Giulio Cesare (Shakespeare)

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1leftarrow.pngVoce principale: William Shakespeare.

Giulio Cesare (The Life and Death of Julius Caesar), tragedia shakespeariana scritta probabilmente nel 1599.

Incipit[modifica]

Antonio Di Meo[modifica]

Roma. Una via. Entrano Flavio, Marullo e alcuni plebei.
Flavio: Via! A casa, fannulloni, andatevene a casa. È festa oggi? Come! Non sapete che, essendo artigiani, non dovreste andare in giro in giro di lavoro senza i segni del vostro mestiere? Che mestiere fai tu? Parla.
Primo plebeo: Falegnama, signore.
Marullo: Dov'è il tuo grembiule di cuoio e il regolo? Che cosa fai in giro, vestito a festa? Tu, che mestiere fai?
Secondo plebeo: In verità, signore, al confronto d'un operaio fine sono soltanto quello che tu diresti un ciabattino.
Marullo: Ma che mestiere fai? Rispondi senza equivocare.
Secondo cittadino: Un mestiere, signore, che spero di poter fare con tranquilla coscienza, e che sarebbe, a dire il vero signore, rabberciatore di cattive anime... anime di scarpe voglio dire.

Alfredo Obertello[modifica]

Roma. Una strada.
Flavio: Via di qua, a casa, signori miei sfaccendati; a casa, dico. È mica questo un giorno di festa? Come, non sapete che non è lecito a voi artigiani girare nei giorni di lavoro senza i distintivi del vostro mestiere? _ Sentiamo, che mestiere fai tu?
Primo cittadino: Ecco, signore, il falegname.
Marullo: E dove ce l'hai il grembiule di cuoio e la squadra? Che mi fai così vestito di nozze? – E voi, amico, che mestiere avete?
Secondo cittadino: Parola, signore, se prendiamo a pargone un artigiano che lavoro di fino, io non sono, come si usa dire, altro che rappezzaciabatte.
Marullo: Ma che mestiere hai? Rispondi a filo.
Secondo cittadino: Un mestiere, signor mio, a cui spero di potere badare tenendomi pulita la coscienza: cioè, rappezzo pellacce.

Goffredo Raponi[modifica]

Una via di Roma
Entrano FLAVIO e MARULLO, incontrando alcuni popolani

Flavio – Via di qua, sfaccendati, a casa, a casa! Si fa vacanza? È forse dì di festa? Non sapete che in giorno di lavoro è vietato alla gente di mestiere d'andare in giro senza il distintivo della sua professione? Qual è il tuo?
1° cittadino – Io faccio il falegname.
Flavio – E dove l'hai il tuo grembiul di pelle? Ed il tuo regolo?... E che vai facendo così agghindato per le vie di Roma come andassi a una festa? (Al 2° Cittadino) E tu, compare, che mestiere fai?
2° cittadino – Be', io, a dirla franca, a confronto ad un artigiano fino, sarei quel che si dice un capponaio.
Marullo – Rispondi a tono: che mestiere fai?
2° cittadino – Un mestiere, signore, che spero di poter esercitare con tranquilla coscienza, questo è certo; rammendator di suole sfasciate[1].
[William Shakespeare, Giulio Cesare, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Carlo Rusconi[modifica]

Roma. Una strada.
Entrano Flavio, Marullo e alcuni cittadini.

Flavio: Via; alle vostre case, ignava gente, alle vostre case; è forse oggi giorno di festa? Che? Non sapete che essendo artigiani non potrete scorrazzare nelle giornate di lavoro senza il segno della vostra professione? Parla, tu, che mestiere fai?
I cittadino: Io, signore, faccio il carpentiere.
Marullo: Dov'è allora il tuo grembiule di cuoio e il tuo regolo? Perché indossi i tuoi migliori panni? Voi, messere; che mestiere fate voi?
II cittadino: In vero, signore, in confronto a un buon operaio, io sono quello che potreste chiamare un ciabattino.
Marullo: Ma che mestiere fai? Rispondi direttamente.
II cittadino: Un mestiere, signore, che spero di esercitare con sicura coscienza; io non sono, signore, che un rappezzatore di cattive suole.
[William Shakespeare, Giulio Cesare, trad. di Carlo Rusconi, Newton, 1990]

