Massimo Corsale

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Massimo Corsale (–), scrittore, sociologo e docente universitario italiano.

L'autunno del Leviatano[modifica]

Incipit[modifica]

Stato di diritto e rivoluzione
Dopo averlo scritto, mi sono accorto che il titolo di questo paragrafo poteva anche rimandare a quello di una famosa opera scritta sul principio di questo tempestoso secolo: Stato e rivoluzione di Lenin.
Secondo il leader comunista russo la rivoluzione proletaria avrebbe dato inizio a un processo che, passando attraverso la fase della "dittatura del proletariato", avrebbe messo capo alla distruzione dello stato e del diritto: la società comunista infatti, la società senza classi, non avrebbe avuto più bisogno di strumenti che erano essenziali al dominio di una classe su un'altra. Sicché, in breve, la rivoluzione avrebbe posto fine allo stato.

Citazioni[modifica]

  • Prima di Hobbes, ossia prima dell'inizio dell'età moderna, le rivoluzioni si presentavano essenzialmente come restaurazioni di un ordine preesistente, che nel tempo si sarebbe andato corrompendo. (p. 29)
  • Una norma è una disposizione che regola autoritariamente determinati comportamenti, prestabilendo cosa accadrà se essa verrà osservata e cosa se non lo sarà. (p. 44)
  • Per Weber la forma di legittimazione del potere caratteristica dello stato moderno è quella fondata sul diritto formalmente razionale. Ciò equivale a sposare la tesi normativistica per cui il diritto è costituito da una serie di prescrizioni (norme) che attribuiscono poteri, i quali a loro volta vengono esercitati emettendo nuove norme, e così via.
  • A un sociologo come Weber spetterebbe il compito di spiegarci quali sono i meccanismi sociali che spingono i destinatari a obbedire alle prescrizioni. Tanto più quando poi quest'obbedienza è destinata a diventare un fenomeno collettivo, dando luogo a quello che, in ultima analisi, sembra essere il problema decisivo per Weber stesso: la disciplina. (p. 49)
  • Non è scandaloso che Weber trascuri qualunque riscontro empirico per la sua teoria normativistica, visto che egli scrive alla vigilia del grande rivolgimento destinato a sconvolgere la società occidentale (nell'economia, nella politica e nel diritto) tra le due guerre. (p. 50)
  • La legge è stata lo strumento principe di cui lo stato dirigista si è servito nel nostro secolo. E ciò ha provocato una proliferazione esponenziale di provvedimenti legislativi, ma soprattutto ne ha causato una trasformazione intrinseca radicale. Da criterio per la risoluzione di confini la legge diventa strumento di organizzazione. (p. 50)
  • Va ricordato che una delle radici della cattiva amministrazione, della burocratizzazione intesa in senso deteriore, consiste proprio nella pretesa di molti cattivi funzionari di limitarsi ad "applicare" le norme: essi così facendo esercitano la loro discrezionalità in maniera non consapevole e comunque non orientata alla risoluzione dei problemi che sono appunto di competenza dell'amministrazione e sono la ragione stessa della sua esistenza, bensì orientata unicamente all'illusorio e mistificante adempimento delle disposizioni ricevute dall'alto. (p. 57)
  • La società di massa si vede ad occhio nudo e si sperimenta nella vita quotidiana: le strade sono affollate, così come i mezzi di trasporto, le spiagge, i locali pubblici e via discorrendo. La nostra vita quotidiana si svolge immersa nella massa, ed è sempre più pesantemente condizionata da quest'ultima. La massa non è dunque un concetto astratto di cui si occupino specialisti di saperi esoterici, bensì una realtà esperita quotidianamente, spesso dolorosamente, sempre faticosamente, dall'uomo della strada. (p. 84)
  • La società di massa costituisce il punto di arrivo del processo di modernizzazione: di affrancamento dell'individuo, di ogni individuo (e non più solo dell'individuo superiore, aristocratico, idealizzato dagli illuministi e dai romantici) dai legami ascrittivi, e quindi da un destino all'orizzonte circoscritto, predeterminato. (p. 86)
  • La società di massa, volere o no, è quella che rende possibile pensare il self-achievement e la capacità di raggiungere degli scopi. (p. 86)
  • È paradossale il fatto che la nascita della sociologia nell'Europa ottocentesca, di questa scienza che intendeva studiare i processi spontanei di formazione e di modificazione dei comportamenti collettivi e la loro influenza sia sull'ordine che sul mutamento sociale, sia avvenuta invece in pieno clima statalistico. (p. 86)
  • Tocqueville, nella sua opera matura su L'ancien Régime et la Révolution, descrisse magistralmente come i sovrani assolutistici durante l'Ancien Régime (e non solo in Francia) avessero combattuto contro le autonomie dei ceti, e in particolare di quelli più forti: l'aristocrazia e il clero. (p. 88)
  • La rivoluzione francese provvide a sostituire la rappresentanza per ceti con quella universalistica e individualistica dell'assemblea parlamentare.. Proclamò quindi i diritti dell'uomo e del cittadino prescindendo da appartenenze particolaristiche; abolì corporazioni ed enti ecclesiastici e vietò, con la legge Le Chapelier, la costituzione di associazioni operaie (sospettate di far rivivere le corporazioni), aprì infine la strada alla codificazione napoleonica e al diritto eguale. (p. 88-89)
  • Tocqueville è il primo ad aver accennato al ruolo del legame sociale e agli effetti della sua dissoluzione sul sistema politico: effetti liberatori ma insieme anche (con apparente contraddizione) forieri di seri pericoli di libertà. (p. 89)
