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Monaldo Leopardi

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Monaldo Leopardi

Monaldo Leopardi (1776 – 1847), filosofo, politico e scrittore italiano, padre di Giacomo.

Citazioni di Monaldo Leopardi[modifica]

Incipit di alcune opere[modifica]

Autobiografia[modifica]

Nacqui al mezzo giorno il dì 16 Agosto 1776 dal Conte Giacomo Leopardi di Recanati, e dalla Marchesa Virginia Mosca di Pesaro, e da essi nacquero pure successivamente Vito, Ferdinanda ed Enea. Credo che l'Infanzia mia niente offrisse di singolare, come non l'offre ordinariamente l'infanzia degli altri uomini; tuttavia il mio buon Padre che morì nel 1781 avendo egli 39 anni, ed io non più che quattro anni compiti, voleva pospormi nel suo Testamento, chiamando il Fratello Vito al maggiorascato della Famiglia. I miei zii ne lo distolsero. Non so quale ragione poteva suggerirgli quel proponimento, ma credo che se viveva con me alcuni altri anni, non avria sentito vergogna di essemi padre. Egli avrebbe meglio diretta la mia gioventù, ed io quantunque abbia sbagliato non raramente, tutto assieme ho tenuta una condotta da Galantuomo.

Dialoghetti sulle materie correnti nell'anno 1831[modifica]

L'Europa: Manco male che anche questa è passata. Corpo dell'orizzonte! Dopo ventisei anni di strepito e di trambusto era tempo di pigliare un poco di fiato. La rivoluzione è domata; la republica ha finito colla tirannia come era da aspettarsi; e quel bricconcello di Corso che mangiava i miei regni uno dopo l'altro, come confetti, ha dovuto metterli fuori, e se ne è andato a digerire la scomunica, e a trastullarsi con le ostriche, e coi gabbiani. Adesso il riposo della terra dovrebbe essere assicurato, ma tuttavia non odo grandi allegrie per il mondo. Voglio informarmi un poco, e domanderò al primo che passi. Oh, ecco là la Giustizia che si diverte con uno scacciamosche. Signora Giustizia, sentite una parola.

Citazioni su Monaldo Leopardi[modifica]

  • Allargatasi la grande rivoluzione[2] in Italia per la forza delle idee e delle armi insieme, sui primi del 1797 penetrò anche nelle Marche; e in Recanati, come in altre città, fu proclamata (27 gennajo 1798) una forma di repubblica democratica, ed anche un po' demagogica, alla francese. L'abolizione dell'ordine nobilesco, e conseguentemente dei titoli e dei privilegi, irritò vivamente il giovin signore [Monaldo]; e, facendone egli aperta dimostrazione, per sentenza di un comandante militare francese, nel giugno del 1799 fu condannato a morte, dalla quale a stento, con moneta e intercessioni autorevoli, poté scampare. (Giovanni Mestica)
  • Assunto a diciott'anni, essendogli morto il padre quand'egli era bambino, il governo della casa, ben presto, per la sua generosità innata, per l'inesperienza, per la boria di voler mantenuto il lustro della famiglia e anche per le vicende politiche suaccennate, condusse il ricco patrimonio quasi a rovina. Interdetto perciò legalmente, si ritrasse nel 1803 dall'amministrazione della cosa domestica, e, benché prosciolto nel 1820, non la riprese mai più. (Giovanni Mestica)
  • Nessuno ignora, per poca familiarità che abbia con gli studii leopardiani, quanto la marchesa Adelaide, restauratrice fortunata del patrimonio Leopardi, tenesse a stecchetto, come il marito, così i figliuoli.
    Non poche volte accadeva che il buon conte Monaldo avesse bisogno di qualche scudo. Per ottenerne dalla severa economia della moglie, scendeva in biblioteca, pigliava alcuni libri, e presentavasi alla marchesa dicendo di averli comperati: essergli quindi mestieri di subito pagarli. L'accorta moglie capiva il latino, sorrideva, e dava al marito quattro o cinque scudi, ma non senza ammonirlo che di nuovi libri, in famiglia, non si sentiva punto il bisogno. (Camillo Antona Traversi)
  • [...] si dove notare che tutta l'onda d'affetto di Monaldo verso Giacomo parve talora incresparsi per il fervore cristiano e l'intolleranza del padre. Monaldo, che primo comprese e segnalò il genio di Giacomo e che ambì per la famiglia un raggio della rinomanza di lui, chiama «inezie» lo sue prime canzoni e ne vuol vietare la diffusione qualificando «delitto» il tentativo di ristamparle[3].; manda nel 1832 articoli risentiti alla Voce della ragione contro la gioventù ribelle all'autorità paterna[4] che sembrano ispirati dalla propria esperienza; sberteggia l'Antologia di Firenze che raccoglieva gli scritti e il pensiero degli amici del figlio, e nei cinquanta paragrafi del testamento ricorda appena Giacomo per dedicare dieci messe all'anima sua[5]; e non un indizio di riconoscenza por la gloria procurata da lui alla casa, mentre dedica lunghe pagine all'altro figlio Luigi «morto con tutti i segni del predestinato»[6]. (Mariano Luigi Patrizi)
  • Un libro su Leopardi non può cominciare che come un'opera buffa: preferibilmente di Gioachino Rossini, che era nato vicino a Recanati, a Pesaro, e poi aveva infiammato Milano, Roma, Parigi e tutto il mondo musicale. Il protagonista di questa opera buffa non è Giacomo, sebbene amasse sino alle lacrime Il barbiere di Siviglia e La donna del lago, ma suo padre Monaldo, nato a Recanati nel 1766 da un'antica famiglia che risaliva, o diceva di risalire, al tredicesimo secolo. (Pietro Citati)

Note[modifica]

  1. a b Citato in Vittorio Gleijeses, Napoli dentro e... Napoli fuori, Adriano Gallina Editore, Napoli, stampa 1990, p. 112.
  2. La rivoluzione francese del 1789.
  3. Emilio Costa, Due lettere inedite di Monaldo Leopardi in Note Leopardiane (Parma, Battei, 1886). [N.d.A.]
  4. La Voce della Ragione, 1832, pag. 139. [N.d.A.]
  5. C. Antona-Traversi, Documenti e notizie, pag. 188. [N.d.A.]
  6. Così dice l'epigrafe mortuaria in Santa Maria di Varano, in Recanati. [N.d.A.]

Bibliografia[modifica]

  • Monaldo Leopardi, Autobiografia, a cura di Giulio Cattaneo, Edizioni dell'Altana, 1997.
  • Monaldo Leopardi, Dialoghetti sulle materie correnti nell'anno 1831, MCL, Nobili, Pesaro, 1832.

Voci correlate[modifica]

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