Dragonlance

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Dragonlance, saga letteraria fantasy di Margaret Weis e Tracy Hickman.

I draghi del crepuscolo d'autunno[modifica]

  • «Usciremo dalla cucina!» (Tanis Mezzelfo)
  • «Non ti affliggere, guerriero,» disse lei. «Il daino compie il suo scopo nella vita provvedendo al sostentamento del cacciatore, sia esso lupo o uomo. Noi non piangiamo per la perdita di coloro che muoiono compiendo il loro destino.» Per un attimo, a Tanis sembrò che gli occhi scuri della Guardiana della Foresta si soffermassero su Sturm mentre parlava, ed essi erano colmi di una così profonda tristezza che il cuore del mezzelfo si riempì di paura.
  • Anche se disprezzato da tutte le altre razze di Krynn, per i kender lo hoopak era più di un semplice attrezzo o un'arma – era il loro simbolo. "Sulle strade nuove ci vuole un hoopak", recitava un detto molto diffuso tra i kender, sempre seguito da un altro detto: "Non esistono strade vecchie".
  • Il tuo amore è una nave/ancorata al molo./Leviamo le sue vele, siamo il suo equipaggio,/lustriamo i suoi boccaporti.

E sì, il nostro faro arde per lei;/e sì, le nostre coste sono calde;/la portiamo in porto,/ogni porto è buono nella bufera.

I marinai stanno sul molo,/i marinai fanno la fila/assetati come i nani lo son dell'oro/e i centauri del vino cattivo.

Poiché tutti i marinai l'amano/e corrono al suo ormeggio,/ed ogni uomo spera/di salirle a bordo. (Tasslehoff Burrfoot)

  • «Arrestate quell'albero! Lo accuso di avermi sottratto il sole!» (Fizban)
  • «Figli miei...» (Matafleur)
  • «La speranza è la negazione della realtà, è la carota appesa davanti al muso dell'asino per farlo camminare nel vano tentativo di raggiungerla...» (Raistlin)
  • «Come posso essere certo di qualcosa, mezzelfo? Non sono neppure certo del mio prossimo respiro. La morte è l'unica grande certezza della vita, Tanis.» (Raistlin)

I draghi della notte d'inverno[modifica]

  • La luce del bastone brillò sulla bella ossatura di un viso scheletrico ricoperto solo dalla pelle d'oro d'uno scintillio metallico. Anche gli occhi emanavano lo sfolgorio dell'oro. Raistlin non sembrò affatto preoccupato dell'espressione irata con cui i due amici lo osservavano. Era avvezzo all'idea che poche persone si sentissero a loro agio in sua presenza o desiderassero averlo attorno.
  • Il mago dalle Vesti Bianche aveva chiuso i leggeri cancelli della Torre [di Palanthas] con una chiave d'argento. Il Reggente allungò la mano bramando la chiave quando un mago dalle Vesti Nere apparve alla finestra di uno dei piani superiori. «I cancelli rimarranno chiusi e le sale rimarranno vuote fino al giorno in cui il Signore del Passato e del Presente ritornerà con il suo potere» gridò. Quindi si lanciò dalla finestra buttandosi ed andando a conficcarsi sulle punte del cancello; prima di morire, lanciò una maledizione contro la Torre.
  • «Io pensavo che fosse morto...» disse Tas, senza riuscire a credere ai propri occhi. «E allora non dovrebbe andare in giro a spaventare la gente!» affermò il vecchio arrabbiandosi. «Gliene dirò quattro. Ehi tu!» gridò. Tas allungò una mano tremante e tirò la manica delle veste del vecchio. «Io... io non sono sicuro, m... ma credo che tu sia Fizban.» (Tasslehoff Burrfoot e Fizban)
  • L'atteggiamento disinvolto e distratto dei kender nei confronti degli averi altrui si estendeva anche alle loro stesse proprietà. Non c'era niente che restasse troppo a lungo nella casa di un kender, a meno che non fosse inchiodato al pavimento. C'era sicuramente qualche vicino di casa che entrava, girava per le stanze, ammirava un determinato oggetto e, distrattamente, se ne usciva infilandoselo in tasca. Tra i kender un cimelio di famiglia era, per definizione, ciò che restava in una casa per più di tre settimane.
  • «Non aver timore, Cavaliere. La tua spada è al sicuro, così come lo sono le vite di coloro che tu ci affidi....se alcuna vita è sicura... Addio, amici miei,» disse in un sibilo, con un bagliore nei suoi strani occhi a clessidra. «E sarà un lungo addio. È destino che alcuni di noi non si incontrino di nuovo in questo mondo!» (Raistlin)
  • Raistlin, quasi inconsciamente, si protese verso di lei allungando la mano tremante come per accarezzare quei meravigliosi capelli che sembravano avere una vita propria, tanto erano folti, luminosi e vigorosi. Poi, vedendo la sua stessa carne che avvizziva, ritirò rapidamente la mano e sprofondò nella poltrona, con un sorriso amaro sulle labbra. Perché quello che Laurana non sapeva, non poteva sapere, era che, mentre la guardava, egli vedeva l'unica bellezza intatta che avrebbe mai visto in tutta la sua vita.
  • «Il Mezzelfo viene da me per consigli non perché io so leggere nel futuro. Non posso farlo. Io non sono un veggente. Tanis viene da me perché io sono capace di pensare, che è una cosa che molti di questi altri sciocchi sembrano incapaci di fare.» (Raistlin Majere)
  • «Prima il kender ci procura l'accusa di aver incitato una sommossa e poi sparisce. Adesso, il cavaliere ci fa buttare in prigione. La prossima volta ricordami di andare dietro al mago. Almeno lo so che quello è pazzo!» (Flint)
  • «L'ho sempre saputo che saremmo giunti a questo prima o poi,» disse il cavaliere lentamente. «Preferisco morire piuttosto di mettermi sotto la tua protezione, Raistlin.» (Sturm Brightblade)
  • «Ricordatevi che anche se i nostri corpi sono svegli, le nostre menti dormono. La morte esiste solo nei nostri sogni - a meno che noi non crediamo che esista realmente.» «E allora perché non possiamo svegliarci?» gridò Tanis furioso. «Perché Lorac crede molto fortemente nel sogno mentre voi non ne siete convinti. Quando anche voi sarete assolutamente certi, senza ulteriori dubbi o incertezze, che si tratta effettivamente di un sogno, allora ritornerete alla realtà.» «Se tutto quello che dici è vero,» ribattè Tanis, «e tu sei convinto che sia un sogno, allora perché tu non ti svegli?» «Forse» disse Raistlin con un sorriso «non voglio.» «Non capisco!» urlò Tanis amareggiato.» «Dovrai capire prima o poi,» predisse cupamente Raistlin, «o altrimenti morirai. Nel qual caso non avrà importanza.» (Raistlin e Tanis durante l'incubo di Silvanesti)
  • «Se rinneghiamo l'amore che ci viene dato, se ci rifiutiamo di donare amore perché temiamo il dolore della sua perdita, allora le nostre vite saranno vuote, la nostra perdita più grande.» (Tanis Mezzelfo)
  • «Ho preso l'argento fuso dai reconditi anfratti nel cuore del Monumento del Drago d'Argento. Con il braccio d'argento che gli dei mi hanno donato ho forgiato l'arma di cui racconta la leggenda. E ve la porto – La porto a tutte le genti di Krynn – perché possiamo unirci e sconfiggere il grando male che minaccia di avvolgerci per sempre nelle tenebre. Vi porto... La Dragonlance.» (Theros Ironfield)
  • «Come invitare i nemici a prendere il tè!» (Flint, parlando della paradossale struttura della Torre del Sommo Chierico)
  • Per tutta la vita [Sturm] aveva seguito il Codice e la Misura. Il Codice - Est Sularus Oth Mithas, il mio onore è la mia vita - sì, il Codice era tutto ciò che gli rimaneva. La Misura non aveva più alcun valore, aveva fallito. La Misura, rigida ed inflessibile, aveva rinchiuso i cavalieri come in un involucro d'acciaio più pesante della loro stessa armatura. I cavalieri, che combattevano per la loro sopravvivenza, isolati, si erano attaccati disperatamente alla Misura senza comprendere che era un'àncora che li trascinava verso il basso.
  • E io perché sono diverso? si chiese Sturm. Ma egli conosceva la risposta e il borbottio del nano gli faceva da contrappunto. Era diverso a causa del nano, del kender, del mezzelfo. Gli avevano insegnato a guardare il mondo con altri occhi. Occhi a mandorla, occhietti piccini ed anche occhi a clessidra. I Cavalieri come Derek vedevano il mondo senza sfumature, in bianco e nero. Sturm aveva visto il mondo in tutti i suoi splendidi colori luminosi, in tutto il suo piatto grigiore.
  • Sturm si riprese con uno sforzo sovrumano. Tutto il resto era scomparso; i suoi ideali, le sue speranze, i suoi sogni. L'Ordine dei Cavalieri si stava sgretolando. La Misura era ormai insufficiente. Tutto nella sua vita era privo di significato. Ma la sua morte non avrebbe dovuto esserlo: avrebbe fatto guadagnare tempo prezioso a Laurana. Gliel'avrebbe fatto guadagnare al prezzo della sua vita, che era tutto quello che gli restava. E sarebbe morto secondo il Codice, perché era l'unico ideale a cui poteva aggrapparsi.
  • Il sole di Sturm andò in frantumi.
  • «Ringrazia il cielo che riusciamo ancora a provare pietà e orrore per la morte di un nemico. Il giorno in cui non ci importerà più niente dei nostri nemici sarà il giorno in cui perderemo questa battaglia.» (Laurana)
  • «Nessuno gnomo, vivo o morto, finisce mai una frase in vita sua.» (Fizban)