  • La società di massa, pur essendo costituita da individui insofferenti di legami sociali, non è incompatibile col pluralismo: anzi ne ha bisogno proprio per articolarsi e funzionare. E questo contraddice la tesi proclamata da Baudrillard, per il quale la società di massa rappresenta l'implosione del sociale e sfugge a ogni analisi sociologica. (p. 89)
  • Il totalitarismo è la forma di negazione delle libertà politiche tipica dell'epoca della società di massa. (p. 103)
  • Il totalitarismo è un regime del nostro tempo, come è stato definito da Fisichella. Le caratteristiche per le quali lo si può considerare un regime del nostro tempo sono eminentemente due: innanzitutto il suo rapporto con la società di massa, e in secondo luogo il suo rapporto con una determinata concezione della politica che a sua volta si presenta nell'età contemporanea (così come del resto la società di massa). (p. 104)
  • Formulando la sua tesi sull'apatia politica delle masse fasciste Arendt a sua volta sembrerebbe aver dimenticato di dar conto delle masse prone al totalitarismo di tipo staliniano.
    Ma anche a voler respingere questa parte del discorso di Arendt, non mi pare che l'ossatura della sua teoria ne venga inficiata. Piuttosto, va sottolineato come ella teorizzi la rottura o l'assenza di legami sociali come pre-condizione per l'esistenza della massa. (p. 105)
  • [Gino Germani] Questi condivide la tesi per cui il totalitarismo sarebbe la forma moderna del regime autoritario. E lo sarebbe perché la società moderna è caratterizzata dal fatto che il controllo sociale non vi funziona in maniera "naturale": è proprio questo il termine impiegato da Germani per indicare la socializzazione primaria, la quale notoriamente del resto ha luogo nella famiglia, ossia all'interno di un contesto in cui i rapporti sono definiti dalla natura (e i ruoli ascrittivi vi daranno vita a legami sociali forti). (p. 107)
  • Germani introduce un altro concetto, decisivo per la sua analisi del totalitarismo: quello di mobilitazione sociale. Per mobilitazione egli intende una forma di mobilità sociale, non importa se orizzontale o verticale (magari le due insieme) ma in ogni caso non attesa e quindi non legittima, e quindi vissuta, da parte dei membri del contesto che la subiscono, come un'invasione, un'usurpazione, qualcosa di destabilizzante. (p. 107)
  • Per completare il nostro modello di totalitarismo si può integrare [...] la teoria di Germani con la proposta di Bourdieu di distinguere il consenso in politico e sociale, e quest'ultimo in attivo e passivo. Il consenso sociale attivo sarebbe quello prestato nei confronti degli equilibri sociali fondamentali, prescindendo dalla condivisione di obiettivi e strategie politiche. (p. 108)
  • Il totalitarismo è una forma di regime politico autoritario e anti-liberale tipico del nostro secolo in quanto esso ha una stretta connessione con fenomeni come la massificazione, la mobilitazione sociale (nel senso di Germani) con conseguente ritiro del consenso passivo (nel senso di Bourdieu) a livello di massa, e con la concezione demiurga della politica. (p. 109)
  • È ben noto che il termine 'totalitarismo è stato coniato e usato per la prima volta in Italia, con riferimento al fascismo: si capisce quindi come la connotazione con cui l'usava Giovanni Amendola nel 1923 non potesse essere che negativa. Ma successivamente il fascismo non solo non si sottrasse a quella definizione, ma addirittura fece suo il termine dandogli una connotazione decisamente positiva. (p. 109)
  • «Come è possibile l'ordine sociale»? Questa domanda costituisce il titolo di un noto saggio di Niklas Luhmann, impropriamente tradotto in italiano senza il punto interrogativo, e quindi dando l'impressione che esso tenti d fornire una ricetta per realizzarlo. E invece tutto il senso del suo discorso consiste nel problematizzare per l'appunto quest'ordine: la sociologia vi poggerebbe la sua stessa fondazione, differenziandosi così dal senso comune che dà invece l'ordine sociale per scontato. (p. 157)
  • Per Parsons, (nella lettura giddensiana) il primo compito della sociologia sarebbe infatti proprio quello di spiegare l'ordine sociale, così come aveva cercato di fare a suo tempo Hobbes. (p. 157)
  • L'ordine sociale non è il semplice stare insieme; è piuttosto lo stare insieme minimizzando, o possibilmente eliminando il conflitto. (p. 158)
  • Il problema dell'ordine sociale si può dire che sia sempre in qualche modo risolto, e purtuttavia sempre insoluto. (p. 158)
  • Luhmann ha radicato la sua teoria sociologica nell'olismo parsoniano, e quindi non sorprende che poi abbia messo il quesito sull'ordine sociale al centro dell'attenzione, ricollegandosi così indirettamente, attraverso Parsons, al contrattualismo di Hobbes. (p. 158)
  • Per Cassirer il mito è una dimensione "permanente della cultura umana": anzi addirittura, è "parte integrante della natura umana", che pertanto non può essere soppressa. Si tratta di una dimensione che può essere "superata" (aufgehoben nel senso hegeliano del termine), e quindi controllata. (p. 160)
  • Per Cassirer il mito è al tempo stesso una dimensione insopprimibile della natura umana, uno strumento principe di elaborazione culturale nelle fasi più primitive dell'esperienza umana, ma anche una dimensione che occorre "superare" controllandola razionalmente nelle fasi più evolute della civiltà... (p. 161)
  • Per Barthes, il mito, o per lo meno quello moderno (quello di cui egli si occupa), "è una parola": quindi "può essere mito tutto ciò che subisce le leggi di un discorso", ma d'altra parte "non è qualsiasi parola". (p. 161)

Bibliografia[modifica]