Quinto Ennio
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Ennio, immaginato da Raffaello nelle Stanze Vaticane
Quinto Ennio (239 a.C. – 169 a.C.) poeta, scrittore e storico romano.
- [Sulle specie di pesci] ... come a Clipea, la lampreda marina è superiore a tutti, ad Ainos ci sono i topi di mare, ad Abido moltissime telline scabre. A Mitilene e a Caradra, presso i confini di Ambracia, c'è il pettine. A Brindisi son buoni i sarghi: prendine, se li trovi grossi. Il pesce cignalino sappi che è ottimo a Taranto; a Sorrento cerca di comprare del pesce spada, presso Cuma del pesce blu. Perché trascurare lo scaro, ché quasi come il cervello del supremo Giove (lo si pesca grosso e buono presso la patria di Nestore [Pilo, città della Messenia]), e il melanuro, il tordo e il merlo di mare e l'ombrina marina? A Corcira c'è il polipo, le grasse teste di labro, le porpore, i murici, i topi marini e anche i dolci ricci. (da Hedyphagetica, Del mangiar bene; citato in Apuleio, Sulla magia e in sua difesa, p. 217, EDIPEM, 1973)
- Io sono cittadino di Roma, io che un tempo fui cittadino di Rudiae. (1996)
- Nos sumus Romani qui fuimus ante Rudini. (525 Skutsch)
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Aforismi [modifica]
- Moribus antiquis res stat Romana virisque. (dagli Annales, 156 Skutsch)
- Tutti gli uomini desiderano essere lodati.
- Omnes mortales sese laudari exoptant. (citato in Sant'Agostino, Epistula 231, 3)
- Amicus certus in re incerta cernitur. (da Ecuba, 116 Traglia)
- Il vero amico si rivela nella situazioni difficili.[1]
- L'amico sicuro si riconosce nell'incerta fortuna.
- Quem metuunt oderunt; quem quisque odit periisse expetit. (Ex incerta fabula, 17 Traglia)
- Benefacta male locata malefacta arbitror. (23 Traglia)
- Il sapiente che non è in grado di giovare a se stesso, inutilmente sa. (1996)
- Qui ipse sibi sapiens prodesse non quit, nequiquam sapit. (138 Traglia)
- Io sempre ho affermato e affermerò che esiste la stirpe degli dèi celesti,
ma non credo che si occupi di ciò che fa la stirpe umana;
infatti se se ne occupasse, ai buoni andrebbe bene, ai cattivi male, mentre ora non è affatto così. (1996)
- Ego deum genus esse semper dixi et dicam caelitum,
sed eos non curare opinor quid agat humanum genus;
nam si curent, bene bonis sit, male malis: quod nunc abest. (170 Traglia)
Annales [modifica]
- Tutti gli uomini desiderano essere lodati.[1] (574)
- Omnes mortales sese laudarier optant.
- Musae, quae pedibus magnum pulsatis Olympum... (1 Skutsch, Vahlen)
- ... somno leni placidoque revinctus
... visus Homerus adesse poeta. (2-3 Skutsch; 5-6 Vahlen)
- Fra innumeri genti, per vasti continenti, i miei poemi
risuoneranno famosi... (1976)
- Latos per populos terrasque poemata nostra
clara cluebunt... (4 Skutsch)
- [3] E svelta, con mani tremanti, la vecchia portò un lume.
Ilia, allora, destatasi dal sonno sconvolta, fa in lacrime questo racconto:
«Figlia di Euridice, che fu da nostro padre amata,
le forze m'abbandonano, la vita stessa abbandona il mio corpo.
Mi sembrava che un uomo, molto bello, mi trascinasse
tra i salici d'un bosco delizioso, per rive e luoghi sconosciuti:
e poi, così da sola, mi sembrava, sorella, di vagare,
di seguire a fatica le tue tracce, di cercarti
senza riuscire nel mio cuore a prenderti: non c'era sentiero a rendere il passo sicuro.
Ed ecco mi sembra che il padre mi chiami e mi dica:
"Figlia mia, dovrai prima patire sofferenze,
ma poi ritornerà per te, dal fiume, la fortuna".
Dopo queste parole subito, sorella, si ritrasse
né più si offrì allo sguardo e al desiderio del mio cuore,
benché piangendo più volte tendessi le braccia
al vasto azzurro del cielo e dolcemente l'invocassi.
