Plutarco

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Plutarco

Plutarco (46 circa – 120), scrittore e filosofo greco antico.

Citazioni di Plutarco[modifica]

  • [Anassimandro] Dice che la terra ha forma cilindrica e altezza corrispondente a un terzo della larghezza. Dice che quel che dall'eterno produce caldo e freddo si sparò alla nascita in questo mondo e che da esso una sfera di fuoco si distese intorno all'aria che avvolgeva la terra, come corteccia intorno all'albero: spaccatasi poi questa sfera e separatasi in taluni cerchi, si formarono il sole, la luna gli astri. Dice pure che da principio l'uomo fu generato da animali di altra specie. (da Doxa) [1]
  • Egli [Anassimene] sostiene che, solidificatasi l'aria, per prima si forma la terra la quale è molto piatta – e pertanto a ragione si mantiene sospesa nell'aria –: il sole, la luna, le altre stelle hanno il principio della nascita dalla terra. Afferma infatti che il sole è terra, la quale per la rapidità del movimento si è molto infocata ed è diventata incandescente. (da Doxa) [1]
  • [Demetrio I Poliorcete] Grande amatore, grande bevitore, grande capitano, munifico, sprecone, insolente. Era alto di statura: i suoi lineamenti erano di una bellezza tanto singolare, che non ci fu scultore né pittore capace di ritrarla. Essi possedevano dolcezza e severità, terribilità e grazia: vi rifulgevano l'audacia di un giovane, l'aspetto di un eroe e la maestà di un re. Alla stessa maniera era conformato il suo carattere, tale cioè da sbigottire e attrarre chi aveva a che fare con lui. (citato in Nella Provenzal, Demetrio Poliorcete, Historia, n. 245, luglio 1978, Cino del Duca)
  • Il grande Pan è morto! (da Sul tramonto degli oracoli, 17)
Περὶ τῶν Ἐκλελοιπότων Χρηστηρίων
  • L'uomo mangia a sazietà cibi macchiati delle stragi di animali rendendosi molto più feroce delle fiere selvagge. Il sangue e le carni sono cibi per il lupo ed il serpente, non per gli esseri umani. (citato in Franco Libero Manco, Biocentrismo. L'alba della nuova civiltà, Nuova Impronta Edizioni, Roma 1999, p. 203)
  • Ma la pesca con l'amo e le reti, per qualsiasi tipo di pesce, è chiaramente un colpevole atto di ghiottoneria e avidità da parte di chi desidera mangiare pesce; rappresenta inoltre un intorbidire le acque del mare, e un penetrare nelle sue profondità senza una buona ragione. [...] Infatti non soltanto tra gli Egizi e i Siriani, ma anche tra gli Elleni c'era un elemento di santità nell'astenersi dal mangiare pesce. Con l'aiuto della giustizia, penso che dovremmo respingere con orrore il lusso inutile del mangiare pesce. (da Dialoghi a tavola, citato in Rynn Berry, Da Buddha ai Beatles. La vita e le ricette inedite dei grandi vegetariani della storia, trad. Annamaria Pietrobono, Gruppo Futura – Jackson Libri 1996)
  • Per un boccone di carne prendiamo a un animale il sole e la luce e quel poco di vita e di tempo, gioire dei quali sarebbe stata la sua destinazione. (citato in Karlheinz Deschner, Sopra di noi... niente, Ariele, 2008)
  • Quando le candele son spente tutte le donne son belle. (da Opere morali, Precetti coniugali, 144 E)
  • Quando si gioca a palla le mosse di chi riceve devono essere in sintonia con quelle di chi lancia: così in un discorso c'è sintonia tra chi parla e chi ascolta se entrambi sono attenti ai propri doveri. (da Moralia, II)
  • Se è vero che chi gioca a palla impara contemporaneamente a lanciarla e a riceverla, nell'uso della parola invece il saperla accogliere bene precede il pronunciarla. (da Moralia, II)
  • Tu vedi i combattimenti delle fiere fra di loro e con gli uomini, come sieno senz'inganno e senz'arte, e come si difendano e facciano vendetta con palese e nudo ardire e con verace forza, e come non per comandamento di legge, né per temenza di pena da darsi a chi abbandona il campo, ma per natura fuggano l'esser vinti, e soffriscano gli ultimi mali per mantenersi invitti. […] E quant'a quelle fiere che con lacci ed inganni furon prese dagli uomini, allorché sono in matura età e perfetta, tutte sdegnano il cibo e soffrono la sete, conducendosi a tale stremità, che ben mostrano d'amar meglio la morte che la servitù. […] Onde è manifesto che gli animali sono ben disposti per natura all'ardire e al valore […]. (da Che i bruti usano la ragione, in Opuscoli di Plutarco, traduzione di Marcello Adriani, vol. 5, Sonzogno, Milano, 1829, pp. 486 sg.)

