Ralf Dahrendorf

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Ralf Dahrendorf

Ralf Gustav Dahrendorf, Baron Dahrendorf (1929 – 2009), filosofo e sociologo tedesco.

  • La società è nello stesso tempo un sistema integrato e un sistema in conflitto. (citato in Focus n. 81, p. 144)
  • L'Europa termina al confine sovietico. C'è qualcosa di sospetto nel desiderio della potenza egemonica di ieri di metter su casa con chi per tanto tempo ha occupato. (da Riflessioni sulla rivoluzione in Europa)
  • Se c'era una società di massa negli anni Venti, questa era la società americana. E se l'America adottò la Ford T e i primi prodotti di Hollywood... non diventò né fascistacomunista, né corse mai il rischio di diventarlo.[1]
Lectio magistralis per la laurea honoris causa a Siena, 9 dicembre 2002[2]

In questa fase l'Europa è un processo e non una conclusione, e neanche un processo con una conclusione determinata e definita.
La mia tesi è che il processo chiamato Unione Europea non possa essere catturato in un testo degno del nome di costituzione.
Secondo la mia tesi, inoltre, non esiste una necessità plausibile per cui questo processo dovrebbe portare a un'unione sempre più stretta.
Stiamo assistendo alla nascita di un testo formulato dalla Convenzione Europea che si propone come una costituzione, anche se in realtà sarà solo un trattato che descrive le contraddizioni della realtà europea attuale.

Per un nuovo liberalismo[modifica]

  • Il crinale fra teoria e prassi è un luogo di sosta insicuro e, alla lunga, insoddisfacente. (p. V)
  • Già cento anni prima che fosse concluso [il contratto sociale], John Locke scriveva: 'Al principio tutto il mondo era come l'America'. (p. 7)
  • Le domande sono delle spinte alla decisione, che ci vengono poste dalla vita. Per quanto possiamo essere fantasiosi o disperati, non possiamo sottrarci ad esse. Anche quando facciamo a meno di dare una risposta alle domande, diamo una risposta carica di conseguenze. Le domande sono là e si impongono a noi, che lo vogliamo o no.
    I problemi al contrario li creiamo noi stessi. Essi non soltanto sono un prodotto degli uomini – lo sono anche le domande –, ma in certo modo sono sempre un prodotto di colui che aspira alla loro soluzione. A differenza delle domande, essi sono costruiti in proprio, e in questo senso sono artificiali. Noi possiamo scioglierli o no; in linea di principio possiamo anche lasciarli stare, addirittura dimenticarcene, senza che essi ci perseguitino. Le domande caratterizzano il mondo della prassi, i problemi quello della teoria. (p. 11)
  • La prassi è inevitabilmente calata entro limiti temporali, la teoria è fondamentalmente svincolata dal tempo. (p. 13)
  • Talvolta il comportamento pragmatico è necessario; ma chi cerca di fare di necessità virtù, conclude poco, anzi spesso peggiora quello che è chiamato a riparare. La teoria è qualcosa di più di un piacevole lusso.
    Il pragmatismo è conservatorismo sotto la veste dell'azione. Esso conserva l'esistente, nel mentre che dà l'impressione di movimento.
    Il massimo di cambiamento prodotto dai pragmatici consiste nello scavare una buca per riempirne un'altra – una terapia dell'occupazione anziché occupazione, un gioco a cambiare anziché cambiamento. (p. 21)
  • La più potente forza motrice del progresso sociale nel mondo industriale è rappresentata dal fatto che i partiti politici e il loro scontro hanno fornito espressione organizzata al profondo conflitto degli interessi di classe. (p. 51)
  • Quando delle classi diventano troppo sicure della propria posizione, non si limitano a difendere lo status quo, ma lo rendono rigido. (p. 55)
  • Quanto più a lungo dominano stabili rapporti democratici, tanto più difficile diventa sciogliere il collante del cartello degli interessi. (p. 56)
  • Il delinquere, sia contro la persona sia contro la proprietà, viene colto dai gruppi del ceto medio come un fatto onnipresente, e porta quindi a richiesta di diritto e ordine in un senso meccanico esteriore, cioè in direzione di un ulteriore indurimento delle arterie della società ufficiale.
    Quasi tutti gli sviluppi sociali sembrano muoversi verso una sempre più confortevole ma anche più rigida struttura di subordinazione per la maggioranza, e verso un'esistenza sempre più esposta e sradicata per le minoranze emarginate. (p. 62)
  • Quanto più rapidamente il lavoro ci sfugge (come sembra), tanto più ognuno, pieno di dubbi, si attacca ai valori e alle strutture della società del lavoro. (p. 160)
  • La tecnologia non si è tanto sostituita al lavoro, quanto piuttosto ha allontanato i lavoratori dai processi produttivi. (p. 164)
  • Ma il lavoro ha una sua valenza anche in quanto una delle forze principali per la strutturazione della vita degli uomini. Finora nessuno ha scoperto una forza ugualmente efficace. Sicché la società senza lavoro è rimasta singolarmente amorfa, priva di contorni e di significato. (p. 174)
  • Gli uomini hanno bisogno di qualcosa di più dei diritti e del denaro per vivere una vita piena e soddisfacente. Hanno bisogno di metri che diano senso alla loro vita, supporti orientativi per il loro cammino. (p. 182)
  • Quando i tempi sono cattivi, la fantasia degli uomini viene eccitata da fini lontani, ma il tentativo di realizzare quei fini contribuisce poco a rendere migliori i tempi. [...] Utopia e rivoluzione possono apparire attraenti a coloro che sono lontani da entrambi, ma nella realtà significano quasi sempre oppressione e miseria. (p. 197)