I draghi dell'alba di primavera[modifica]

  • «Io non prevedo il futuro. Vedo soltanto il presente mentre diventa passato.» (Astinus di Palanthas)
  • La pioggia luccicò sulla sua pelle dal colore metallico, i suoi occhi a clessidra scintillarono dorati attraverso la tenebra della tempesta...
  • «Diglielo, Caramon» bisbigliò Raistlin. Gli occhi del mago non lasciarono mai quelli di suo fratello. Le pupille a clessidra si dilatarono, la loro luce dorata guizzò minacciosa. «Di’ a Tanis quello che sono capace di fare. Te ne ricordi, perciò dillo. È nei nostri pensieri tutte le volte che ci guardiamo, non è vero, mio caro fratello?»
  • «Adesso abbiamo una possibilità.... Adesso abbiamo una possibilità.» (Flint Fireforge)
  • «Ti ho mai raccontato di quella volta che ho trovato un mammuth lanoso dorato?» (Tas)
  • «Non così in fretta! Rallenta questo affare!» urlò [Tasslehoff] a Flint. «Sei passato davanti a tutti... perfino a Laurana!» Niente sarebbe piaciuto di più al nano che poter rallentare il drago. L'ultima picchiata aveva lanciato le redini alla sua portata e adesso le stava tirando con tutte le sue forze, gridando: «Uuùf, bestione, uuùf!» Il che, a quanto ricordava vagamente, avrebbe dovuto funzionare con i cavalli. Ma non funzionava con i draghi.
  • Ai kender piacevano le nuove esperienze -e questa era sicuramente una delle più eccitanti- ma Tas desiderò che il suolo non si precipitasse loro incontro così velocemente!
  • «Non voltare la schiena a me così come l'hai voltata al mondo» ringhiò Raistlin. (Raistlin ad Astinus di Palanthas)
  • Astinus smise di parlare, sgomento, rendendosi conto di ciò che aveva detto, di ciò che aveva fatto.
  • «So chi sei» mormorò Raistlin con il respiro morente. «Adesso ti conosco e ti imploro.... vieni in mio aiuto, come sei venuto in aiuto nella Torre e a Silvanesti! Il nostro patto è concluso! Salvami, e salverai te stesso!»
  • Astinus fissò per dei lunghi momenti il corpo esanime inondato dalla vivida luminosità purpurea delle due lune. Quindi, a testa china, lo storico lasciò la biblioteca, ora silenziosa, chiudendo a chiave la porta alle sue spalle, con le mani che gli tremavano. Tornato nel suo studio, lo storico rimase seduto per ore, fissando l'oscurità senza vederla.
  • «E io ho fatto tutta questa strada di corsa, quasi ammazzandomi, per scappare da una Torre!» (Flint Fireforge)
  • Poi Raistlin si fermò e si guardò intorno.
    "Sono a casa" disse.
    La pace discese su Palanthas, il sole lenì la paura.

Il destino dei gemelli[modifica]

  • E poi il Tempio stesso andò in frantumi, le mura andarono in pezzi. I marmi si squarciarono. I diversi piani esplosero uno dopo l'altro, come i petali d'una rosa che si dischiudono alla luce del mattino... una rosa, questa, che sarebbe morta al calare della notte. Il kender seguì con lo sguardo quel terribile processo fino a quando vide la torre stessa del Tempio spaccarsi in due e crollare al suolo con uno schianto più devastante di un terremoto.
    Incapace di muoversi, protetto dai potenti incantesimi delle tenebre lanciati da un mago malefico morto da tempo, Tas rimase nel laboratorio di Fistandantilus con lo sguardo sollevato sul firmamento.
    E vide che dal cielo cominciava a piovere fuoco.

La guerra dei gemelli[modifica]