Iside e Osiride[modifica]

  • Il principio dell'essere, dello spirito, del bene, infatti è più forte della distruzione e del mutamento. Da esso derivano le immagini che improntano il mondo sensibile e corporeo. Ma le regole, le forme, le somiglianze che questo riceve sono come suggelli sulla cera (De Iside et Osiride, citato in Qabbalah visiva, di Giulio Busi, Einaudi, 2005, p. 22)
  • La cosiddetta tetraktys, ossia il trentasei, era la forma più alta di giuramento [per i pitagorici], come è stato rivelato, ed ha avuto il nome di Mondo perché è formata dalla somma dei primi quattro numeri pari e dei primi quattro dispari. (pp. 140-141)
  • Si potrebbe dedurre che anche gli Egiziani visualizzino la natura dell'universo con la figura del triangolo più bello, proprio come Platone nella Repubblica sembra averlo impiegato per impostare graficamente il concetto dell'unione matrimoniale. Questo triangolo ha l'altezza di 3 unità, la base di 4, e l'ipotenusa di 5, tale cioè che il suo quadrato è uguale alla somma dei quadrati degli altri due lati che la delimitano. L'altezza, dunque, può essere paragonata al maschio, la base alla femmina, e l'ipotenusa al figlio da entrambi generato; allo stesso modo Osiride si identifica con l'origine, Iside con l'elemento ricettivo, e Horos con il loro prodotto compiuto. (p. 118)
  • I Pitagorici hanno in odio il diciassette più di ogni altro numero, e lo chiamano "ostacolo". Esso infatti cade fra il sedici, che è un quadrato, e il diciotto, che è un rettangolo, i soli fra i numeri a formare figure piane che abbiano il perimetro uguale all'area; il diciassette si pone come un ostacolo fra di loro, e li separa uno dall'altro, e spezza la proporzione di uno e un ottavo in intervalli disuguali.

Apophthegmata Laconica[modifica]

Agesilao II

TriangleArrow-Right.svg Citazioni in ordine temporale.

  • Aveva l'abitudine di dire che un comandante deve distinguersi dai soldati semplici non per il lusso e le comodità, ma per resistenza e coraggio. (210 A)
  • Agli amici diceva che dovevano tentare di arricchirsi di virtù e di coraggio, non di denaro. (210 E)
  • Rispondendo a un tale che accusava gli Spartani di "medizzare", disse che erano piuttosto i Medi a "laconizzare". (213 B)
  • Quando gli fu chiesto quale virtù fosse migliore fra coraggio e giustizia, disse che il coraggio non serviva a niente in assenza della giustizia; d'altra parte, se tutti fossero stati giusti, non ci sarebbe stato nessun bisogno del coraggio. (213 B-C)
  • Diceva che gli abitanti dell'Asia non valevano nulla come liberi, ma erano schiavi eccellenti[2]. (213 C)
  • Diceva che un comandante doveva dar prova di coraggio con i nemici, di bontà con i subordinati e di sangue freddo nei momenti difficili. (213 C)
Agide II
  • Diceva che gli Spartani non mandavano a chiedere quanti erano i nemici, ma dove erano. (215 D)
Anonimo spartano
  • Vedendo uno che faceva una colletta per le divinità, uno spartano disse che non aveva nessuna stima per un dio che fosse più povero di lui. (235 E)
Cleomene I
  • Cleomene, figlio di Anassandrida, diceva che Omero era il poeta degli Spartani e Esiodo quello degli Iloti, perché il primo ha insegnato come si combatte, il secondo come si coltiva la terra. (223 A)
  • Quando lo accusarono di aver violato i giuramenti [dopo aver stipulato con Argo una tregua di una settimana, il terzo giorno l'aveva assalita, uccidendo alcuni abitanti e facendo prigionieri tutti gli altri], disse che aveva stipulato una tregua per sette giorni, ma che non aveva preso alcun impegno per le notti; aggiunse che, a giudizio sia degli dei sia degli uomini, qualunque danno si riesce a infliggere ai nemici è più importante della giustizia. (223 B)
Epeneto

