Giuseppe Cesare Abba

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Giuseppe Cesare Abba

Giuseppe Cesare Abba (1838 – 1910), patriota e scrittore italiano.

Citazioni[modifica]

  • In mare. Dal piroscafo il Lombardo
    6 maggio mattino

    Noi del Lombardo siamo un bel numero. Se ce ne sono tanti sul Piemonte, arriveremo al migliaio. Chi potesse vedere nel cuore di tutti, ciò che sa ognuno della nostra impresa e della Sicilia!. A nominarla, sento un mondo dell'antichità. Quei Siracusani che, solo a sentirli cantare i cori greci, mandarono liberi i prigionieri di Nicia, mi parvero sempre una delle più grandi gentilezze che siano state sulla terra. Quel che oggi sia l'isola non lo so. La vedo laggiù in una profondità misteriosa e sola. E Trapani? (dalle Noterelle)
  • 16 [maggio]
    Ormai il mio cuore è pieno. Il tramonto del sole mi fa mesto. Seduto sulla punta del colle di S. Vito agli ultimi avamposti, io guardo il golfo di Castellamare ed Alcamo e la profonda valle e le colline seminate di fiori e popolate d'oliveti. E penso a te o Madre mia, a te mio Padre infelice, a voi cari fratello e sorelle, a voi che mi amate tanto e che non mi vedrete forse mai più. Oh se Dio concede che io ritorni alle mie case! (dal Taccuino)
  • L'Ave Maria ha ispirato la poesia, la pittura, la scultura e la musica. Nella musica l'Ave Maria suonò divina. (da Scritti vari, Morcelliana, 1995)
  • Le botteghe dei mercanti, dalla più ricca dell'orafo, a quella dal cenciaiolo, erano tutte chiuse; ma sovra le porte, avevano ognuna la propria Madonnina, col beato Antonio Botta inginocchiato a' piedi; uomo fortunato cui anticamente era apparita la Vergine, come i Savonesi sapevano tutti. (da Le rive della Bormida nel 1794)
  • Ricordo più dolce, mio padre narrava che l'anno della fame, 1811, essendo egli fanciullo, la gente si nutriva di certe mandorle grosse come un pollice, portate da lontano… da lontano… dalla Sicilia.–E che cosa è la Sicilia?–domandavamo noi fanciulli.–E lui: Una terra che brucia in mezzo al mare. (Da Quarto al Volturno, Gherardo Casini, p. 14)

Incipit di alcune opere[modifica]

Cronache a memoria[modifica]

In quelle parti sopra il Monferrato che si chiamano Langhe, dove il dilagare della rivoluzione francese era stato sentito prima che nelle altre terre subalpine; passati che furono i tempi di Napoleone, la vita a poco a poco tornò a correre quasi quale un mezzo secolo avanti. Con un po' d'arte, lo Stato e la Chiesa vi rimisero tutto nell'antico andare; molta disciplina civile, molte pratiche religiose, indussero di nuovo il sentimento dell'esser vivi ognuno a godere il poco a lui possibile e ad espiare la sua parte del peccato originale: molta rassegnazione, molto dubbio dei così detti beneficii lasciati dalla rivoluzione, alcuni dei quali veramente non si potevano disconoscere, ed erano, tra gli altri, le opere pubbliche, le grandi strade aperte da Napoleone.

Da Quarto al Volturno[modifica]

Parma, 3 maggio 1860. Notte.
Le ciance saranno finite. Se ne intesero tante che parevano persino accuse. – Tutta Sicilia è in armi; il Piemonte non si può muovere; ma Garibaldi? – Trentamila insorti accerchiano Palermo: non aspettano che un capo, Lui! Ed egli se ne sta chiuso in Caprera? – No, è in Genova. – E allora perché non parte? – Ma Nizza ceduta? dicevano alcuni. E altri più generosi: – Che Nizza? Partirà col cuore afflitto, ma Garibaldi non lascierà la Sicilia senza aiuto.
I più generosi hanno indovinato. Garibaldi partirà, ed io sarò nel numero dei fortunati che lo seguiranno.

Le rive della Bormida nel 1794[modifica]

Chi si parte dalla marina del Finale, e su pel fianco dell'Appennino va verso le Langhe, si arresta trafelando ogni tratto a ripigliar lena, e a vedere quanta sarà ancora la salita, e quanto s'è scostato da quella spiaggia, diversa giù giù per foci di torrenti, per iscogliere tagliate a filo, per promontori neri, dirupati, somiglianti a mostri, che si inoltrano cimentosi nei flutti. Ma guadagnata che abbia la vetta del Settepani, sente l'affanno della via ripida e lunga, quetarsi in una vista maravigliosa.

Storia dei Mille[modifica]

Nei dieci mesi che volsero dalla pace di Villafranca alla spedizione dei Mille, l'Italia di mezzo diede prove di virtù civili meravigliose, ma col Piemonte corse dei pericoli gravi forse quanto quelli che il Piemonte stesso aveva corsi, prima della guerra del 1859. I duchi, gli arciduchi, i legati pontifici fuggiti dalle loro sedi, fin da prima di quella guerra, non avevano più osato tornarvi; e allora Parma, Modena, Bologna con la Romagna fino alla Cattolica, si strinsero in un solo Stato, che nel bel ricordo della gran via romana da Piacenza a Rimini, chiamarono l'Emilia.

Bibliografia[modifica]

Voci correlate[modifica]

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