Il sonno mi ha lasciata appena, con il cuore angosciato». (2003)
- Et cita quom tremulis anus attulit artubus lumen,
talia tum memorat lacrumans exterrita somno:
«Euridica prognata, pater quam noster amavit,
vires vitaque corpus meum nunc deserit omne.
Nam me visus homo pulcher per amoena salicta
et ripas raptare locosque novos; ita sola
postilla, germana soror, errare videbar,
tardaque vestigare et quaerere te, neque posse
corde capessere; semita nulla pedem stabilibat.
Exin conpellare pater me voce videtur
his verbis: "O gnata, tibi sunt ante ferendae
aerumnae, post ex fluvio fortuna resistet".
Haec ecfatus pater, germana, repente recessit,
nec sese dedit in conspectum corde cupitus,
quamquam multa manus ad caeli caerula templa
tendebam lacrumans et blanda voce vocabam.
Vix aegro tum corde meo me somnus reliquit». (34-50 Skutsch; 35-51 Vahlen)
- Allora la lupa li guarda attentamente, li osserva tutti;
poi, percorso per breve tratto il campo con passo veloce,
si ritira nel bosco. (1996)
- Indotuetur ibi lupus femina, conspicit omnis;
hinc campum celeri passu permensa parumper,
conicit in silvam sese. (66-69 Skutsch)
- [4] Allora pieni di ardore nella speranza del regno
s'accingono ambedue a trarre l'auspicio e l'augurio.
... Si volge Remo all'auspicio e va solitario a osservare
gli uccelli propizi. Ma Romolo bellissimo sale
sulla cima dell'Aventino e di là osserva gli altivolanti uccelli.
Contendevano come chiamare la città, se Rèmora o Roma.
Teneva in ansia i loro compagni chi ne sarebbe il capo.
Attendono, come quando il console s'appresta a dare
il segnale e tutti impazienti fissano le porte del recinto,
dalle cui bocche variopinte sta per lanciare i cocchi.
Così attendeva il popolo, l'occhio fisso agli eventi,
a chi dei due andrebbe la vittoria per il grande regno.
Frattanto la luna sparve nei suoi recessi notturni,
quindi la candida aurora si mostrò, sospinta dai raggi del sole;
ed ecco sú nello spazio, il più bello d'ogni altro, propizio,
un uccello volò da sinistra. Ma, allorché il sole sorge,
dodici sacri corpi di uccelli discendono dal cielo
e volano in direzione felice e favorevole.
Da ciò si accorge Romolo che il trono e il regno,
in virtù dell'auspicio, sono concessi a lui. (1976)
- Curantes magna cum cura cumcupientes
Regni dant operam simul auspicio augurioque.
... Remus auspicio se devovet atque secundam
solus avem servat; at Romulus pulcher in alto
quaerit Aventino, servat genus altivolantum.
Certabant, urbem Romam Remoramne vocarent;
omnibus cura viris uter esset induperator.
Exspectant, veduti consul cum mittere signum
volt, omnes avidi spectant ad carceris oras,
quam mox emittat pictis e faucibus currus:
sic exspectabat populus atque ore timebat
rebus, utri magni victoria sit data regni.
Interea sol albus recessit in infera noctis.
Exin candida se radiis dedit icta foras lux,
et simul ex alto longe pulcherruma praepes
laeva volavit avis. Simul aureus exoritur sol,
cedunt ce caelo ter quattuor corpora sancta
avium, praepetibus sese pulchrisque locis dant.
Conspicit inde sibi data Romulus esse priora,
auspicio regni stabilita scamna solumque. (citato in Cicerone, De divinatione, I, 107)
- O Tite tute Tati tibi tanta tyranne tulisti. (104 Skutsch; 109 Vahlen)
- [6] Nei cuori c'è il rimpianto, e insieme fra di loro
così vanno dicendo: «Romolo, divino Romolo,
quale custode della patria ti generarono gli dèi!
Nostro padre e creatore, stirpe discesa dagli dèi,
tu ci hai condotto nelle regioni della luce!». (2003)
- Pectora... tenet desiderium, simul inter
sese sic memorant «o Romule, Romule die,
qualem te patriae custodem di genuerunt!
O pater o genitor o sanguen dis oriundum!
