Ascanio Celestini

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Ascanio Celestini

Ascanio Celestini (1972 – vivente), attore e drammaturgo italiano.

Citazioni di Ascanio Celestini[modifica]

  • Aveva capito che i fatti succedono, ma nessuno li può raccontare. E quando uno si mette a raccontare... racconta e racconta... e all'inizio dice quello che è successo veramente, ma poi finisce per raccontare quello che avrebbe voluto che succedeva.[1]
  • Così è il paradiso. È guardare l'inferno seduti in poltrona.[2]
  • Fa impressione chiamare i vivi con il nome dei morti e fa impressione pronunciare il nome di un morto e sentire un vivo che te risponde.[1]
  • «Guarda, per esempio io, quando mangio la zuppa, con la destra uso il cucchiaio, con la sinistra invece il tozzo di pane, faccio la scarpetta, la zuppetta nella zuppa. Mo'» le ha detto mi' padre, «io volendo politicamente potrei pure usare la destra per fare la zuppetta, ma con la sinistra il cucchiaio non ci riesco a usarlo, mi casca tutta la zuppa, mi sbrodolo tutto, viene uno schifo, viene. Capisci» le ha detto mio padre, «non è vero che la destra e la sinistra sono uguali: sono differenti, anche se poi servono per mangiarsi la stessa zuppetta.»[3]
  • [Impersonando un pidocchio mangiatore di pera] Gli scienziati dicono che la pera a forza di mangiarla finirà. Dico, ma come può finire la pera? La pera è inesauribile, la pera, no? Per esempio: la nostra generazione di pidocchi esiste da moltissimo tempo: noi siamo nati più di tre giorni fa, e tre giorni fa la pera già esisteva, e questo significa che esisterà sempre e esisterà per sempre: la pera è inesauribile e possiamo continuare a mangiarla all'infinito. [...] Il nostro motto dice: «l'universo si sta espandendo? E chi se ne frega? Questo non cambierà le distanze tra il bagno e la cucina».[4]
  • Io sono comunista perché i comunisti sono come i marziani. Qualcuno dice che i marziani sono un'intelligenza superiore, come i comunisti.
    Qualcun altro dice che sono mostri assassini che distruggeranno il mondo, come i comunisti Ma tutti sanno che i marziani non esistono. Che i marziani sono una invenzione letteraria, una straordinaria storia di fantascienza, come il comunismo.[5]
  • Mi chiamo Ascanio Celestini, figlio di Gaetano Celestini e Comin Piera. Mio padre rimette a posto i mobili, mobili vecchi o antichi è nato al Quadraro e da ragazzino l'hanno portato a lavorare sotto padrone in bottega a San Lorenzo. Mia madre è di Tor Pignattara, da giovane faceva la parrucchiera da uno che aveva tagliato i capelli al re d'Italia e a quel tempo ballava il liscio. Quando s'è sposata con mio padre ha smesso di ballare. Quando sono nato io ha smesso di fare la parrucchiera.[6]
  • Per le mosche la vita è una cosa ridicola. È soltanto un'inutile attesa prima del pranzo. (da Scemo di guerra, Einaudi)
  • Secondo alcuni Giufà non è mai morto, | è riuscito a scappare alla morte talmente tante volte | che ancora sta scappando e ancora gira per il mondo. | [...] Qualcun altro invece racconta 'sta storia. | Che un bel giorno Giufà vide l'angelo della morte. | L'angelo della morte lo guardava strano...[7]
  • Sul ponte di Genova che è crollato ci sono passato centinaia di volte. [...]
    Sta in mezzo a tanti buchi fatti nelle montagne per chilometri e chilometri. Il verme infinito dell'autostrada striscia tra paesaggi domestici in quel pezzo d'Italia. Proprio in fondo al ponte, in direzione di Livorno, mi ricordo delle casette contadine, pezzetti di orto e qualche anziano con la zappa a pochi metri dalla strada. Come oleogrammi di un passato che non riesce a passare. Testimone del tempo che da quelle parti ha stravolto tutto: case, strade e passioni politiche. Tutto, ma non l'anima dei terrazzamenti.
    Il ponte Morandi era un'eccezione.
    Fino a lì, partendo dalla Francia o dalla Toscana, avevi la sensazione che la natura impervia fosse solo parzialmente penetrabile, ma ti ricordasse costantemente che era sempre presente costringendoti a fare curve su curve per girarle attorno senza poterla scansare mai.
    Poi: il ponte!
    Un salto in lungo, un'acrobazia.[8]