Citazioni[modifica]

  • Non so quel che pensiate, tu ed altri, di questa vita, ma, per conto mio, meglio vorrei non essere mai nato che viver nel terrore d'un mio simile, d'un uomo in carne ed ossa come me. (Cassio: atto I, scena II; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber, p. 14)
  • A volte gli uomini sono padroni del loro destino; la colpa, caro Bruto, non è delle stelle, ma nostra, che ne siamo dei subalterni. (Cassio: atto I, scena II)
  • È utile che le menti nobili sempre si tengano coi loro pari. (Cassio: atto I, scena II, p. 220)
  • Vorrei che attorno a me ci fossero degli uomini piuttosto grassi, e con la testa ben pettinata, e tali, insomma, che dormano la notte. Quel Cassio laggiù ha un aspetto troppo magro e affamato: pensa troppo, e uomini del genere sono pericolosi. (Cesare ad Antonio: atto I, scena II)
  • L'umiltà, prova esperienza comune, è la scala di una giovane ambizione. Ma, come abbia raggiunto l'ultimo gradino, volge essa le spalle alla scala e rimira le nubi, spregiando i gradini più bassi ond'essa è ascesa. (Bruto: atto II, scena I)
  • L'abuso di grandezza si avvera quando essa disgiunge la tenerezza d'animo dal potere... (Bruto: atto II, scena I, p. 229)
  • La mansuetudine è la scala dell'ambizione in erba a cui volge la faccia chi sale in su; ma una volta che costui abbia raggiunto l'ultimo piolo, allora volge le spalle alla scala, sta a guardare le nuvole disprezzando quegli infimi gradini con cui poté salire. (Bruto: atto II, scena I, p. 229)
  • Gli unicorni possono essere indotti in inganno per mezzo degli alberi; gli orsi per mezzo degli specchi; gli elefanti per mezzo delle buche; i leoni per mezzo delle reti, e gli uomini, infine, per mezzo dell'adulazione. (Decio: atto II, scena I)
  • I paurosi muoiono mille volte prima della loro morte, ma l'uomo di coraggio non assapora la morte che una volta. La morte è conclusione necessaria: verrà quando vorrà. (Cesare: atto II, scena II)
  • Cesare: Le idi di marzo sono arrivate.
    Indovino: Sì, Cesare, ma non sono passate. (atto III, scena I)
  • Ma io sono costante ed immutabile come la Stella dell'Orsa Minore alla cui fissità nessuna stella è pari, nell'intero firmamento. (Cesare: atto III, scena I; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
Ma io sono costante come la stella polare, che per il suo esser fedele, fissa e inamovibile non ha pari nel firmamento.
  • [Ultime parole] Et tu, Brute?[2]... E allora cadi, Cesare! (Cesare: atto III, scena I; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
Et tu, Brute? — Then fall, Caesar!
  • Bruto: Che dobbiamo morire lo sappiamo. Ma è il numero dei giorni, e l'ora, e il momento che soprattutto preoccupano l'uomo.
    Cassio: Così colui che toglie vent'anni alla vita dell'uomo, toglie un egual numero di anni alla paura della morte. (atto III, scena I)
  • Come mi accorgo, la commozione è contagiosa, poiché i miei occhi, al vedere le perle di dolore che brillano nei tuoi, prendono ad inumidirsi. (Antonio: atto III, scena I)
  • Il male che gli uomini compiono si prolunga oltre la loro vita, mentre il bene viene spesso sepolto insieme alle loro ossa. (Antonio: atto III, scena II)
  • Romani, amici, cittadini, datemi ascolto. Sono qui per seppellire Cesare, non per tesserne le lodi. Il male che gli uomini fanno vive dopo di loro, e spesso il bene viene sotterrato con le loro ossa. Così sia per Cesare. (Antonio: atto III, scena II)
  • Se avete lacrime, preparatevi a versarle adesso. (Antonio: atto III, scena II, 1963)
  • C'è una marea nelle cose degli uomini che, colta al flusso, mena alla fortuna; negletta, tutto il viaggio della vita s'incaglia su fondali di miserie. (Bruto: atto IV, scena III)
  • Un amico dovrebbe tollerare le debolezze del suo amico, ma Bruto fa le mie più gravi di quanto non siano. (Cassio: atto IV, scena III, p. 63, 1974)
  • Le belle parole sono migliori dei brutti colpi. (Cassio: atto V, scena I, p. 74, 1974)
  • Oh, se uno potesse già conoscere l'esito degli avvenimenti d'oggi! Ma basterà che si concluda il giorno, e tutto si saprà. (Bruto: atto V, scena I)
  • Oh sole al tramonto, così come nei tuoi raggi rossi tu sprofondi alla notte, allo stesso modo la giornata di Crasso tramonta nel suo rosso sangue. (Titinio: atto V, scena III)
  • Quando l'amore prende ad ammalarsi e affievolirsi, fa uso di cortesie e spese di contraggenio. In una fedeltà semplice e schietta non si trovano artifici di sorta.
  • Sangue, gocce scarlatte che visitano il cuore.
  • ...sono ammalato di molti anni.
  • [Ultime parole] Addio, caro Stratone! Abbi ora pace Cesare: t'ho ucciso nemmeno per metà sì volentieri! (Bruto: atto V, scena V; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber, p. 117)
Farewell, good Strato.—Caesar, now be still: I kill'd not thee with half so good a will.