  • Se a ogni kender sulla faccia di Krynn fosse stato chiesto di citare i Posti Che Mi Piacerebbe Visitare Di Più, il piano di esistenza in cui dimorava la Regina delle Tenebre si sarebbe piazzato almeno al terzo posto in qualsivoglia lista.
  • Rannicchiandosi accanto al corpo del suo rivale, il mago vestito di nero che era uscito vincitore dalla battaglia fissò l'ematite nella sua mano. Poi bisbigliò in preda all'orrore: «Chi sono io?»
  • Caramon si ritrovò a pensare a quella strana espressione sul volto di suo fratello quando lui aveva fatto il nome di Dama Crysania. Caramon l'avrebbe definita l'espressione indignata di un amante, se l'avesse vista sulla faccia di qualunque altro uomo. Ma suo fratello Raistlin era capace di una simile emozione? Ad Istar Caramon aveva deciso che Raistlin non lo era, e che era stato completamente divorato dal male. Ma adesso il suo gemello pareva diverso, assai più simile al vecchio Raistlin, il fratello al cui fianco aveva combattuto tante volte in passato, la vita dell'uno affidata all'altro. Ciò che Raistlin aveva detto a Caramon su Tas era sensato. Così, dopotutto, non aveva ucciso il kender. E malgrado talvolta si fosse mostrato irritabile, Raistlin era sempre stato immancabilmente gentile con Crysania. Forse...
  • Orme di passi sulla sabbia che mi guidano... Sollevando lo sguardo vedo il patibolo, la figura incappucciata con la testa sul ceppo, la figura incappucciata del boia, la lama affilata dell'ascia che luccica al sole ardente. L'ascia cade, la testa recisa della vittima rotola sulla piattaforma di legno, il cappuccio vola via... «La mia testa!» bisbiglió Raistlin con voce febbricitante, torcendosi le mani sottili in preda all'angoscia. Il boia, ridendo, si toglie il cappuccio, rivelando... «La mia faccia!» mormorò Raistlin mentre la paura gli si diffondeva per tutto il corpo come un tumore maligno, facendolo sudare e rabbrividire alternativamente. Stringendosi la testa, cercò di bandire le visioni maligne che infestavano continuamente i suoi sogni, notte dopo notte, e si attardavano turbando anche le sue ore di veglia, trasformando in cenere nella sua bocca tutto ciò che mangiava o beveva. Ma non volevano andarsene. «Maestro del Passato e del Presente!» Raistlin scoppiò in una vuota risata: una risata amara, beffarda. «Non sono maestro di nulla! Tutta questa potenza, e sono in trappola. In trappola! Condannato a seguire le sue orme, sapendo che ogni istante che passa è già  passato prima! Vedo gente che non ho mai visto, eppure la conosco! Sento l'eco delle mie parole prima ancora di pronunciarle! Questa faccia!» Si premette le guance con le mani. «Questa faccia! La sua faccia! Non la mia! Non la mia! Chi sono io? Sono il mio stesso boia!» (Raistlin)
  • «Dovrei ammazzarti, dannato bastardo!» ringhiò, con voce soffocata. «E per cosa mai, questa volta, fratello mio?» chiese Raistlin con voce irritata, continuando a leggere il libro degli incantesimi che stava studiando. «Ho assassinato un altro dei tuoi beneamati kender?» (Caramon e Raistlin)
  • «Ah!» Caramon scoppiò a ridere. «Non dimenticherò mai quella volta, quando il tuo vecchio maestro ci ha sorpresi a cucinare con gli ingredienti del suo incantesimo! Ho pensato che ti avrebbe rivoltato come un guanto!» (Caramon, parlando con Raistlin)
  • L'arcimago rimase silenzioso per un momento, fissando la notte che era fredda ma rischiarata dalla luce di Lunitari e dalle stelle. Solinari, al tramonto, era soltanto un graffio argenteo sul cielo. Cosa più importante per Raistlin, era la luna che lui soltanto poteva vedere. Nuitari, la Luna Nera, era piena e rotonda, un buco di tenebra fra le stelle.
  • Ritirato il braccio dalla morsa di suo fratello, il mago raggiunse a grandi passi l'ingresso della tenda. Qui, esitò. Girando a metà la testa incappucciata, parlò a bassa voce, le sue parole erano esasperate, eppure velate da una certa tristezza: «Tu non mi hai mai capito, Caramon.»
  • Appoggiando la testa sul petto di Caramon, sentendo il battito lento e costante del cuore del suo gemello, Raistlin esalò un lungo e tremulo sospiro. Poi chiuse gli occhi per proteggersi dall’oscurità e si mise a singhiozzare come un bambino.
  • Alla fine i nani dei fossi avevano lasciato cadere le inutili picche per combattere come meglio sapevano fare: con le unghie e coi denti. «Questo non risulta dai documenti storici» mormorò Raistlin fra sé, fissando quei piccoli, miserevoli corpi, accigliandosi. I suoi occhi lampeggiarono. «Forse,» mormorò, «questo significa che il tempo è stato alterato?» Rimase immobile a riflettere per lunghi momenti. Poi d'un tratto capì. Nessuno vide il volto di Raistlin, nascosto com'era dal cappuccio, altrimenti avrebbe notato un improvviso, rapido spasimo di rabbia e di dolore. «No,» disse fra sé con amarezza, «il penoso sacrificio di queste povere creature è stato lasciato fuori dai libri di storia non perché non sia successo. È stato lasciato fuori semplicemente perché...» Si interruppe per qualche istante, fissando con espressione cupa quei piccoli corpi frantumati, «...perché non importava a nessuno.»
  • Un'antica leggenda di Krynn narrava di un uomo che, un giorno, aveva commesso un crimine così orrendo che gli stessi dei si erano riuniti per infliggergli la punizione. Quando annunciarono che, d'ora in avanti, l'uomo avrebbe avuto la capacità di vedere nel futuro, l'uomo rise, convinto di aver battuto in astuzia gli dei. L'uomo, però, era poi morto di una morte atroce, qualcosa che Caramon non era mai riuscito a capire. Ora, invece, aveva capito, e l'anima gli faceva male. Davvero, non si sarebbe potuta infliggere punizione peggiore a un mortale: infatti, vedendo il futuro e sapendo cosa accadrà, l'uomo viene privato del suo dono più grande, la speranza.

La sfida dei gemelli[modifica]

  • «Cosa? Stai impallidendo, mago. Il tuo fragile corpo trema, le tue mani sono scosse da un tremito. I tuoi occhi si spalancano per la paura. Pròstrati davanti a me! Implora il mio perdono!...» «Mia Regina...» «Cosa? Non sei ancora in ginocchio?» «Mia Regina... tocca a te muovere.» (Raistlin Majere e Takhisis)
  • «Lasciami andare, fratello mio», disse Raistlin. E malgrado non l’avesse colpito col pugnale, gli tolse lo stesso il sangue; glielo tolse non dalla carne, ma dall’anima. Rapido e preciso, recise l’ultimo legame spirituale che esisteva ancora tra i gemelli. Caramon sussultò leggermente per il dolore fulmineo e lancinante che avvertì al cuore. Ma il dolore non durò. Il legame era troncato. Finalmente libero, Caramon lasciò il braccio di suo fratello senza dire una parola.
  • Vuoto... vuoto. Non c'era nulla dentro di lui? Sì... c'era qualcosa. Non molto, ma pur sempre qualcosa. La sua anima gli tese la mano. E la sua stessa mano rispose, protendendosi a toccare la pelle coperta di vesciche di Crysania.
  • Raistlin liberò lentamente il Bastone, quasi cadde ma si risollevò barcollando, mettendosi dritto senza nessun aiuto, da solo.

La seconda generazione[modifica]

  • Alzandosi lentamente in piedi [Palin] si guardò intorno e scoprì di trovarsi in una terra sconosciuta, piatta e desertica, priva di caratteristiche di qualsiasi tipo. Il panorama del tutto spoglio e desertico si stendeva interminabile fin dove arrivava lo sguardo. Perplesso, si rese conto di non essere mai stato in quel luogo prima di allora, e di trovarlo tuttavia familiare. Il suolo aveva uno strano colore.... una sorta di rosa spento uguale a quello che caratterizzava il cielo... e nel contemplare quella tonalità lui rammentò di colpo le parole di suo padre: sembrava che fosse il tramonto, o che da qualche parte in lontananza stesse ardendo un incendio... «L'Abisso» mormorò, aggrappandosi con la mano tremante al bastone per sostenersi.
  • «Ma che razza di mago sei?» borbottò Tanin, fermo sul molo e intento a osservare la nave che si allontanava. «Avresti dovuto sapere fin dall'inizio che in tutto questo c'era qualcosa di strano.» «Io?» ribatté Palin. «Tanto per cominciare, sei stato tu quello che ci ha coinvolti tutti in questa storia!»
  • «Le avventure cominciano sempre in posti come questo» (Tanin Majere)
  • «Vuoi scommettere?» (Dougan Redhammer)
  • «Palin deve imparare a riconoscere il valore degli altri e a rispettarli per quello che sanno, anche se non sono pronti di mente quanto lo è lui» aveva detto Caramon a Tika, ricordando con rincrescimento il proprio gemello che non aveva mai imparato quella lezione. «Al tempo stesso Sturm e Tanin devono imparare a rispettarlo e a rendersi conto che non possono risolvere ogni problema semplicemente menando colpi con la spada. Soprattutto, quei tre devono imparare a dipendere l'uno dall'altro!» aveva esclamato, scuotendo la testa. (Caramon, parlando dei suoi tre figli)
  • I due ragazzi più grandi [Tanin e Sturm] avevano deciso privatamente (di certo senza farne parola con il padre) che quel viaggio sarebbe dovuto servire a fare "un vero uomo" del loro studioso fratello. La loro opinione di ciò che costituiva la "virilità" di un uomo non collimava però con quella di Palin, al quale sembrava che "agire da uomo" significasse soltanto sopportare i pidocchi, il cibo scadente, birra ancora peggiore e la compagnia di donne di dubbia reputazione...
  • «Re?» ripeté Gilthas, stupefatto, fissando Alhana con espressione incredula. «Portavoce del Sole e delle Stelle...io? No, non puoi parlare sul serio. Io.... io non voglio essere re!»
  • «Alleviamo i nostri figli perché poi ci lascino, Tanis» affermò Dalamar, in tono quieto. «Sono parole di Caramon» osservò Tanis, stupito, sollevando il capo di scatto. «Sì, lui me le ha dette dopo che Palin si è sottoposto alla Prova. "I nostri figli ci vengono dati soltanto per breve tempo, nel quale dobbiamo loro insegnare a vivere autonomamente, perché non saremo sempre lì ad assisterli."» «Sagge parole» ricordando l'amico, Tanis abbozzò un sorriso pieno di affetto. «Però Caramon non è stato capace di seguire la propria massima di vita, non quando si è trattato di suo figlio.»
  • «La luce di Paladine rischiara, non acceca.» (Alhana al senatore Rashas)
  • «Padre» insistette Gil [Gilthas] in tono serio, «non sto ingannando me stesso e so che non sarò in grado di fare molto per cambiare le cose. So che Rashas intende usarmi per i suoi scopi malvagi e per il momento non vedo il modo di impedirglielo. Ricordi però quello che diceva lo zio Tas quando raccontava la storia del salvataggio del nano dei fossi dal drago rosso? "Sono le piccole cose che fanno la differenza che conta". Se nelle piccole cose riuscirò a operare contro Rashas....» Alleviamo i nostri figli perché ci lascino. Tanis aveva fatto proprio questo senza neppure rendersene conto. (Gilthas a suo padre Tanis)