Tu produxisti nos intra luminis oras». (105-109 Skutsch; 110-114 Vahlen)
- [7] Avanzano tra gli alberi, incidono le cortecce con le scuri;
atterrano le grandi querce, tagliano il leccio,
spezzano il frassino, abbattono l'alto abete,
travolgono i pini più elevati. Ogni albero risuonava
per lo schianto della selva frondosa. (1976)
- Incedunt arbusta per alta, securibus caedunt,
percellunt magnas quercus, exciditur ilex,
fraxinus frangitur atque abies consternitur alta,
pinus proceras pervortunt: omne sonabat
arbustum fremitu silvai frondosai. (175-179 Skutsch)
- [8] Non chiedo oro per me, non voglio compensi da voi;
non come mercanti di guerra, ma come guerrieri,
col ferro non con l'oro decideremo della nostra vita e della vostra.
Che cosa riservi la sorte sovrana, se voglia me sul trono oppure voi,
dobbiamo sperimentarlo col valore. Ecco la mia risposta:
poiché la fortuna di guerra ha rispettato il loro valore,
anch'io rispetterò la loro libertà: così è deciso.
Io li offro a voi: conduceteli via; ve li do col favore degli dèi. (2003)
- Nec mi aurum posco nec mi pretium dederitis:
non cauponantes bellum sed belligerantes,
ferro non auro vitam cernamus utrique.
Vosne velit an me regnare era quidve ferat Fors
virtute experiamur, et hoc simul accipe dictum:
quorum virtuti belli fortuna pepercit
eorundem me libertati parcere certum est.
Dono, ducite, doque volentibus cum magnis dis. (183-190 Skutsch; 194-201 Vahlen)
- [9] Altri in quei versi,
che un tempo recitavano fauni e profeti, questa guerra hanno cantato,
quando ancora nessuno tentava la scalata agli alti monti delle Muse,
né v'era chi cercasse, avanti a me, un elevato stile.
Noi abbiamo osato dischiudere la via. (1976)
- ... Scripsere alii rem
vorsibus quos olim faunei vatesque canebant,
cum neque Musarum scopulos tendebat ad altos
nec docti dicti studiosus quisquam erat ante hunc.
Nos ausi reserare. (206-210 Skutsch; 213-217 Vahlen)
- Nessuno ha mai veduto in sogno la sophía, che si dice «sapienza» in latino, prima di avere cominciato a studiarla. (2005)
- Nec quicquam sophiam, sapientia quae perhibetur,
in somnis vidit prius quam eam discere coepit. (218-219 Vahlen)
- Con un sasso spezzò il cervello in due.
- Saxo cere comminuit brum. (citato in Servio, Commentarii in Vergilii Aeneidos libros, I, 416)
- [10] Un uomo, da solo, con il suo temporeggiare risollevò il nostro stato.
Lui non anteponeva le dicerie alla nostra salvezza;
per questo la gloria di quell'uomo già subito dopo la sua morte,
e ancor più oggi, rifulge. (2003)
- Unus homo nobis cunctando restituit rem.
Noenum rumores ponebat ante salutem;
ergo postque magisque viri nunc gloria claret. (363-365 Skutsch; 370-372 Vahlen)
Eumenides [modifica]
- [11] ... il cielo risplendere, le piante metter fronde,
le viti rigogliose sbocciare di pampini,
i rami incurvarsi per l'abbondanza dei frutti,
i campi produrre messi in gran copia, tutta la natura fiorire,
le fonti zampillare, i prati rivestirsi di erbe... (1996)
- ... caelum nitescere, arbores frondescere,
vites laetificae pampinis pubescere,
rami bacarum ubertate incurvescere,
segetes largiri fruges, florere omnia,
fontes scatere, herbis prata convestirier. (75 Traglia)
Il lamento di Andromaca [modifica]
- O padre, o patria, o casa di Priamo!
Sacra dimora chiusa da cardini altisonanti,
io ti vidi, quando ancora era in piedi la potenza barbarica,
con i soffitti intarsiati e intagliati,
regalmente adorna d'oro e d'avorio.
Tutto questo ho visto incendiato,
la vita a Priamo strappata via con violenza,
l'altare di Giove insozzato di sangue. (1996)
- O pater, o patria, o Priami domus,
Saeptum altisono cardine templum!
Vidi ego te adstante ope barbarica
Tectis caelatis laqueatis,
Auro ebore instructam regifice.