Lotta di classe[modifica]

  • Quando si parla di Dio i preti perdono di lucidità. (p. 36)
  • Ecco com'era nell'intimo la fauna indigena del condominio. Com'era veramente e non come si agghindava per fare bella figura quando usciva di casa. ... Li vedremmo sempre così se i palazzi fossero trasparenti. Era l'umanità in ciabatte che puzza di minestrina col dado. (p. 39)
  • Parlava da scienziato con laurea, conoscitore del corpo umano. Uno di quelli che per trent'anni hanno scritto le ricette con l'imperscrutabile calligrafia della loro casta. Poi dovevi portarle al farmacista che era l'unico che sapeva decifrarle. (p. 43)
  • "Ero felice perché pensavo che è meglio fare pietà che fare schifo, ma ero ragazzina e mi sbagliavo" ... "Io ero felice. Pensavo che è meglio fare schifo che fare pietà, ma ero giovane e mi sbagliavo" ... "E io ho capito che lo schifo e la pietà sono proprio la stessa cosa". (pp. 55-56)
  • Una crepa si allarga, ma è una cosa da impercettibile come la deriva dei continenti, l'universo che si espande e non cambierà le distanze tra il bagno e la cucina. (p. 60)
  • Il responsabile delle risorse umane, così si dice, come se gli operai e gli impiegati fossero un minerale che si cava nelle miniere, un fiume che scorre accanto al call center dove l'azienda va a pesca. (p. 82)
  • Che a parlare troppo della morte degli altri si muore con loro. (p. 211)
  • All'ospedale tutti diventano poveri. Perché sono padroni solo della malattia che si portano addosso. (p. 213)
  • Per sopravvivere si era smussato. Gli zingari invece erano un groviglio di spigoli. Non era l'imperfezione nel corpo o nel cervello, un'incisione sul pisello, il cognome di una città, la barba o il modo di parlare che li distingueva. Nemmeno la religione, la musica o il cibo. Nessuno di loro era mai diventato ricco, non avevano fatto guerre contro nessuno, non pensavano alla bomba atomica e alla armi chimiche o batteriologiche, non reclamavano una terra, non avevano creato né galere né manicomi. Qualcuno sapeva rubare sul tram, lavorare gli piaceva poco come a tutti, ma loro lo nascondevano meno e non consideravano un dramma puzzare di sudore o restare per una settimana senza cambiarsi mutande e calzini. In un'Europa che aspirava a una perfezione fatta di purezza sintetica e occhi azzurri, gli zingari apparivano come una zecca sul cane di Barbie, la muffa nel cheeseburger, i tarli da Ikea. (pp. 217-218)
  • Tutti siamo liberi di cambiare se siamo disposti a peggiorare la nostra condizione. (p. 220)
  • Per sopravvivere bisognava accettare di vivere in scala, diventare la metà, un quinto, un cinquantesimo. (p. 220)
  • Così era il pianeta. Un rottame accartocciato dove non aveva più senso muoversi, scappare, mettersi in viaggio. Mo' per andare in Cina bastava attraversare la strada. (p. 223)
  • Erano morti come tutti i clienti in cerca di sms gratuiti, crediti illimitati, televisori ultrapiatti in offerte speciali, pacchi di pasta con sugo di pantegana, cocacola pepsicola porcacola e nazicola con rutto allo jodel. (p. 225)
  • «Io passo attraverso i muri. Attraverso le villette antiladro controllate dagli allarmi antizingaro, protette da inferriate antinegro con vernice antiruggine dove antipatici padroni antisemiti con crema antirughe fanno antipasti antiallergici in bunker antiatomici. Attraverso le banche videosorvegliate. Attraverso i muri delle caserme, dei manicomi, delle galere. E mi viene da ridere mentre una guardia prova a fermarmi, perché attraverso anche lei con la sua divisa. Lei che si girerà dicendo: – Brigadiere, che facciamo? Questa è stregoneria! E io le risponderò: – No, questa è lotta di classe».

Note[modifica]

  1. a b Da Scemo di guerra
  2. Da Il paradiso a colori articolo su Viaggi de la Repubblica
  3. Da Parla con me, Rai 3, 9 marzo 2008
  4. Da Parla con me, Rai 3, 9 dicembre 2007
  5. Da Appunti per un film sulla lotta di classe
  6. Da questa pagina del sito ufficiale.
  7. Da Cecafumo, Donzelli, 2004
  8. Da Le domande di un ponte, Internazionale, 15 agosto 2018

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