I draghi dell'estate di fuoco[modifica]

  • Nell'udire quell'urlo, che probabilmente era stato sentito fino a Solace, i ladri lasciarono cadere i boccali e afferrarono le armi mentre il loro attuale capo, un furfante noto come Mike il Vedovo in quanto le sue mogli avevano l'inspiegabile tendenza a morire, correva verso la porta seguito da sei dei suoi uomini.
  • «Andate via», ordinò Raistlin. «Uscite tutti.» Per quanto sommessa, la sua voce arrivò fino negli angoli più bui, si insinuò fra le travi del tetto, si posò come fumo su tutta la stanza. «Andare via?» si azzardò a protestare il Vedovo, con una flebile risata. «Noi? Questo non mi sembra giusto, Maestro. Perché non vai via tu? Questa è la nostra Corporazione...» Raistlin si accigliò e socchiuse gli occhi dorati con aria minacciosa, facendo scivolare la mano verso una sacca che portava alla cintura. Sally Dale afferrò il Vedovo e prese quindi a scuoterlo fino a fargli tremare le ossa. «Stolto!» esclamò. «Questo è Raistlin! Raistlin Majere! Il mago che ha combattuto contro la Regina delle Tenebre in persona! Se volesse potrebbe far saltare in aria questa stanza e noi con essa.» Il Vedovo continuò ad esitare, adocchiando Raistlin, che da parte sua rimase del tutto calmo e staccò la sacca dalla cintura, aprendola lentamente... La sala si svuotò all'istante in quanto i ladri si precipitarono tutti verso la porta, le finestre ed ogni immaginabile nascondiglio.
  • «Non esiste magia abbastanza potente da poter bandire dal mio cuore la consapevolezza di essere stato amato. Neppure la morte potrebbe riuscirci» aggiunse in tono sommesso, quasi tra sé. (Raistlin Majere)
  • «Accontenta di nuovo la mia curiosità. Vorresti chiederle perdono?» «No» ribattè Raistlin, freddo. «Perché dovrei? Ha avuto quello che voleva ed io quello che mi spettava. Siamo pari.» «Quindi non ti scuseresti con lei, non le chiederesti perdono... allora cosa le diresti?» Raistlin rimase in silenzio per un lungo momento. Adesso si era di nuovo voltato verso gli scaffali di libri e stava fissando le ombre che li ammantavano come se stesse guardando un tempo che non si sarebbe mai verificato. «Volevo dirle che a volte, durante il mio lungo sonno, ho sognato di lei» mormorò. (Astinus e Raistlin Majere)

L'alba del male[modifica]

  • «E perché voglio che un giorno i grassi locandieri si inchinino davanti a me.» (Raistlin Majere)
  • Quale demone si annidava in Raistlin e lo spingeva a questa competizione costante, e peraltro unilaterale, con Caramon, che ne era beatamente ignaro? D'un tratto Raistlin ricordò una storia che Tasslehoff gli aveva raccontato e che parlava di un nano imbattutosi in un drago rosso addormentato. Il nano aveva attaccato il drago dormiente con l'ascia e con la spada, tempestandolo di colpi per ore fino a sfinirsi senza però che il drago si svegliasse; sbadigliando, alla fine l'enorme creatura si era girata nel sonno e aveva schiacciato il nano. Raistlin provava un'intensa comprensione per quel nano perché aveva l'impressione di essere impegnato in una costante battaglia con il suo gemello che si limitava a rotolargli addosso e a schiacciarlo.
  • «L'anima di un mago viene forgiata nel crogiulo della magia», disse. «Se sceglierai volontariamente di entrare nel fuoco le fiamme ti potrebbero distruggere, ma se sopravviverai ad esse ogni colpo di martello servirà a modellare il tuo essere, ogni goccia d'acqua che ti verrà strappata servirà a temprare e rinforzare la tua anima. Riesci a capirlo?» (Antimodes dalla Veste Bianca)
  • «La magia viene dall'interno», aveva affermato il Maestro Theobald, «Comincia al centro del vostro essere e scorre verso l'esterno. Le parole intercettano la magia che fluisce dal cuore verso il cervello e da lì alla bocca, e nel pronunciarle voi date alla magia forma e sostanza, attivando l'incantesimo. Parole pronunciate da una bocca vuota servono invece soltanto a muovere le labbra»
  • «Noi maghi riconosciamo che nel mondo ci dev'essere un equilibrio», aveva cercato di spiegargli. «L'oscurità segue la luce del giorno, ed entrambe sono necessarie perché noi si continui ad esistere; allo stesso modo il Conclave rispetta sia l'oscurità sia la luce, chiedendo in cambio che tutti i maghi rispettino le sue leggi, che sono state elaborate nel corso dei secoli per proteggere la magia e quanti la praticano. La fedeltà di ogni mago deve andare innanzitutto alla magia, e poi a qualsiasi altra cosa.» (Raistlin)
  • «I kender sono i veri innocenti di questo mondo, ci ricordano che consumiamo una quantità di tempo e di energia preoccupandoci di cose che in realtà non sono importanti.» (Par-Salian)
  • «La magia è nel sangue, scorre dal cuore, e ogni volta che la usi una parte di te se ne va con essa. Soltando quando sarai pronto a donare qualcosa di te senza ricevere nulla in cambio sarai in grado di utilizzarla.» (Theobald Beckman)
  • «Io lo farò. Nella mia vita nulla ha importanza tranne questo momento, il solo che esista per me: sono nato in questo momento, e se dovessi fallire esso sarà anche quello della mia morte.» (Raistlin Majere)
  • «Non ci si può nascondere dal pericolo, la morte fluttua nell'aria, striscia attraverso le finestre, viene trasmessa dalla stretta di mano di uno sconosciuto. Se cessiamo di vivere per paura della morte, allora siamo già morti.» (Raistlin)
  • Ormai da tempo Raistlin aveva rinunciato alla speranza che un giorno nel guardarsi allo specchio si sarebbe visto come l’immagine del proprio avvenente gemello: con i suoi lineamenti fini, gli occhi grandi e i morbidi capelli rossicci che gli scendevano fino alle spalle, Raistlin sarebbe stato senza dubbio il più avvenente dei due se non fosse stato per i suoi occhi, che trattenevano troppo a lungo lo sguardo degli altri, vedevano troppo e troppo in profondità, e contenevano sempre una vaga espressione di disprezzo, dovuta al fatto che lui vedeva con chiarezza le menzogne, gli artifici e le assurdità delle persone e ne era al tempo stesso divertito e disgustato.
  • «Esiste una differenza fra saggezza e intelligenza, fratello mio, ed è possibile avere l'una ma non l'altra» (Raistlin)
  • «Voi tutti pensate di conoscere mio fratello», disse fra sé Caramon, rivolgendosi silenziosamente ad una fila di volti. «Tu, Maestro Theobald, e tu, Jon Farnish, e anche tu, Sturm Brightblade, e tutti voi altri lo definite "Astuto" e "Subdolo", dite che è freddo, calcolatore e insensibile, e credete di conoscerlo. Io lo conosco», pensò, con occhi ora colmi di lacrime. «Sono il solo a conoscerlo davvero». (Caramon Majere)
  • Raistlin non aveva difficoltà a vedere i fatali difetti presenti negli esseri mortali, vedeva la loro avidità, i loro pregiudizi, la loro credulità, la loro perfidia e la loro bassezza d'animo, tutte pecche per le quali li disprezzava, e in quel momento comprese che avrebbe potuto sfruttare quelle pecche per i propri fini, quali che potessero essere, operando il bene o il male con il suo potere, a seconda di quello che avesse scelto.
  • «Chi vuole gli dèi o ne ha bisogno?» rise lei con noncuranza, spingendosi indietro i capelli ricciuti. «Io no di certo. Nessuna forza divina controlla la mia vita e a me piace così perché sono io a scegliere il mio destino. Non sono schiava di nessun uomo, quindi perché dovrei essere schiava di un dio e permettere a qualche prete o a qualche chierico di dirmi come devo vivere?» (Kitiara Uth Matar)
  • «Tu stesso sei sempre stato solito dire che coloro che percorrono i sentieri della notte devono sapere come vedere il buio.» (Antimodes della Veste Bianca)
  • Tornerei ai giorni della mia giovinezza? si chiese Raistlin. Allora il mio corpo sembrava fragile, ma era forte rispetto a questo insieme di ossa e di carne in cui sono adesso racchiuso, tenuto unito soltanto dalla mia volontà. Tornerei indietro? Allora quando guardavo qualcosa di bello esso mi appariva tale, mentre adesso nel contemplare la bellezza la vedo annegata, gonfia e sfigurata, trascinata verso valle dal fiume del tempo.Tornerei indietro? Allora noi eravamo gemelli, insieme nel grembo materno e dopo la nascita, anche se fisicamente separati. Adesso i cordoni di seta della fratellanza pendono tagliati in mezzo a noi e non si rinsalderanno più. Tornerei indietro? Chiudendo il volume su cui aveva stilato le sue preziose annotazioni, Raistlin prese la penna e scrisse sulla copertina:
    Io, Magus
    E con un rapido, deciso tratto sottolineò quelle due parole.