Haec omnia vidi inflammari,
Priamo vi vitam evitari,
Iovis aram sanguine turpari. (41 Traglia)
Bibliografia [modifica]
- Corrado Carini e Maria Pezzati, Selecta: Storia e antologia della letteratura latina, G. D'Anna, Firenze 2005. ISBN 9788881047567
- Francesco della Corte, Antologia degli scrittori latini, Loescher, Torino 19762. ISBN 9788820110833
- Gian Biagio Conte ed Emilio Pianezzola, Corso integrato di letteratura latina. Per le Scuole superiori vol. 1-2: Alta e media RepubblicaL'età di Cesare, Edumond Le Monnier, Firenze 2003. ISBN 9788800423175
- Giovanna Garbarino, Letteratura latina. Storia e antologia con pagine criticheExcursus sui generi letterari. Per le Scuole superiori – 1, Paravia, Torino 19962. ISBN 9788839531018
Note [modifica]
- ↑ a b Citato in Paola Mastellaro, Il Libro delle Citazioni Latine e Greche, Mondadori, Milano, 1994. ISBN 978-88-04-47133-2
- ↑ "[...] il poeta nomina, come sue ispiratrici, le Muse. Anche in questo caso è evidente la polemica letteraria contro i predecessori che invece si ispiravano, come Livio Andronico, alle Camenae. Il riferimento alle muse è inoltre anche significativo per un altro aspetto. Nel 179 a.C. il nobile Marco Fulvio Nobiliore, allora censore, aveva fatto erigere il primo tempio romano dedicato alle Muse, che sanciva l'introduzione a Roma del culto di queste divinità. Nel richiamo alle Muse [...] è dunque avvertibile anche un omaggio al signore che tale culto aveva ufficializzato." (Maria Pezzati)
- ↑ Ennio segue quella parte di tradizione mitica secondo cui Enea ebbe non un unico genito maschio (Iulo/Ascanio), ma due figlie femmine:
- (nel brano) l'anziana donna dalle "tremule mani", avuta da Euridice, "meglio nota come Creusa" e "da non confondere con l'omonima eroina sposa di Orfeo" (Gian Biagio Conte).
- Ilia/Rea Silvia, avuta dalla seconda moglie Lavinia.
- ↑ "I due fratelli vogliono ora fondare la loro città: ma, essendo gemelli, non sanno chi deve essere il capo" (Francesco Della Corte). A tal quesito trovano risposta con l'aruspicina, una tecnica divinatoria di origine etrusca.
- ↑ "Così veniva apostrofato Tito Tazio, forse da Romolo quando apprendeva la notizia della sua tragica fine [...] È questo un caso limite, in cui non solo tutte le parole del verso, tranne il monosillabo iniziale, allitterano fra loro, ma ben cinque parole su sette contengono al loro interno una seconda /t/. L'allitterazione è usata qui non tanto in funzione solenne (come avviene in molti altri casi) quanto allo scopo di accentuare il pathos." (Giovanna Garbarino)
- ↑ È il funerale di Romolo.
- ↑ "Si abbattono gli alberi in una foresta. Per costruire una flotta pensano gli uni; per cremare i morti in battaglia pensano gli altri. È comunque un pezzo di bravura descrittiva" (Francesco Della Corte). Si notino:
- Gli omoteleuti dei verbi: incedunt, caedunt, percellunt, pervortunt; exciditur, frangitur, consternitur;
- La paronomasia nel terzo verso: fraxinus frangitur;
- Il genitivo singolare arcaico della prima declinazione: silvai frondosai;
- Le allitterazioni: exciditur ilex, fraxinus; pinus proceras pervortunt;
- I suoni di molte parole, quali percellunt e fremitu, quasi onomatopeici.
- ↑ "«Con il ferro, non con l'oro si deve riscattare la patria»: così Camillo (362 a.C.) – secondo il racconto di Livio, 5, 49, 3 – incita i concittadini a riprendere le armi contro i Galli rinunciando a mercanteggiare la pace con Brenno, il capo nemico." (Gian Biagio Conte)
- ↑ Ennio attuò un'importante traformazione nella poesia latina, sostituendo lo scomodo saturnio (usato anche da Livio Andronico e Gneo Nevio) con l'esametro, metro per eccellenza della poesia greca, più flessibile e adatto alla retorica del dramma, dell'epica e della lirica di ambedue le lingue, mentre il saturnio era più rigido e meno permeabile ai parallelismi fonico-ritmici.
- ↑ Ritratto di Quinto Fabio Massimo, il «Temporeggiatore».
- ↑ Si notino:
- L'omoteleuto: nitescere, frondescere, pubescere;
- L'allitterazione: fruges, florere, fontes.
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