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Camillo Antona Traversi

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Camillo Antona Traversi

Camillo Antona Traversi, scritto anche nella forma Antona-Traversi (1857 – 1934), commediografo, critico letterario e librettista italiano.

Notizie e aneddoti sconosciuti intorno a Giacomo Leopardi ed alla sua famiglia[modifica]

  • Nessuno ignora, per poca familiarità che abbia con gli studii leopardiani, quanto la marchesa Adelaide, restauratrice fortunata del patrimonio Leopardi, tenesse a stecchetto, come il marito, così i figliuoli.
    Non poche volte accadeva che il buon conte Monaldo avesse bisogno di qualche scudo. Per ottenerne dalla severa economia della moglie, scendeva in biblioteca, pigliava alcuni libri, e presentavasi alla marchesa dicendo di averli comperati: essergli quindi mestieri di subito pagarli. L'accorta moglie capiva il latino, sorrideva, e dava al marito quattro o cinque scudi, ma non senza ammonirlo che di nuovi libri, in famiglia, non si sentiva punto il bisogno. (pp. 6-7)
  • Paolina [Leopardi], se era molto brutta, già abbiam detto, era, per converso, molto buona: l'una cosa, dunque, compensava l'altra. Era colta e di mente svegliata; ma di carattere assai mite e dolce, e, menando vita ritirata, avea poca conoscenza del mondo, sicché andava facilmente soggetta ad essere illusa da qualche scaltra persona. Riceveva tutti gli studiosi di Giacomo con isquisita cortesia. Per la memoria del fratello ebbe una vera adorazione [...]. (p. 23)
  • [Paolina Leopardi] Era donna assai colta e modesta. Parlava velocissimamente. Non sordida, ma anzi di larga mano co' servi, che trattava generosamente. Vestiva con certa ricercatezza, sfoggiando sempre vestiarii di valore, lavorati secondo tutte le esigenze della moda. Una sarta di Firenze, che si era stabilita in Ancona, conducevasi, tratto tratto, a bella posta, in Recanati, dietro sua richiesta. (p. 23)
  • Che Giacomo, da fanciullo, non fosse gobbo, né tampoco goffo di spalla, concordano in dire quanti si ricordano di averlo conosciuto. Se, poi, col crescere, incurvò, la ragione dee interamente cercarsi nell'aver egli, nascendo, portato con sé i germi della rachitide.
    Del resto, chi più e chi meno, tutti i Leopardi, per difetto di nascita, furono rachitici. Paolina era di statura molto bassa: Pier Francesco anche. Il solo Carlo fu favorito dalla fortuna. (p. 25)
  • Sulla morte dell'ottimo conte Pier Francesco [Leopardi] [...] si sparsero voci non belle, state, poi, fortunatamente non chiarite vere. Volevasi che i gesuiti lo avessero avvelenato. Il giorno che precesse la sua morte, si condusse, come al solito, in Consiglio – era confaloniere[1] – ove attaccò briga con un appaltatore. Arrabbiatosi fortemente, non appena si fu ricondotto a casa, si sentì colto da malore, e, tre giorni dipoi, morì. La Delegazione Apostolica ordinò l'autopsia del cadavere, dalla quale risultò essere egli morto naturalmente. (p. 27)
  • [Carlo Leopardi] Triste pagina [...] quella della morte del più caro fratello di Giacomo.
    Le sue spoglie mortali furono oltraggiate nefandamente da un'orda selvaggia di popolo; si udirono fischi inverecondi al loro passaggio; furono tirati dei sassi dietro quella bara; si tentò persino di far cadere la barella su cui si ergeva; si ruppe, da ultimo, vandalicamente e sacrilegamente, il cristallo che era nel coperchio, si sputò sul suo volto e gli si strapparono i baffi!
    A tanto giunse l'efferatezza di alcuni brutali popolani, che volevano, o pensavano, di potersi vendicare del vivo, sul morto; e tutto questo perché il conte Carlo era ricco! (p. 28)
  • Carlo era solito dare egli stesso la biada a' suoi cavalli, per timore che il cocchiere ne frodasse quelle povere bestie. Non abbandonava anzi la scuderia finché i cavalli non avessero finito di mangiare la loro razione. (pp. 29-30)
  • Carlo, come tutti i mortali, aveva il vizio, o la virtù che dir si voglia, del fumo: ma non comperava più di due sigari al giorno. I mozziconi li consumava fino all'ultimo, servendosi di uno stuzzicadenti. Non ci fu caso che ne gettasse uno solo! (p. 31)
  • Carlo obbligava la sua seconda moglie[2] a portare gli abiti della prima. Così non ispendeva un soldo per vestirla. (p. 31)

Studj - ricerche e bagattelle letterarie[modifica]