I fratelli in armi[modifica]

  • Quelli erano sogni ad occhi aperti, ma del resto i giovani sono fatti di sogni.
  • L'arcimago [Par-Salian] avvertì lo sguardo di quegli occhi dorati e dalle pupille a forma di clessidra, lo sentì posarsi su di lui e pungergli la carne come se la punta della spada da lui forgiata gli fosse stata passata sulla pelle. Quegli occhi dorati, con la loro vista maledetta, non rivelavano nulla dei pensieri che si celavano dietro ad essi.
  • Tu conosci la verità, vero, Maestro Antimodes? pensò fra sé. Ti hanno permesso di guardare? Mi hai visto uccidere il mio gemello, o quella che è risultata essere la sua immagine illusoria? Non che questo abbia importanza, perché la consapevolezza che ho dentro di me di essere capace di commettere un atto tanto orribile equivale al crimine stesso. Io ti faccio inorridire, vero? Non mi tratti più come eri solito fare, adesso non sono più la tua preziosa scoperta, il tuo allievo tanto dotato di talento che sei orgoglioso di presentare agli altri. Mi ammiri, ma con riluttanza; mi compatisci, ma io non ti piaccio.
  • [...] Era evidente che la parola utilizzata apparteneva al linguaggio della magia. Nella Torre lui [Raistlin] aveva trascorso un'ora provando ogni parola della lingua arcana della magia che gli venisse in mente e che potesse somigliare anche remotamente a "shark", ma con sua crescente frustrazione aveva avuto nei suoi tentativi la stessa fortuna di quel soldato da tempo morto e dimenticato. «Elem shardish», scandì, una frase standard che significava "Per mio ordine" e che era utilizzata per attivare la magia in più di un manufatto. A quanto pareva, però, questo particolare manufatto faceva eccezione alla regola, dato che il cristallo trattenuto in un dorato artiglio di drago rimase scuro e passivo. Accigliandosi, Raistlin abbassò lo sguardo sulla frase successiva che aveva annotato nella sua lista, "Sharcum pas edislus", che era un altro comando magico piuttosto comune dall'approssimativo significato di "Fa' ciò che ti dico" e che ottenne gli stessi risultati di quello precedente: il cristallo rimase spento, tranne per il bagliore strappato a esso da un raggio di sole che si riflesse sulla sua superficie. Imperterrito, Raistlin continuò con la sua lista, che comprendeva frasi che andavano da "Omus sharpuk derli" ("Così sia") a "Schirkit muan", il cui significato era "Obbediscimi". «Uh, Lunitari's idish, shirak, damen du!» esclamò infine, perdendo la pazienza di fronte a quegli esiti infruttuosi. Immediatamente dal cristallo che sormontava il bastone scaturì una luce limpida e intensa. Stupefatto, Raistlin rimase a fissare quel chiarore cercando di ricordare le parole esatte che aveva pronunciato, poi raccolse la penna con mano tremante, lo sguardo diviso fra quella meravigliosa luce magica e il foglio che aveva davanti, e scrisse la frase, "Uh, Lunitari's idish, shirak, damen du!" e la sua traduzione: "Oh, per l'amore della dea, illuminati, dannazione a te!" E constatò che quella era la risposta.
  • Kitiara giaceva avvolta nelle coperte, con le braccia sotto la testa e lo sguardo rovente fisso sulla luna rossa che pareva ridere di lei, e in cuor suo sapeva benissimo il perché di quella risata celeste. «Una caccia allo snipe», ringhiò ad alta voce, parlando a se stessa a denti stretti per l'ira. «È una dannata caccia allo snipe!»
  • «Io sono Horkin, il Maestro Horkin per te, Rosso». «Il mio nome è...» cominciò Raistlin, in tono secco. «Non m'importa qual è il tuo nome, Rosso», lo prevenne però Horkin, sollevando una mano in un gesto di avvertimento. «Non voglio neppure conoscerlo. Se sopravviverai alle prime tre o quattro battaglie forse mi prenderò la briga di scoprire quale esso sia ma non prima. Un tempo avevo l'abitudine di imparare i nomi ma poi ho scoperto che è soltanto una dannata perdita di tempo perché non appena comincio a conoscere uno sputabudella lui mi muore fra le mani, quindi adesso non mi prendo più questo fastidio perché mi ingombra la mente con una serie di informazioni inutili.»
  • Raistlin rimase a lungo in silenzio, con la pioggia che gli batteva sulla veste fradicia e gli martellava sulla testa, grondando dai capelli prematuramente incanutiti dalla terribile Prova a cui si era sottoposto e scorrendo lungo le mani snelle e agili la cui pelle splendeva di un bagliore dorato, un altro marchio lasciato su di lui dalla Prova. Sì, l'aveva superata, ma di stretta misura e anche se non ricordava tutto quello che era successo sapeva in cuor suo di essere andato molto vicino al fallimento. Scrutando attraverso le cortine di pioggia indugiò a contemplare Caramon, Scrounger e quegli altri uomini di cui non conosceva ancora il nome: i suoi compagni. D'un tratto si sentì molto umile e si trovò a guardare Horkin con nuovo rispetto nel rendersi conto di aver appreso di più da quest'uomo rozzo e ignorante, del genere che aveva visto nelle fiere intenti a esibirsi estraendosi monete dal naso, di quanto avesse imparato in tutti i suoi anni di studio.

