Alfonso Berardinelli

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Alfonso Berardinelli (1943 – vivente), critico letterario e saggista italiano.

Citazioni di Alfonso Berardinelli[modifica]

  • [Simone Weil] Accusata di tradimento dalla sinistra, fraintesa dalla destra, dimenticata dai manuali di filosofia. Eppure è uno dei maggiori pensatori del secolo.[1]
  • Ci deve pur essere qualcosa negli ex nazisti non pentiti che oggi affascina tanto gli intellettuali di sinistra italiani. Questo qualcosa è lo Stile: la stilizzazione altamente parodistica dell'intelligenza, l'esibizione coerente, apatica, senza flessioni e senza ripensamenti del proprio pensiero come prodotto di un'intelligenza superiore. Il kitsch della potenza teoretica condensata in formule inestricabili e tautologiche. È un fatto che uomini come Ernst Junger, Carl Schmitt e Martin Heidegger offrono questo. E sembrano sempre un poco (o molto) superiori ai fatti. Non si sono mai pentiti, loro. Non ci hanno mai fornito nessun utile, trasparente resoconto delle loro convinzioni e vicende politiche. Nel '33, il nazismo come "fatto dominante" li ha tremendamente affascinati, attratti e mobilitati. Ma poi, dopo il '45, come "fatto perdente", li ha annoiati ed è parso indegno di considerazioni ulteriori. Provare vergogna era qualcosa che superava nettamente le possibilità espressive del loro stile. [...] In quel linguaggio, non si capisce più la differenza fra leggere un libro e sparare contro qualcuno, fra un progetto di ricerca e una dichiarazione di guerra. Rispetto alla propaganda e alla pubblicità, siamo senza dubbio al polo opposto. Ripetitività ipnotica e vuotaggine, però, sono curiosamente analoghe.[2]
  • Con Arbasino, come lettore, non so convivere. È troppo veloce: io amo la lentezza. Dà troppo: ho bisogno di meno. Lui enumera: io cerco una sintassi. Lui registra, provoca, mette in fila interrogazioni retoriche: io mi aspetto ragionamenti. Lui deborda: io vorrei pause e confini. Le sue energie sono infinite: io vorrei una sosta. Preferisco gli scrittori che cambiano ritmo e tono: lui (come peraltro Pasolini e Calvino) ha sempre un ritmo e un tono. Mi sento a mio agio con gli scrittori che hanno un io di media grandezza: l'io di Arbasino è invece un io minimo prossimo allo zero, sparisce di fronte all'oggetto su cui lavora. Oppure è un io che si dilata fino a coincidere con il fiume del divenire, con il mare dell'essere e con ognuna delle loro increspature: è un io sconfinato, veloce, perpetuamente mobile, che non sopporta né lo spazio né il tempo. Un io virtuosamente estroverso, perché l'interiorità è madre di tutti i vizi. La vitalità di Arbasino sfiora il sovrumano, anzi lo scavalca. Io amo tipi che disperano di poter raggiungere semplicemente l'umano.[3]
  • [Su Emile Cioran] Il suo modo di pensare si nutre appunto di infatuazioni, di piccoli dogmi personali e di quelle continue alzate di spalle con cui il parvenu dello Spirito deve sempre dimostrare di essere "il più fine".[4]
  • In difesa dell'individuo e del nesso fra verità e felicità (la verità, tradendo la felicità, tradisce sé stessa), Adorno è il filosofo della "vita offesa". La sua specifica tradizione di pensiero non poteva essere che quella esistenzialistica e moralistica. Molto più di Heidegger, ossessionato in astratto dal problema dell'essere e dell'ente, molto più di Gadamer, che teorizza l'ermeneutica come metodo senza praticarla come ha fatto Adorno nei suoi saggi critici, più ancora di Popper, che fa della democrazia e della società aperta un feticcio teorico, Adorno è stato un pensatore dell'esistenza, un critico della cultura e dell'arte moderna, un difensore dei prerequisiti della democrazia, uno straordinario ermeneuta nei suoi scritti su Kafka, Beckett, la poesia e la musica moderna da Wagner a Schonberg, la vita quotidiana e il linguaggio. Un filosofo, ahimè, che oggi i filosofi neoaccademici trascurano o ignorano: si occupano di problemi che non li toccano come individui e come specialisti, parlano di essere e divenire, di alfa e omega, di inizio e di cosa ultima, di Dio e degli dei, saccheggiando scolasticamente l'intera tradizione della filosofia per riproporla "in vacuum". [...] Questo Adorno non lo voleva. Anche perché sapeva che il filosofo che si occupa di pensieri e problemi filosofici professionalmente pre-selezionati e filtrati tradisce il primo imperativo del pensare: affrontare e pensare il non ancora pensato, pensare quello che gli è avvenuto ieri e oggi, poiché non esistono oggetti e temi di pensiero che siano più filosofici di altri.[5]
  • Non usare gli aggettivi: "grande", "forte", "formidabile" se non in rapporto a fenomeni e manifestazioni immateriali, inoffensive. Mai dire: "formidabile movimento di massa", "grande forza organizzata", ecc. Solo chi sospetta sé stesso di impotenza sente il bisogno di fare propaganda alla grandezza e alla forza materiali, che non ne hanno bisogno. Limitarsi semmai a dire, a volte, "formidabile quartetto d'archi", "grande solitudine", "forte clausola ritmica"... Quanto al pensiero, eviterei del tutto di misurare se è forte o debole. Meglio cercare di capire se è vero o falso, se deforma o rispetta la cosa di cui parla, se rende esplicita la situazione di chi parla, se ha dei secondi fini, e quali.[6]
  • Utile contro le strumentalizzazioni ideologiche, scientifiche e scolastiche della letteratura, l'estetica di Nabokov, quando si manifesta in affermazioni generali, fa un'impressione abbastanza misera. Dimostra tra l'altro la sua natura puramente reattiva. [...] La letteratura è un imbroglio, il romanzo è una fiaba, dice Nabokov. Ma che bisogno c'è di fare generalizzazioni così discutibili dopo essersi dichiarati irriducibili avversari di ogni idea generalizzante? [...] Nell'intento di trasformarci in lettori del tutto privi di pregiudizi, Nabokov ci regala i suoi pregiudizi, quelli di cui è più fiero.[7]

