Edmondo Cione

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Domenico Edmondo Cione (1908 – 1965), filosofo e politico italiano.

Citazioni di Edmondo Cione[modifica]

  • Disposto a secondare l'aura dei tempi, Ferdinando iniziò il proprio regno concedendo una larga amnistia politica e chiamando ai posti di comando gli antichi seguaci di Murat e gli antichi rivoluzionari del '21. Così il giovane non secondava soltanto l'impulso del proprio cuore non alieno dalla generosità, ma si circondava anche di uomini capaci e ricchi d'esperienza. Questi dettero un nuovo impulso alla vita del Reame, che ebbe un periodo di risveglio anche perché il governo personale di Ferdinando, colpiva e reprimeva molti vecchi abusi del sistema precedente non immune da venalità e corruzione. Concentrando, con intenzioni da «sovrano illuminato», nella propria Segreteria particolare, il potere politico; imprimendo un più rigido e sapiente indirizzo all'amministrazione; assicurandosi il concorso degli antichi murattiani, così trasformati da dissidenti in conservatori, e promuovendo lo sviluppo economico e sociale (se non quello culturale e politico) della borghesia, Ferdinando II sembrò promettere una politica liberale e nazionale, tanto che il suo Governo era guardato con sospettosa diffidenza da Carlo Alberto. Che meraviglia quindi se i Carbonari, i quali si sforzavano di svegliare, o risvegliare, ai propri fini l'ambizione di qualche principe, si rivolgessero a Ferdinando II? Forse se l'offerta[1], come non è inverosimile, effettivamente ci fu, l'episodio non è senza correlazione con il bando improvvisamente dato nel 1831 all'Intonti, ministro di polizia. La congettura è avvalorata dal fatto, abbastanza strano, che, come il Metternich osservò al ministro napoletano principe di Butera, Ferdinando II mandò in esilio l'Intonti, ma non ordinò un'indagine fra le sue carte.[2]
  • [...] Ferdinando II era sì disposto a riforme amministrative ampie e generose, ma non credeva possibile – ed in ciò è la lontana origine della rivoluzione napoletana del '48 – secondare le aspirazioni del liberalismo nazionale . Egli voleva sì uno Stato bene amministrato e fortemente armato, ma rimaneva sostanzialmente ligio ad una politica conservatrice sia all'interno, dove egli si dimostrò inoltre sempre assai deferente verso la Chiesa, sia rispetto all'estero, nei cui confronti adottò una forma d'isolamento, corrispondente alle sue aspirazioni municipalistiche ed allo spirito della monarchia borbonica, che aveva le sue nuove tavole costitutive in quel trattato di Vienna che una impresa nazionale avrebbe senz'altro annullato.
    «Mi è stata offerta la corona d'Italia – affermò sul letto di morte – ma non ho voluto accettarla; se io l'avessi accettata, ora soffrirei il rimorso di aver leso i diritti del Sommo Pontefice. Signore, vi ringrazio d'avermi illuminato... Lascio il Regno ed il trono come l'ho ereditato dai miei antenati».[3]

Note[modifica]

  1. Il riferimento è alla proposta fatta a Ferdinando II da Ciro Menotti di mettersi alla guida, come futuro re d'Italia, di un movimento di unificazione nazionale. Dell'esistenza di trattative intercorse fra Ferdinando II e gli emissari di Menotti in due incontri svoltisi nella real Villa di Portici riferisce il bolognese – ex carbonaro, in seguito filoborbonico – Giuseppe Bastianello (nato nel 1804) nell'opuscolo Della Italia giornale napoletano e delle sue importanti corrispondenze di Roma pubblicato con lo pseudonimo anagrammatico di P. Ugo Pianel Basseleti. Cfr. più dettagliatamente La corona d'Italia offerta a Ferdinando II, p. 51.
  2. Da La corona d'Italia offerta a Ferdinando II, in Historia, Mensile illustrato di Storia, anno VIII - n. 78, Milano, maggio 1964, pp. 50-53, Cino Del Duca.
  3. Da La corona d'Italia offerta a Ferdinando II, p. 53.

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