.C.), politico romano.

Discorsi[modifica]

  • [1] Uomini pessimi hanno ucciso l'ottimo mio fratello Tiberio! Ecco! Vedete quanto pienamente io gli somigli! (1968)
Pessimi Tiberium fratrem meum optimum interfecerunt! Em! Videte quam par pari sim. (citato in Flavio Sosipatro Carisio, Ars grammatica)
  • [2] Sono rimasto in provincia in quanto ritenevo fosse utile a voi, e non perché lo ritenessi proficuo alla mia ambizione: non mi sono avvicinato a nessuna taverna, e non ho lasciato oziare nemmeno i giovani di immacolata bellezza, mentre i vostri figli erano più interessati ai banchetti che all'esercito. E in provincia ho vissuto in modo che nessuno potesse affermare che io avessi ricevuto in dono anche un soldo solo o effettuato spese personali. Ho trascorso ben due anni nella provincia, e se una prostituta si è introdotta in casa mia, o se lo schiavetto di qualcuno è stato sedotto da me, potete ritenermi la persona più scellerata e depravata del mondo; ma considerando che mi sono così castamente tenuto alla larga dai loro servi, potrete rivalutare il modo in cui voi credete io mi sia comportato con i vostri figli! E così, o Quiriti, quelle borse che all'andata erano piene d'argento, al mio ritorno a Roma le ho riconsegnate vuote, mentre altri hanno riportato a casa piene di soldi quelle anfore che si erano portati dietro piene di vino[3].
Versatus sum in provincia, quomodo ex usu vestro existimabam esse, non quomodo ambitioni meae conducere arbitrabar. Nulla apud me fuit popina, neque pueri eximia facie stabant, sed convivio liberi vestri modestius erant quam apud principia. Ita versatus sum in provincia, uti nemo posset vere dicere assem aut eo plus in muneribus me accepisse aut mea opera quemquam sumptum fecisse. Biennium fui in provincia; si ulla meretrix domum meam introivit aut cuiusquam servulus propter me sollicitatus est, omnium nationum postremissimum nequissimumque existimatote. Cum a servis eorum tam caste habuerim, inde poteritis considerare, quomodo me putetis cum liberis vestris vixisse. Itaque, Quirites, cum Romam profectus sum, zonas, quas plenas argenti extuli, eas ex provincia inanes retuli; alii vini amphoras quas plenas tulerunt, eas argento repletas domum reportaverunt. (citato in Gellio, Noctes atticae, XV, 12)
  • [4] Recentemente a Teano Sedicíno arrivò il console[5]. Sua moglie espresse il desiderio di prendere un bagno nello stabilimento riservato agli uomini. Fu dato incarico al questore di Teano Sedicíno, Marco Mario, di mettere fuori dallo stabilimento quelli che vi si stavano bagnando. La moglie riferisce poi al marito che il bagno le è stato lasciato libero con ritardo, e che non era pulito. Fu piantato allora un palo in mezzo al fòro e vi fu condotto Marco Mario, l'uomo più insigne della sua città; gli furono tolti gli abiti e fu battuto con le verghe. Quelli di Cales quando seppero la cosa decretarono che nessuno usasse più il bagno pubblico, fin tanto che fosse sul posto un magistrato romano. A Ferentino[6] per la stessa ragione un nostro pretore ordinò l'arresto dei questori: uno si buttò giù dalle mura, l'altro fu preso e battuto con le verghe. Mi basterà un solo esempio per mostrarvi quanta sia la sfrenatezza e l'insofferenza dei giovani. Pochi anni or sono fu mandato dall'Asia, con funzione di legato, un giovane che ancora non aveva rivestito magistrature. Viaggiava in lettiga. Un bovaro di Venosa s'imbatté nel convoglio e, ignorando chi fosse il viaggiatore, per scherzo domandò se portavano un cadavere. Quello, come lo udì, ordinò di posare la lettiga e con le corregge, con cui la lettiga era legata, lo fece battere fino a che rese l'ultimo respiro. (1968)
Nuper Teanum Sidicinum consul venit. Uxor eius dixit se in balneis virilibus lavari velle. Quaestori Sidicino M. Mario datum est negotium, uti balneis exigerentur, qui lavabantur. Uxor renuntiat viro parum cito sibi balneas traditas esse et parum lautas fuisse. Idcirco palus destitutus est in foro, eoque adductus suae civitatis nobilissimus homo M. Marius. Vestimenta detracta sunt, virgis caesus est. Caleni, ubi id audierunt, edixerunt, ne quis in balneis lavisse vellet, cum magistratus Romanus ibi esset. Ferentini ob eandem causam praetor noster quaestores arripi iussit: alter se de muro deiecit, alter prensus et virgis caesus est. Quanta libido quantaque intemperantia sit hominum adulescentium, unum exemplum vobis ostendam. His annis paucis ex Asia missus est, qui per id tempus magistratum non ceperat, homo adulescens pro legato. Is in lectica ferebatur. Ei obviam bubulcus de plebe Venusina advenit et per iocum, cum ignoraret, qui ferretur, rogavit, num mortuum ferrent. Vbi id audivit, lecticam iussit deponi, struppis, quibus lectica deligata erat, usque adeo verberari iussit, dum animam efflavit. (citato in Gellio, Noctes atticae, X, 3)
  • [7] Me misero, dove mi nasconderò, dove andrò? Sul Campidoglio? Ma è madido del sangue di mio fratello. A casa? A vedere la madre misera e distrutta mentre piange?
Quo me miser conferam? Quo vertam? In Capitoliumne? At fratris sanguine madet. An domum? Matremne ut miseram lamentantem videam et abiectam? (citato in Cicerone, De oratore, III, 214)