[Ralf Dahrendorf, Per un nuovo liberalismo, traduzione di Michele Sampaolo, Sagittari Laterza, Roma-Bari 1988. ISBN 8842032514.]

Erasmiani[modifica]

  • Per cittadini ben educati, anzi cittadini che erano impiegati statali, la libertà era strettamente legata con l'ordine, e quando il «disordine» della democrazia e dell'economia di mercato si spinge troppo avanti, viene accolto con favore chiunque prometta di riportare l'ordine. (p. 22)
  • Siamo di fronte a un'importante differenza col fascismo: nel comunismo è notevolmente più esaltata la qualità religiosa della fede intellettuale. Mentre nel fascismo la tentazione era esercitata principalmente dalla figura del capo, nel comunismo ad attrarre era una forza più astratta e duratura, quella della storia, e soprattutto della speranza. Il fascismo era un'ideologia del presente, il comunismo un'ideologia del futuro. [...] La speranza era sostenuta da una particolare certezza: a indurre, infatti, quelli che si sarebbero poi convertiti, ad aderire inizialmente al comunismo non era stato il semplice desiderio di un mondo migliore, ma la fede nella necessità storica della sua realizzazione. (p. 27)
  • Chi riesce a restare a testa alta? Solo colui per il quale non la sua ragione, il suo principio, la sua coscienza, la sua libertà, la sua virtù è il metro ultimo, ma colui che è pronto a sacrificare tutto questo quando nella fede e in un solitario legame con Dio è chiamato a un'azione di più alta obbedienza e responsabilità, la persona responsabile, la cui vita non vuol essere altro che una risposta alla domanda e alla chiamata di Dio. (p. 127)
  • Le pericolose tentazioni dei regimi illiberali diventano concrete solo quando i movimenti che le rappresentano sono in grado di proporsi credibilmente come le forze a cui appartiene il futuro. (p. 212)

[Ralf Dahrendorf, Erasmiani. Gli intellettuali alla prova del totalitarismo, traduzione di Michele Sampaolo, Laterza, 2007.]

Note[modifica]

  1. Citato in Massimo Corsale, L'autunno del Leviatano, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1998
  2. Da La Nazione del 10 dicembre 2007.

Bibliografia[modifica]

  • Ralf Dahrendorf, Per un nuovo liberalismo, traduzione di Michele Sampaolo, Sagittari Laterza, Roma-Bari 1988. ISBN 8842032514.
  • Ralf Dahrendorf, Erasmiani. Gli intellettuali alla prova del totalitarismo, traduzione di Michele Sampaolo, Laterza, 2007.

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