100 Poeti[modifica]

  • [Paul Celan] La situazione estrema, ultimativa in cui nasce la sua poesia è anche una situazione di semiafasia. Come se chi parla temesse il potere delle parole, o temesse di perderlo. (p. 84)
  • Góngora, che è una delle cuspidi iperliriche della poesia europea, è il poeta della dismisura solidificata e della malinconia solare. (p. 144)
  • In Kavafis, il corpo che desidera e si aggira in prossimità di altri corpi è contemporaneo non della storia di oggi, ma di tutta la storia, perché è estraneo a essa. E tutto è sempre qui, ora, sparito da secoli, ancora vivo. (p. 171)
  • La sua è una poesia all'aria aperta, da far esplodere nell'aria, con le sue percussioni esclamative, la sensibilità arguta, la vitalità insieme realistica e illusionistica. Lope manda in estasi la realtà. (p. 352)

Note[modifica]

  1. Da Simone Weil: La rivoluzione solitaria, Corriere della Sera, 4 gennaio 1998, p. 25.
  2. Da I rumori dell'Essere, Diario, n. 6, giugno 1988, anno IV; poi in Casi critici. Dal postmoderno alla mutazione, Quodlibet, 2007, pp. 169-171.
  3. Da Come convivere con Arbasino, Il Foglio, 22 gennaio 2010; poi in Non incoraggiate il romanzo. Sulla narrativa italiana, Marsilio, 2011.
  4. Da Il più pessimista, "Diario" n. 2, dicembre 1985, anno I; poi in Casi critici. Dal postmoderno alla mutazione, Quodlibet, 2007, p. 226.
  5. Da Adorno, filosofo e scrittore, Il Foglio, 23 novembre 2004; poi in Casi critici. Dal postmoderno alla mutazione, Quodlibet, 2007, pp. 145-146.
  6. Da 1989. Intellettuali, comunismo, politica: pensieri di un intruso, in AA. VV., A proposito dei comunisti, "Linea d'ombra-Aperture", 1990; poi in L'eroe che pensa. Disavventure dell'impegno, Einaudi, 1997, pp. 133-134.
  7. Da Il critico senza mestiere, Pagina, giugno 1982; poi in Il critico senza mestiere. Scritti sulla letteratura oggi, Il Saggiatore, 1983, pp. 134-135.

Bibliografia[modifica]

  • Alfonso Berardinelli, 100 poeti, Itinerari di Poesia, Arnoldo Mondadori Editore, Oscar Saggi, 19971. ISBN 88-04-43500-3

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