Il mistero di Mereklar[modifica]

  • «Oh, lascialo venire, Raist», disse il guerriero. «Ci farà compagnia. Lo sai che ci annoiamo, a parlare soltanto fra noi.» «Lo so che mi annoio a parlare solo con te, fratello mio, ma non penso che la situazione migliorerà, prendendo con noi un kender.» (Raistlin e Caramon a proposito di Earwig)
  • Ma la gente li aveva presi come animali da compagnia, o forse erano stati i gatti a prendere la gente come animali da compagnia, a volte è difficile distinguere le due cose. (Shavas)
  • «Il soldato ne parlava con uno dei suoi colleghi. L'uomo assassinato, non aveva il cuore!» «Beato lui», disse il mago. (Earwig e Raistlin)

I draghi degli abissi dei nani[modifica]

  • I pensieri di Tasslehoff erano meno facili da esporre in maniera coerente, dato che somigliavano di più al volo di un'ape ubriaca che errasse di fiore in fiore. Essi si articolavano più o meno in questo modo:
    «Non c'è bisogno che Caramon mi tenga tanto stretto (Indignazione) Perché non cadrò di certo fuori. Oh! Guarda là! (Eccitazione) Darò un'occhiata più da vicino. No, credo di no (Rimpianto) Ecco che se ne va. Guarda là! Altri nani! Salve, nani! Mi chiamo Tasslehoff Burrfoot. Quella era una rapa? (Eccitazione) Arman, era una rapa, quella che ti hanno tirato contro? Di certo ha un colore strano, per essere una rapa (Curiosità) Non avevo mai visto una rapa nera, prima d'ora. Ti dispiace se la guardo meglio? Ecco, non c'è bisogno che tu sia così scontroso (Offesa) Non ti ha colpito così forte. Ehi, ragazzi! Guardate quello! (Eccitazione) ...».
  • Alla fine, tormentandosi la barba, Arman chiese loro se avevano qualche domanda da fargli. «Si», rispose Caramon, tenendo sollevata sulla testa una delle pesanti testate di letto che stava mettendo in posizione sul pavimento. «Quando si cena?».
  • Flint sorprese il kender nell'atto di cercare di staccare dal muro una grossa ascia da guerra da orco.
    «Mettila giù!» ordinò con fervore. «Che altro hai ficcato nelle tue sacche...».
    «Non ho sacche» gli fece notare Tas, in tono triste. «Ho dovuto metterle giù per indossare l'armatura da nano».
    «Nelle tasche, allora», farfugliò Flint. «Se scopro che hai rubato qualcosa...»
    «Non ho mai rubato in vita mia!» protestò Tas. «Rubare è sbagliato!».
    «D'accordo», si corresse Flint, con un profondo respiro. «Diciamo che se scopro che hai "preso a prestito" qualcosa, o raccolto qualcosa che qualcuno ha "lasciato cadere"...»
    «Rubare ai morti è estremamente sbagliato» dichiarò Tas, in tono solenne. «Provoca perfino delle maledizioni»
    «Vuoi lasciarmi finire la frase?» ruggì Flint.
    «Si, Flint», annuì sottomesso, «Che cosa volevi dire?»
    «L'ho dimenticato», ringhiò Flint, «Vieni con me».
  • Flint stava per avviarsi di nuovo giù per le scale quando si guardò intorno e si rese conto di essere solo, cosa che destò in lui un senso di panico. Aveva dimenticato le regole base da osservare quando si viaggiava con un kender. Regola numero uno: mai permettere che un kender si sentisse annoiato. Regola numero due: mai perdere di vista un kender annoiato.
  • Si sentiva vagamente in colpa per aver mandato il kender a incontrare quello spettro, o ghoul, o chissà che altro era la cosa che sosteneva di essere Kharas, ma placò in fretta la propria coscienza ricordando a se stesso che il kender aveva un notevole talento per la sopravvivenza. «Riesce soltanto a far ammazzare le altre persone», borbottò. «Semmai, dovrei essere preoccupato per il fantasma». (Flint)
  • «Ho incontrato un mammuth lanoso dorato, Flint! Mi ha mostrato la via per andarcene da qui.», disse.
    «Basta con i mammuth lanosi», ingiunse Flint, fissandolo con irritazione. «Basta adesso e anche in futuro».
    «Cosa?» Tasslehoff era confuso. «Non ho detto mammuth lanoso dorato, perché non esistono i mammuth lanosi dorati. Ho incontrato un... un mammuth lanoso dorato». Si premette le mani sulla bocca.
    «Perché ho detto questo? Non ho visto un mammuth lanoso. Si trattava di un mammuth lanoso dorato». Tas si assestò un colpo alla testa, sperando di scrollarsi il cervello.
    «Era grosso, era dorato, aveva le ali e la coda, ed era un... mammuth lanoso». Per quando ci provasse e si sforzasse, non riusciva a dire la parola d... mammuth lanoso.

I draghi del Signore del Tempo[modifica]

  • «La gente ti chiama Raist?» «No», rispose Raistlin secco. C’era stata una sola persona che lo avesse mai chiamato così. (Raistlin e la kender Marigold)
  • «Immagino che prima di rivolgerti al male, eri un tempo un bambino felice e spensierato…» «Immagini male.» (Talent Orren e Raistlin)
  • Era lieto di aver tenuto il cappuccio abbassato a coprirgli il volto, perché in quel momento la sua mente stava vacillando e barcollando come un ubriaco. Era stato così certo che Caramon fosse morto, se ne era convinto, se lo era ripetuto ogni mattina, ogni notte… Chiuse gli occhi per impedire che la stanza cominciasse a ruotargli intorno, e serrò le mani intorno ai braccioli della sedia per cercare di ritrovare il controllo. Cosa m’importa se Caramon è vivo o morto?, si chiese, affondando le dita nel legno. Per me è lo stesso. Solo che non lo era. Da qualche parte, nel profondo del suo essere, una parte debole e molto disprezzata di lui, una parte che aveva a lungo tentato di soffocare, desiderava piangere di gioia.

I draghi della Luna evanescente[modifica]