  • Eccolo, in vero, il grande corruttore del secolo così di costumi, come del gusto; quegli sulla cui testa pesa la gran macchia, o, meglio, quella gran malattia dello spirito conosciuta sotto il nome di seicentismo. Eppure [...] il Marino è stato spesso vittima della calunnia; i suoi difetti sono stati esagerati, quanto i suoi pregi negletti; e le sue opere, che pur sono moltissime, non furon tutte né lette, né studiate, sì che non di rado gli è attribuita cosa al tutto indegna di lui. (p. 83)
  • La vera – e, forse, la sola – colpa del Marino è di esser nato in un secolo, in che l'arte, respirando la vita artefatta delle corti, non era, e non poteva essere, il prodotto spontaneo e immediato di un popolo non servo e adulatore; il frutto di menti sane, nodrite a forti e grandi ideali sì civili, sì religiosi. Non vivendo più di pensiero – che sarebbe stato assurdo con la Spagna in casa, col Concilio di Trento e la santificazione di un numero infinito di frati – era pur mestieri sbalordire[3] le genti con un lusso inevitabile di tropi e traslati; con le metafore — vere maschere del pensiero – le antitesi, i giochetti e il romor delle parole. (p. 84)
  • In una notte di marzo, nella bella età di settantasette anni, spirava a Dio la nobile anima di Caterina Franceschi-Ferrucci, certo la maggiore scrittrice dei tempi nostri.
    Alla generazione sorta ieri, il nome di questa illustre donna tornerà forse ignoto, o poco meno; ma non così a quanti vissero dal 1802 in poi. Poche donne ebbero, in vero, tanti giorni di splendore quanti ne ebbe Caterina Ferrucci. (p. 97)
  • La coltura grande ond'era fornita [Caterina Franceschi Ferrucci], e certa coscienza, forse un po' spinta, della dignità dell' opera sua, poté dare qualche volta agli scritti di lei un sapore soverchiamente classico, e non sempre conforme alla bella e profonda semplicità manzoniana; ma la bontà dell'animo che traspare, per dir così, da ogni parola; la dirittura mirabile dei giudizj; la santità dell'intento a cui precipuamente mirava, e la piena dell'affetto che vien fuori da ogni suo rigo, possono ben farle perdonare così lieve difetto; e, per vigore di lingua e robustezza di stile, anteporla a Vittoria Colonna, a Veronica Gambara, a Gaetana Agnesi, e a quante vennero in riputazione nelle lettere. (pp. 98-99)

Incipit di alcune opere[modifica]

Danza macàbra[modifica]

All'alzare della tela, Giacomo e Ambrogio stanno accendendo le candele e i lumi del Salone e della Galleria. — Tommaso, in frak e cravatta bianca, entra dalla destra dello spettatore, seguito da Vittorio che ha in mano lettere e carte.

Tommaso (ai servi): Accendete da per tutto... anche la Galleria... (a Vittorio) Vediamo... ho altro da dirle?... (pensa) Ah, sì!... (levando di tasca una carta) Bisogna [4] spedire questo telegramma... e poi... poi non c'è più nulla!... Può andare a dormire.... (ridendo) e questo è l'ultimo ordine che le do!...
Vittorio: L'ultimo!?
Tommaso: Sì!... Il Principe aderisce al desiderio da lei manifestato... e la impiega negli Ufficj della Società per il quartiere Lanfranchi....
Vittorio (con gioja): Davvero!? —
Tommaso: Lui stesso... gliene darà domani la lieta notizia.

L'edera[modifica]

All'alzar della tela, la scena appare vagamente illuminata dagli ultimi chiarori di un luminoso crepuscolo estivo. - Le porte e la finestra sono aperte, e gli sfondi appajono rischiarati da una vivace luminosità rossastra. — La cucina è più illuminata dello stanzone. — Zio Zua è seduto sul tettuccio, con le spalle appoggiate a un mucchio di cuscini rivestiti di cotonina a quadretti bianchi e rossi. — A un tratto, buffi di fumo invadono La stanza: — è Annesa, che accende il fuoco nella cucina.

Zio Zua, colpito da un accesso violento di tosse e asma: Annesa!... Annesa!... Il fumo mi soffoca!
Annesa si affaccia alla porta, lo guarda con astio, e rientra in cucina.
Annesa!... Figlia del diavolo, dammi almeno una goccia d'acqua!... Soffoco!
Annesa, portandogli un bicchiere d'acqua: A voi!... Bevete... e statevi zitto, una buona volta!

Parassiti[modifica]

All'alzar della tela, la scena è vuota. — S'ode un vivo contrasto di voci nell'interno. — A destra, la porta è spalancata con violenza. — Marianna, a traverso la porta, vuol impedire l'ingresso all'Usciere e ai suoi testimonj.

Marianna (forte, protestando): I padroni dormono... Non si entra!
Usciere (spingendola con violenza): Noi si entra sempre!
Marianna: Per che fare?
Usciere (tranquillo, ironico): Per sequestrare.

Note[modifica]

  1. Var. arcaica di "gonfaloniere".
  2. Teresa Teja (1826-1898).
  3. Nel testo "sbalodire".

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]