Edwin Cerio

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Edwin Cerio (1875 – 1960), ingegnere, architetto, scrittore e naturalista italiano.

Citazioni di Edwin Cerio[modifica]

  • A Capri non si può morire. E questo per una legge di relatività. L'isola è posta fuori della dimensione del tempo. A Capri, non esiste il futuro. Si muore perché commettiamo l'errore di dirigerci verso il futuro. Le coordinate storiche di Capri sono l'antichità e l'attualità; dalle quali la morte è preclusa per definizione.[1]
  • Abbiamo tanti miti, freschi ed in conserva; mito marino delle Sirene, marinato; e Styka che fa da Ulisse in salamoia; Ebolo, i Lestrigoni; e Circe che tratta da porci i mariti fedeli; c'è l'orgia di Tiberio, col Salto di Tiberio, le spintrie, le sellarie; c'è Masgaba, l'architetto africano dei Cesari, Khered eddin Barbarossa, Augusto Weber, M.r Wemyss col paniere, Spadaro, il Principe del Caucaso, Miradois, commesso viaggiatore del nuovo spirito Gotico. Poi tutti i miti messi in circolazione per il movimento dei forestieri: il «dolcissimo» vino di Capri con degustazione della poesia di Blaesus; la lana di Capri, la scarpa di Capri, la vera tartaruga di Capri, il vero corallo della Grotta Azzurra, l'onestà tradizionale che fa ritrovare tutti gli oggetti smarriti appesi ad un chiodo, in Chiesa.
    Amatori del genere, nutritevi di tutti questi miti; noi facciamo del nostro meglio per confezionarne dei nuovi, ogni volta che se ne presenta l'occasione. Ma godeteveli allegramente e non recitate il De profundis in questa Capri gioiosa festosa rumorosa spassosa; pensate che l'isola deve trasportare, sul mare delle chimere, un carico leggero di capi scarichi, e tutta la zavorra dei luoghi comuni minaccia di farla affondare.[2]
  • Stanco dal lungo viaggio nella Preistoria, l'Indagatore riprese la via del ritorno e giunto all'età mitica riaprì gli occhi e guardò attraverso l'ampia fenditura della Grotta delle Felci che affaccia sul mare e sovrasta la Piccola Marina – quel paesaggio ancora favoloso, vibrante di ricordi omerici.
    Ma che avveniva?
    Dal mare odisseo veniva l'eco di un canto antico, dalla costa, tutt'intorno, riverberava il suono della più dolce melopea che abbia mai cullato i sogni degli uomini. Lo Scoglio delle Sirene s'era improvvisamente popolato di esseri favolosi... vaghissime fanciulle che, a differenza delle bagnanti usuali nei loro indecorosi costumi, vi si diportavano completamente, decentemente ignude.
    Dalla nebbia sciroccosa del passato era emerso un pentacotero dalla sagoma pelagica che a voga forzata arrancava verso il lido. Ulisse, legato all'albero, smaniava...
    –Che vuol dire tutto ciò? – mormorò trasognato l'Indagatore, lasciandosi sfuggire dalle mani la calotta cranica dell'Uomo Primitivo.
    Il frammento di cranio, battendo sul suolo, rimbalzò e sussultando, con una voce lontana che veniva dalla Preistoria disse:
    – È il Mito; il primo mito di questo Mare e di quest'Isola: la più bella favola del mondo. (da Le sirene del mito[3])

Note[modifica]

  1. Citato in Giovanni Artieri, Napoli, punto e basta?, Divertimenti, avventure, biografie, fantasie per napoletani e non, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1980, p. 344.
  2. Da Cose di Capri, in Le pagine dell'isola di Capri, febbraio 1923, n. 2, p. 31; citato in Raffaele Giglio, Letteratura delle regioni d'Italia, Storia e testi, Campania, Editrice La Scuola, Brescia, 1988, pp. 322-323. ISBN 88-350-7971-3
  3. In La veste di crespo, Cento anni di racconti da "Il Mattino", a cura di Michele Prisco e Ginella Zamparelli, illustrazioni di Vincenzo Stinga, EDI.Me., Napoli, stampa 1992, pp. 115-116.

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