  • «Allora perché la sua anima non se n'è andata con le altre?» replicò Sargonnas. «Perché indugia qui, se non per sfruttare la nostra debolezza?» «Perché rimani qui, Raistlin Majere», chiese severamente Paladine, «quand'eri libero di progredire?». «Perché mi manca metà di me stesso», ribatté Raistlin, e si girò verso il dio, incontrando il suo sguardo. «Insieme, mio fratello e io siamo entrati in questo mondo, e insieme lo lasceremo. Abbiamo camminato divisi per gran parte delle nostre vite. È stata colpa mia. Se posso evitarlo, non saremo separati nella morte.»
  • «Peccato che non te ne sia accorto prima», ruggì Sargonnas in direzione di Zivilyn. Poi il dio minotauro puntò lo sguardo su Raistlin. «Supponiamo che questo maledetto kender sia vivo. Perché mai recitava una formula magica? Voi stregoni non mi siete mai piaciuti, ma almeno avevate abbastanza buon senso da impedire ai kender di usare la magia. Per me, questa tua storia puzza come il pesce di ieri.»
  • Ripensandoci, dovette ammettere con se stesso che c'erano stati momenti in cui il mago [Raistlin] non era certo stato amichevole nei suoi confronti. E restava il fatto che Raistlin aveva veramente ucciso gli gnomi. O per lo meno, ne aveva ucciso uno per avere aggiustato il Congegno per Viaggiare nel Tempo. Quello stesso congegno, anche se non quello stesso gnomo. Raistlin indossava vesti nere come le aveva indossate allora e sebbene Tasslehoff trovasse a volte Conundrum estremamente irritante, non voleva vederlo morto. Così, per il bene dello gnomo, decise di stare zitto e di non balzare addosso a Raistlin. (Tasslehoff)
  • «Ho sentito raccontare di una ragazza elfica che portava l'armatura», protestò un altro, un tipo apparentemente polemico. «Mio nonno cantava una canzone su di lei. Erano i tempi della Guerra della Lancia.» «Bah! Tuo nonno era un vecchio ubriacone», esclamò un terzo. «Non era mai andato da nessuna parte. È vissuto e morto nei bar di Flotsam.» «Eppure ha ragione», affermò una delle mogli dei mercanti. «Nel corso della grande guerra ci fu una ragazza elfica che combatté valorosamente. Si chiamava Loony-tarry.» «Lunitari era la vecchia dea della magia, mia cara», la corresse un'amica, dandole un colpetto con il gomito. «Quella che se n'è andata lasciandoci alla mercé di questi draghi immensi e mostruosi.» «No, sono sicura di no», replicò l'altra, offesa. «Era Loony-tarry e ucciseuna di quelle bestiacce con uno strumento di origine gnomica, una specie di lancia, che la donna conficcò nella gola della bestia. Quanto vorrei che ne arrivasse un'altra e riservasse lo stesso servizio a questi nuovi draghi.»
  • «Hai commesso un errore, mia regina», continuò Soth, parlando alle ombre, dove sapeva lei si nascondeva, in attesa. «Hai usato la mia rabbia per tenermi in pugno e mi hai trascinato qui per potermi usare ancora. Ma mi hai lasciato solo troppo a lungo. Mi hai lasciato nel silenzio nel quale potevo sentire ancora la voce della mia amata moglie. Mi hai lasciato nell'oscurità che è divenuta la mia luce, poiché potevo vedere ancora una volta il volto della mia sposa. Potevo vedere me stesso e ciò che vedevo era un uomo consumato dalla paura. È stato allora che ti ho vista per quella che sei. «Ho combattuto per te, Regina Takhisis. Credevo che la tua causa fosse la mia. Il silenzio mi ha insegnato che eri tu a nutrire la mia paura, innalzando intorno a me un anello di fuoco che non sarei mai riuscito a superare. Ora il fuoco si è spento, mia regina. Intorno a me ci sono solo ceneri.»
  • «Mi inginocchio nel sangue della mia sposa e nel sangue di tutti coloro che sono morti perché avevo paura. La imploro di perdonarmi per il male che le ho causato. Imploro il perdono di tutti quanti.» «Non può esserci perdono», ribatté Mina in tono duro. «Che siate maledetto. L'Unica Dea getterà la vostra anima nell'oscurità del tormento e del dolore infiniti. È questo quello che volete?» «La morte è ciò che voglio», disse Lord Soth. Infilò una mano sotto la corazza ed estrasse una rosa. Era morta da anni, ma il colore non era sbiadito. La rosa era rossa come le labbra, rossa come il sangue della donna che aveva amato. «Se la morte porta tormento, l'accetto come mia giusta punizione.» Lord Soth vide Mina riflessa nel fuoco della sua anima. «La tua dea non mi ha più in pugno. Non ho più paura.»
  • «Quando dico "lei", non intendo Mina», spiegò il minotauro. «Intendo l'Unica Dea. Non hai mai pensato di scoprire il suo nome?» «Il nome dell'Unica Dea?» Gerard era viepiù seccato da quella conversazione. «No. In tutta onestà, non me ne è mai importato un fico...» «Takhisis», annunciò Galdar. «... secco», concluse Gerard, e ammutolì. A cavallo sulla strada, al buio, pensava: è tutto logico. È tutto così dannatamente, orribilmente, mostruosamente logico. Non c'era bisogno di chiedergli se credesse al minotauro. Nel suo intimo, Gerard aveva sempre sospettato la verità.
  • Cosa aveva sperato? Che il Solamnico gli provasse che sbagliava? «Bah!» grugnì Galdar. «È prigioniero nella stessa rete di tutti noi. E non c'è via di uscita. Né ora, né mai. Nemmeno nella morte.»
  • «Ho pensato molto a quello che hai detto nella grotta del potente Skie», dichiarò lentamente Razor. «Sul fatto che nessuna delle calamità che hanno colpito questo mondo sarebbe successa se non fosse stato per Takhisis. Odiavo e detestavo Paladine e gli altri cosiddetti dei della luce. Maledicevo il suo nome, e se avevo la possibilità di uccidere uno dei suoi campioni, la coglievo e me ne gloriavo. Aspettavo con ansia il giorno in cui la nostra regina avrebbe dominato incontrastata. «Ora quel giorno è arrivato, e me ne dispiaccio. Lei non ha alcun affetto per noi.» Razor fece una pausa, poi aggiunse: «Ti vedo sorridere, Argento. Pensi che "affetto" sia la parola sbagliata. Sono d'accordo. I seguaci della Regina Scura non sono famosi per essere individui amorevoli. Rispetto. Ecco la parola adatta. Takhisis non ha rispetto per coloro che la servono. Li usa finché non le sono più utili, e poi li getta via. No, non intendo più servire Takhisis». (Il drago Azzurro Razor a Mirror)
  • Perché non vedevano come stavano realmente le cose? Che cosa li accecava? Takhisis. Questa è opera sua, pensò Gilthas. Ora che è libera di governare il mondo, si è impossessata del dolce elisir dell'amore, lo ha mescolato con il veleno e lo ha offerto sia alla madre che al figlio. L'amore di Silvanoshei per Mina è divenuto un'ossessione. L'amore di Alhana per il figlio le annebbia la mente. Come possiamo combattere tutto ciò? Come possiamo combattere una dea quando anche l'amore - la nostra arma migliore contro di lei - è contaminato?
  • Nelle leggende dei minotauri, Kaz era l'eroe, che salvava la vita a Huma più e più volte e, alla fine, Huma era sempre umilmente grato al valoroso minotauro, che accettava i suoi ringraziamenti con dignità condiscendente. Galdar aveva sempre creduto a queste leggende, ma ora cominciava a pensarla diversamente. Forse, in realtà, Kaz aveva combattuto con Huma perché gli voleva bene, proprio come lui ne voleva a Mina.
  • Galdar sapeva cosa Mina aveva in mente, e l'amava per questo, anche se il cuore gli doleva solo a pensarci. Inginocchiandosi accanto all'altare, giurò che, se ci fosse stato un modo per fermarla, non l'avrebbe lasciata andare in battaglia da sola.
  • Che cosa faremo Palin e io se Razor decide di cambiare partito? si chiese. Un drago cieco e uno stregone morto contro una dea. Be', se non altro, forse a Takhisis verrà il mal di pancia dalle risate. (Il drago d'Argento Mirror)
  • Razor si alzò. Con i sensi rimasti, Mirror percepì il movimento al suo fianco. La mano dell'Azzurro si posò sulla sua spalla, forse per l'ultima volta. «Ho sempre odiato quelli della tua razza, Argento. Me ne rammarico, perché ho scoperto che abbiamo più cose in comune di quanto non pensassi.» «Siamo draghi», dichiarò Mirror, con semplicità. «Draghi di Krynn.» «Sì», convenne Razor. «Se solo ce ne fossimo ricordati prima.»