Epeneto diceva che la colpa di tutti gli errori e di tutte le ingiustizie era dei bugiardi. (220 C)

Lisandro
  • A volte qualcuno lo rimproverava per la sua tendenza ad agire prevalentemente con l'inganno: dicevano che era indegno di Eracle vincere con trucchi, senza battersi a viso aperto. Egli rideva e rispondeva che, se la pelle di leone non serviva, bisognava cucirsi una pelle di volpe. (229 B)
  • Sosteneva che la verità è meglio della menzogna, ma il valore dell'una e dell'altra è determinato solo dall'uso che se ne fa. (229 A-B)
Pausania
  • Diceva che il medico migliore è quello che non fa marcire gli ammalati, ma li seppellisce direttamente. (231 A)

Perì sarcophagìas[modifica]

Incipit[modifica]

Tu ti chiedi per quale motivo Pitagora si astenesse dal mangiar carne? Io per parte mia mi domando stupito quale evenienza, quale stato d'animo o disposizione mentale abbia spinto il primo uomo a compiere un delitto con la bocca, ad accostare le labbra alla carne di un animale morto e a definire cibo e nutrimento, davanti a tavole imbandite con corpi morti e corrotti, membra che poco prima digrignavano i denti e gridavano, che potevano muoversi e vedere. Come poteva il suo sguardo tollerare l'uccisione delle vittime sgozzate, scuoiate, smembrate, il suo olfatto resistere alle esalazioni, come ha fatto il senso di contaminazione a non dissuadere il palato, a contatto con le piaghe di altri esseri, nel ricevere i succhi e il sangue putrefatto di ferite mortali?

Citazioni[modifica]

  • Non sarebbero tutti d'accordo nel sostenere che i primi che si misero a mangiar carne lo fecero spinti dal bisogno e dall'indigenza?
  • Non solo dunque il mangiar carne è contro natura in relazione al corpo, ma rende ottuso anche lo spirito con la sazietà e il disgusto che ne deriva.
  • Sarebbe il caso di discutere su chi cominciò per primo a mangiar carne, non su chi troppo tardi smise!

Vite Parallele[modifica]

  • Bruto era in atto di far passar l'esercito da Abido alla riva opposta, e posava, secondo il suo costume, di notte, sotto al padiglione, non dormendo, ma all'avvenire pensando: perché se fu mai capitano che poco dormisse, egli fu desso, e per sua natura dimorava vigilante il più del tempo: parveli sentire grande strepito alla porta, e guardando al lume della lucerna vicina a spegnersi, vide terribile imagine d'uomo strano, grande e d'orribile aspetto. Di che spaventato in principio, come vide poi non far male, né parlare, ma tacito starsi appresso al letto, domandò chi fusse. Costui risposte: Sono, o Bruto, il tuo mal genio, e mi rivedrai appresso Filippi. (da Vita di Giulio Cesare, IV, citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 740)
  • Callicratida [...] non dette una buona risposta quando, all'indovino che lo pregava di guardarsi dalla morte che le vittime sacrificate presagivano, disse che le sorti di Sparta non dipendevano da un solo uomo. (da Vita di Pelopida, 2, 1, traduzione di Stefano Bocci e Aristoula Georgiadou, 1998)
  • Io vorrei certamente essere il primo fra questi, piuttosto che il secondo a Roma.
  • La perseveranza serve più della violenza: molte cose che non possono essere superate tutte assieme lo sono se prese poco a poco. (Sertorio, 16, 4)
  • Ho scelto l'uomo simpatico a preferenza del ricco; preferisco un uomo senza denaro al denaro senza un uomo. (Temistocle)
«Preferisco un uomo senza quattrini, piuttosto che quattrini senza uomo.»
  • E Alessandro andò da Diogene. Lo trovò sdraiato al sole. Diogene, sentendo tanta gente che veniva verso di lui, si sollevò un po' e guardò Alessandro. Questi lo salutò affettuosamente e gli chiese se avesse bisogno di qualcosa che potesse fare per lui. «Scostati dal sole» rispose il filosofo.
  • [Dopo la battaglia di Egospotami] Lisandro, poiché decretata fu dal consesso la morte ai tremila Ateniesi prigionieri di guerra, fattosi venir innanzi Filocle, comandante degli Ateniesi medesimi, lo interrogò, a qual gastigo condennasse egli sè stesso per aver già consigliata a' suoi cittadini una tal determinazione contro gli altri Greci che restati fosser prigioni [tagliare a ognuno di loro il pollice della mano destra]: e costui, senza rallentar punto il coraggio suo per la calamità in cui si trovava, gli rispose, che accusar ei non volesse chi non avea giudice alcuno a cui poter ricorrere; ma che essendo vincitore facesse pur eseguire quanto dovuto avria sostenere, se rimanea vinto. (da Vita di Lisandro, 13, 1, traduzione di Girolamo Pompei, 1829)