Bibliografia[modifica]

  • Francesco della Corte, Antologia degli scrittori latini. Per le Scuole superiori, Loescher, Torino 1968. ISBN 9788820110833
  • Giovanna Garbarino, Letteratura latina. Storia e antologia con pagine critiche­Excursus sui generi letterari. Per le Scuole superiori – 1, Paravia, Torino 19962. ISBN 9788839531018

Note[modifica]

  1. Corre l'anno 133 a.C. ed è giorno di voto per la riforma agraria, quando in Campidoglio perdono la vita più di trecento cittadini romani, uno dei quali è Tiberio Sempronio Gracco, allora tribuno della plebe e promotore della riforma medesima. La strage si compie per volere degli aristocratici, gli Ottimati, (capeggiati dal senatore Nasica) i quali in questo delitto così efferato appaiono non come gli «ottimi» fra i cittadini, bensì come i «pessimi», i peggiori di tutti.
  2. Poiché Gaio è dell'intenzione di continuare l'opera del fratello defunto Tiberio, gli Ottimati lo nominano questore, quindi lo inviano in Sardegna ad amministrare le finanze, in modo che la sua distanza da Roma unita al fatto di ricoprire già un incarico politico gli impediscano di candidarsi a tribuno della plebe. Gaio rimane nella provincia sarda per due anni, dopo di che torna a Roma e si candida. Accusato di comportamento illegale, pronuncia questa difesa.
  3. I mercanti di Roma esportavano vini nell'isola.
  4. Gaio attacca per prima cosa le violenze e gli arbítri dei magistrati e dimostra come colonie e municipi siano esposti agli abusi di potere e ai soprusi.
  5. Il console in questione non viene nominato; come Catone, anche Gaio preferisce omettere i nomi e indicare le persone più semplicemente con la carica che esse ricoprono.
  6. Città citata anche in Orazio, Epistulae, I, 17, 7-8: «Se l'incanto della quiete e il dormire in pace sino al mattino / ti piacciono, e se la polvere, lo strepito dei carri / e l'osteria ti infastidiscono, ti consiglio di andare a Ferentino».
  7. Lasciato solo a combattere gli accanitissimi conservatori, Gaio dispera, e queste parole assolutamente patetiche sono annoverate tra le sue ultime da vivo. "Si tramandava che l'oratore avesse pronunciato queste parole in modo così commovente da strappare lacrime ai suoi stessi nemici. Si notino le interrogative retoriche e le figure di suono: l'anafora di quo; le alliterazioni me miser, matrem miseram; gli omeoteleuti miseram... videam... abiectam, ecc.: sono gli stessi procedimenti, tipici dello stile patetico, che abbiamo trovato nella poesia tragica, e in particolare nel celeberrimo lamento di Andromaca in Ennio [...]" (Giovanna Garbarino)

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