  • Apparve Dalamar, materializzandosi dal fumo dei teschi bruciati. «Non avresti dovuto farlo, Palin. Non avresti dovuto interferire. La tua anima verrà condannata all'oblio. All'oscurità eterna.» «Quale sarà la ricompensa per i tuoi servigi?» gli domandò Palin. «La tua vita? No», si rispose alla domanda, «non ti interessa la vita. È la magia che vuoi». «La magia è vita», replicò Dalamar. «La magia è amore. La magia è famiglia. La magia è moglie. La magia è figlia.» All'interno del tempio, il corpo di Palin sedeva sulla panca, fissava senza vederle le fiamme delle candele che ondeggiavano, timorose e impotenti, spinte dai venti di tempesta che soffiavano nella stanza. «Che peccato», mormorò, mentre il suo spirito iniziò a rifluire, come acqua che si allontana dalla riva, «che solo alla fine abbia scoperto ciò che avrei dovuto sapere fin dall'inizio». «L'oscurità eterna», echeggiò Dalamar. «No», mormorò Palin, «perché oltre le nubi, splende il sole».
  • Il drago d'argento avrebbe potuto liberarsi di quella debole forma umana e assumere il suo vero aspetto. Anche da cieco, avrebbe potuto difendersi dall'attacco della folla. Stese le braccia, che sarebbero divenute le ali d'argento, e sollevò la testa. Sentì il cuore riempirsi di gioia, anche se il pericolo incombeva su di lui. In un istante sarebbe stato nuovamente se stesso, l'argento delle sue squame avrebbe brillato nell'oscurità e avrebbe cavalcato i venti della tempesta.
  • [Takhisis] urlò di rabbia, ma con una voce, non con cinque; ed era la voce di una mortale. Il fuoco dei suoi occhi, che un tempo aveva bruciato il sole, si ridusse al guizzo della candela che può essere spento con un soffio. Il peso di carne e ossa la trascinò giù dall'etere. I tonfi del cuore le risuonavano violenti nelle orecchie; ognuno le diceva che, un giorno, i battiti sarebbero cessati, e sarebbe venuta la morte. Doveva respirare, per non soffocare. Doveva applicarsi a tirare un respiro dopo l'altro. Sentiva i morsi della fame che non aveva mai conosciuto, e tutti gli altri dolori di quel corpo debole e fragile. Lei, che aveva percorso i cieli e vagato fra le stelle, fissò con disgusto i due piedi su cui ora era costretta ad arrancare.
  • «Un giorno conoscerai il dolore della morte. Anzi, peggio, fratello» - Takhisis fece un sorriso cupo, sprezzante, mentre le ombre le velavano gli occhi - «conoscerai il dolore della vita». (Takhisis a Paladine)
  • «Sei sicuro, Tas?» domandò Gerard, guardando il kender con tranquilla solennità. Tas annuì. «"Troppi hanno sacrificato troppo...", così ha detto Mirror. Ci ho pensato quando ho superato il confine del mondo: se muoio qui, dove non devo, tutto morirà con me. E poi, sai cos'è successo, Gerard? Ho avuto paura! Non avevo mai avuto paura, prima.» Scosse la testa. «Non così.»
  • [Gerard] posò la mano sulla spalla di Tas. «Mirror aveva ragione. Tu sei saggio, forse la persona più saggia che io conosca, e certamente la più coraggiosa. Ti onoro, Tasslehoff Burrfoot.» Estraendo la spada, Gerard offrì al kender il saluto che un vero Cavaliere riserva a un altro. Un momento glorioso. «Addio», concluse Tasslehoff. «Possano le tue borse non essere mai vuote.»
  • Fra le braccia, Raistlin teneva un corpo, avvolto in lenzuola bianche. «La tua anima è libera», disse Solinari in tono gelido. «Il tuo gemello ti aspetta. Hai promesso di lasciare questo mondo. Devi mantenere la promessa.» «Non ho nessuna intenzione di restare qui», replicò Raistlin. «Mio fratello mi aspetta, così come i compagni di un tempo.» «Ti hanno perdonato?» «O io ho perdonato loro», ribatté Raistlin in tono tranquillo. «È una questione fra amici e non vi riguarda.» Abbassò lo sguardo sul corpo che teneva in braccio. «Ma questa sì.» Raistlin depose il corpo del nipote ai piedi degli dei. Quindi, buttato indietro il cappuccio, li affrontò. «Chiedo a tutti voi un ultimo favore», disse. «Ridate la vita a Palin. Ridatelo alla sua famiglia.» (Raistlin a Solinari, Lunitari e Nuitari).
  • Raistlin, inginocchiato accanto al corpo del nipote, sollevò il lenzuolo bianco. Palin aprì gli occhi e si guardò intorno confuso, poi posò lo sguardo sullo zio: la sua confusione aumentò. «Zio!» esclamò. Sedutosi, si allungò per prendere la mano dell'uomo. Le sue dita, la sua carne, le sua ossa e il suo sangue nella mano di Raistlin, che era la mano eterea del morto.
  • «Grazie», disse Palin, sollevando il capo per guardare gli dei che lo circondavano radiosi. «Grazie, zio.» Tacque, quindi aggiunse: «Una volta prevedesti che sarei diventato il più grande mago di tutta Krynn. Non penso che accadrà mai». «Avevamo molto da imparare, nipote», replicò Raistlin, «su ciò che era veramente importante. Addio. Mio fratello e i nostri amici mi aspettano», disse sorridendo. «Tanis è come sempre impaziente di andare.» Palin vide davanti a sé un fiume di anime, un fiume che scorreva placidamente, lentamente, tra le rive degli esseri viventi. Il sole splendeva sul fiume, la luce stellare scintillava nelle sue impenetrabili profondità. Le anime dei morti guardavano davanti a loro verso un mare le cui onde lambivano le sponde dell'eternità, un mare che li avrebbe portati verso nuove terre. In piedi sulla riva, in attesa del suo gemello, c'era Caramon Majere. Raistlin raggiunse il fratello. Entrambi sollevarono la mano in segno di saluto, quindi entrarono nel fiume e si lasciarono trasportare dalle acque argentee, che fluivano nel mare infinito.
  • Un elfo in abiti da viaggio, sporchi e sgualciti, si mise accanto a Gilthas. Non aprì bocca, ma restò a guardare in rispettoso silenzio, mentre le ceneri di Goldmoon e Riverwind venivano trasportate all'interno. «Addio, amici fedeli», mormorò. Gilthas si girò verso di lui. «Sono felice di avere l'opportunità di parlarvi, Èli...» iniziò. L'elfo lo zittì. «Non mi chiamo più così.» «E come dobbiamo chiamarvi, signore?» domandò Gilthas. «Ho avuto così tanti nomi», disse l'elfo. «Èli fra gli elfi, Paladine fra gli umani. Persino Fizban. E quello, devo ammetterlo, era il mio preferito. Ora non mi serve più nessuno di essi. Ho scelto un nuovo nome.» «Cioè?» chiese Gilthas. «Valthonis», rispose l'elfo. «"L'esule"?» si stupì Gilthas, confuso. All'improvviso capì. Cercò di parlare ma, con voce rotta, non riuscì a dire nient'altro che: «Allora condividerete il nostro destino». (Paladine e Gilthas)
  • In risposta, l'elfo [Valthonis] alzò lo sguardo verso il cielo notturno. «Un tempo in cielo c'era una stella rossa. Te la ricordi?» «Sì, signore.» «Cercala ora. La vedi?» «No, signore», affermò Gerard, esplorando con gli occhi la volta celeste. «Che cosa le è accaduto?» «Il fuoco della fucina si è estinto. Flint ha spento la fiamma, perché sapeva che non era più necessaria.» «Allora Tasslehoff l'ha trovato», commentò Gerard. «Tasslehoff l'ha trovato. Lui, Flint e i loro compagni sono nuovamente insieme», spiegò l'elfo. «Flint, Tanis, Tasslehoff, Tika, Sturm, Goldmoon e Riverwind. Aspettano solo Raistlin, che li raggiungerà presto, perché Caramon, il suo gemello, non se ne andrà senza di lui.» «Dove sono diretti, signore?» chiese Gerard. «Al prossimo stadio del viaggio delle anime», disse l'elfo. «Buona fortuna», mormorò Gerard. Lasciò la Tomba degli Ultimi Eroi, salutò l'elfo e, infilata la chiave in tasca, si diresse verso la taverna dell'Ultima Dimora. La calda luce che splendeva dalle finestre illuminava la via.

Bibliografia[modifica]

  • Margaret Weis e Tracy Hickman, I draghi del crepuscolo d'autunno, traduzione di Stefano Negrini, Arnoldo Mondadori, Milano 1994. ISBN 8804380985
  • Margaret Weis e Tracy Hickman, I draghi della notte d'inverno, traduzione di Stefano Negrini, Armenia, Milano 1989. ISBN 8834410165
  • Margaret Weis e Tracy Hickman, I draghi dell'alba di primavera, traduzione di Gian Paolo Cossato e Sandro Sandrelli, Armenia, Milano, 1989. ISBN 8834410173
  • Margaret Weis e Tracy Hickman, Il destino dei gemelli, traduzione di Giampaolo Cossato e Sandro Sandrelli, Armenia, Milano. ISBN 9788834416365
  • Margaret Weis e Tracy Hickman, La sfida dei gemelli, traduzione di Giampaolo Cossato e Sandro Sandrelli, Armenia, Milano. ISBN 9788834416365

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