Demostene[modifica]

  • Quando questi ultimi [Eschine e Filocrate] lodarono Filippo come un uomo abilissimo nel parlare e bellissimo da vedere e, per Zeus, ottimo bevitore, Demostene non poté fare a meno di gettare il discredito e la derisione su questi discorsi dicendo che il primo elogio era adatto a un sofista, il secondo a una donna, il terzo a una spugna, nessuno a un sovrano. (16, 4)

Timoleonte[modifica]

  • Apparve allora il Crimiso e si videro i nemici che lo stavano attraversando: in testa le quadrighe con le loro terribili armi e già pronte alla battaglia, dietro diecimila opliti armati di scudi bianchi e che, a giudicare dallo splendido armamento, dalla lentezza e dall'ordine con cui marciavano, si suppose che fossero Cartaginesi. (Timoleonte, 27)
  • Diogene: O Dionisio, tu vivi in una condizione indegna di te.
    Dionisio si fermò e rispose:
    Dionisio: O Diogene, mi fa piacere che tu abbia compassione delle mie sventure.
    Diogene: Che dici?...
    Riprese Diogene.
    Diogene: ...credi che io mi addolori per le tue sventure? Io sono sdegnato invece di vedere che uno schiavo quale sei, degno di invecchiare e morire da tiranno come tuo padre, viva qui con noi divertendosi e godendo. (Vita di Timoleonte)

Incipit di Vita di Sertorio[modifica]

Non ci si dovrebbe stupire, se, mutando variamente la Fortuna il suo corso, in uno spazio di tempo infinito i medesimi avvenimenti si ripetono.

Note[modifica]

  1. a b Opera generalmente attribuita a Plutarco ma di dubbia origine
  2. Lo stesso Plutarco (Apophthegmata Laconica, 222 D-E) attribuisce una citazione uguale a Callicratida.

Bibliografia[modifica]

  • Plutarco, Le virtù di Sparta (Apophthegmata Laconica), traduzione di Giuseppe Zanetto, Adelphi, 1996, ISBN 978-88-459-1208-5.
  • Plutarco, Moralia I – La serenità interiore e altri testi sulla terapia dell'anima, a cura di Giuliano Pisani, Biblioteca dell'Immagine, Pordenone, 1989, pp. I-LIX, 1-508.
  • Plutarco, Moralia II – L'educazione dei ragazzi, a cura di Giuliano Pisani, Biblioteca dell'Immagine, Pordenone, 1990, pp. I-XXXVIII, 1-451.
  • Plutarco, Moralia III – Etica e politica, a cura di Giuliano Pisani, Biblioteca dell'Immagine, Pordenone, 1992, pp. I-LIII, 1-490.
  • Plutarco, Iside e Osiride, traduzione Marina Cavalli, Adelphi, 1985.
  • Plutarco, Perì sarcophagìas (I dispiaceri della carne), a cura di Alessandra Borgia, Millelire stampa alternativa 1995.
  • Plutarco, Vita di Demostene, traduzione di Chiara Pecorella Longo, Beatrice Mugelli e Lucia Ghilli, BUR, 1995, ISBN 978-88-17-17052-9.
  • Plutarco, Vita di Sertorio, traduzione di Carlo Carena.
  • Plutarco; Vita di Timoleonte, a cura di Carlo Carena, Einaudi, 1958.

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