Citazioni su Giulio Cesare[modifica]

  • La tragedia secondo il Chambers, venne probabilmente rappresentata per la prima volta nel 1599 o 1600, e divenne immediatamente popolare. La fonte principale è Plutarco nella traduzione di Sir Thomas North, pubblicata nel 1576. La vita di Cesare del biografo greco, già in sé opera di notevole pregio, è seguita nei dettagli, anche se Shakespeare allarga o restringe i tempi dell'azione secondo le esigenze della sua concezione drammatica, e inserisce in essa del materiale delle Vite di Bruto e di Antonio. (Antonio Di Meo)
  • Tutto il dramma, come anche il Coriolano, è improntato ad una severa austerità stilistica, senza alcun elemento comico. L'opera è artisticamente completa in sé poiché termina là dove era cominciata cioè con il trionfo di Cesare, dopo aver dato una fuggevole visione dell'avventura repubblicana, e inoltre conserva l'unità d'azione, facendo convergere le scene ad un punto: l'uccisione del dittatore. (Antonio Di Meo)
  • Per la prima volta, nel Giulio Cesare Shakespeare, facendo di Bruto l'apostolo della libertà e di Cesare il tiranno, rovescerebbe la visione gerarchica e sacrale dello stato tipica del Medioevo, per cui, così com'è nella Commedia di Dante, Bruto è il traditore e Cesare il capo sacrale. (Antonio Di Meo)
  • La tragedia del Giulio Cesare sta anche nell'urto di due istanze ugualmente imperiose e corrispondenti al conflitto che proprio allora avveniva sia in Shakespeare sia nel suo mondo tra Medioevo e mondo moderno: Cesare è il capo sacrale che è delitto uccidere in ogni caso, e Bruto il portatore del principio della libertà, che tuttavia lo spinge a turbare l'armonia cosmica, e quindi a scontare questa colpa. (Antonio Di Meo)

Note[modifica]

  1. "Mender of bad soles", dice il cittadino; ma "soles" si pronuncia come "souls", "anime", e Marullo così capisce; donde la sua irritata reazione. Il bisticcio è intraducibile.
  2. Storicamente Gaio Svetonio Tranquillo riporta, come ultime parole di Gaio Giulio Cesare, «Kαὶ συ, τέκνον» (Anche tu, figlio mio?).

Bibliografia[modifica]

  • William Shakespeare, La tragedia di Giulio Cesare, traduzione di Alfredo Obertello, Arnoldo Mondadori Editore, 1970.
  • William Shakespeare, Giulio Cesare, traduzione originale di Goffredo Raponi.
  • William Shakespeare, Giulio Cesare, traduzione di Antonio Di Meo, Aldo Garzanti Editore, 1974.
  • William Shakespeare, Giulio Cesare, trad. di Carlo Rusconi, Newton, 1990.

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