Giovanni Artieri

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Giovanni Artieri (1904 – 1995), giornalista e storico italiano.

Citazioni di Giovanni Artieri[modifica]

  • Da Sorrento, quel giorno andammo da Alvaro a Positano e alla spiaggia per il bagno. In quell'arenile si trovavano spesso frammenti di corallo rosso, portati a riva dalle onde. Bontempelli mostrò un bel pezzo lucido e umido che affiorava dalla sabbia. «Se ne potrebbe fare un cammeo», disse. E subito dopo: «M'accorgo che non è corallo; è solamente un pezzo dell'alluce del mio piede». L'umorismo bontempelliano era fatto di questi esili filamenti di logica e di paradosso. Esistono creature marine composte di novantanove parti di acqua; pure, esse si distinguono dall'acqua. L'arte la fantasia, la misteriosa poesia dei romanzi e dei racconti metafisici di Bontempelli erano come quelle creature marine. Forse altrettanto delicate e caduche.[1]
  • È difficile tradurre la paroletta «gregueria» senza ricorrere a qualche esempio. I dizionari spagnoli le attribuiscono il pesante valore italiano di «schiamazzo», «cagnara», ma non è il giusto significato, neppure in via approssimativa.[2]
  • [Francesco Saverio Nitti] Era (e resta) uno dei più illustri economisti del mondo, un alto esempio di democrazia e un italiano esemplare in ogni istante della sua vita pubblica e privata.[3]
  • Il Bontempelli era l'ideatore e lo scrittore dei programmi teorici del movimento [Novecentismo]; che si poneva come successore ed erede del futurismo e del cubismo; riassumeva il compito dello scrittore nella ricostruzione dello spazio e del tempo.[4]
  • Naturalmente il capo del movimento, Massimo Bontempelli, senza dirlo, proponeva a esempio, stile e modi e forme fantastiche sue a una pleiade di giovani che, poi, finivano per obbedire ognuno al proprio estro particolare.[5]
  • Tra le due guerre la letteratura italiana brillò del nome di Massimo Bontempelli e di quello di Pirandello. Giù cinquantenne, Massimo rappresentò per la nostra generazione di giovani, la vera giovinezza; cioè la speranza nella gloria letteraria. [...] Bontempelli vedeva l'esistenza di un mistero, di una «magia» anche nella più umile e borghese contingenza.[1]
  • [Ferruccio Parri] Triste, modesto, onesto, personalmente mite, cortesissimo, alieno da violenza, molto miope, paziente.[6]

La storia di domani[modifica]

Incipit[modifica]

1961: Ore drammatiche a Mosca
Sin dal 1958 i rapporti pervenuti al Cremlino dalla Germania di Pankow offrivano notizie assai poco rassicuranti sull'umore delle masse tedesche controllate dal regime comunista della Repubblica popolare. Gli informatori russi più acuti, autorizzati a dire la verità, ponevano in rilievo la scarsa influenza, principalmente sulla gioventù tedesca, delle facilitazioni offerte nel campo della cultura. Uno di essi scriveva: «Mi reco ogni mattina nella Meshdunarodnaja Kniga, (la Grande Libreria di Stato sovietica a Potsdamer Platz). Vi trascorro puntualmente un'ora e annoto età e aspetto dei compratori. Benché in questa libreria si venda quanto di meglio e più recente produca l'Istituto per le edizioni in lingue estere di Mosca, in due mesi di frequenza ho notato soltanto tre giovani studenti. La gioventù tedesca disprezza la cultura russa».

Citazioni[modifica]

  • Gli uomini del Governo di Pankow, per giustificare se stessi e la propria opera presso le gerarchie di Mosca, cercano in ogni modo di convincere gli agenti del Cremlino della genuinità della fede comunista nelle masse tedesche. Esse ragionano così: la Germania dell'est è la patria naturale dello spirito militarista germanico. Essa è formata di «terre dure»: Prussia, Pomerania. alta Sassonia, Turingia.
  • Gli esperti di «psicologia delle masse», non se la sentono di dare all'esercito di Pankow le armi che dovrebbero rivolgersi contro i Tedeschi di Bonn. Intanto la Germania di Bonn, a governo socialdemocratico, è diventata la centrale anticomunista d'Europa e del mondo.
  • Il Cremlino, alla vigilia delle grandi decisioni, convoca a Mosca una conferenza politico-militare, le cui conclusioni sono queste: se le ostilità con l'Occidente saranno iniziate, la Russia deve scegliere di ritirarsi dalla Germania orientale o prepararsi a combattervi una disperata guerriglia. Viene adottata la prima soluzione.

Napoli, punto e basta?[modifica]

  • Per chissà quali remoti legamenti con il pensiero eleatico (Elea, del resto, si trova a due passi da Napoli) i napoletani posseggono un naturale, istintivo senso della relatività. Il velo di ironia che si scopre, come la polvere del caffè in fondo alla tazza, alla fine di ogni conversazione, per quanto seria voglia essere, con un napoletano, viene da questa natura relativistica. (pp. 7-8)
  • Chi ha detto Napoli città «savia», non la conosce: non sa quanto, a Napoli, il filisteo professorale, l'uomo di pomposa serietà che non sbaglia mai, che non sappia ridere o sorridere, rischi di passar da scemo, da «fesso», da persona non pertinente alla città.
    A Napoli sta di casa una certa illustre e armoniosa follia di origini bacchiche e filosofiche, proveniente dal remoto passato, qualche cosa come i misteriosi raggi cosmici usciti dalle insondabili profondità del caotico universo. La follia trema con la sua luce di diamante, in fondo all'animo queto e ragionevole dei napoletani. (p. 230)
  • Napoli pesa poco nel bagaglio di chi viaggia per il mondo, poiché appartiene al mondo delle idee. Si può incontrare, come una categoria universale, in ogni angolo, il più strano della terra. (p. 276)
  • Ferdinando IV non vende più i suoi pesci e le sue quaglie a questa plebe, ma, in cambio di voti, i partiti politici le vendono feste televisive e adulazioni sociali. (p. 280)
  • In questo discorrere, il lento e grigio giorno di Tokio declinava; fedelmente accompagnato dalla pioggia sottile. Ero un poco scontento. Perché a me, allora, Shimoi interessava assai più come «giapponese» che come «napoletano» mentre a lui, quel fatto di possedere ogni segreto dell'anima e della misteriosa essenza d'arte del suo paese, non diceva quasi niente. Un fatto spiegabilissimo, del resto, che dice quanto Napoli avesse mutato o, come gli dissi scherzosamente, «corrotto» un nipponico così puro.
    Allora Shimoi mi raccontò quest'aneddoto. Nel 1949 ricevette un invito a recarsi al palazzo imperiale. Mc Arthur aveva stabilito che l'Imperatore diventasse un monarca borghese e Hirohito, prima di obbedire al generale americano ordinò di celebrare, per l'ultima volta, la «cerimonia del », convocando tutti i familiari, cioè tutti i principi del Giappone. A Shimoi fece dire dal suo maestro di cerimonie: «Venga ad allietarci con le sue storie di Napoli, in quest'ora triste». Nessun napoletano avrebbe immaginato il nome della sua città capace di consolare, anche per poco, la tragedia di un imperatore vinto. (p. 309)
  • [Gli antichi pompeiani] Era gente prima di tutto vivace, amica del buon vivere, erotica, amante di spettacoli e feste, largamente superstiziosa. Bilanciata tra la naturale, ovvia mercantilità di ogni popolazione rivierasca e una certa romantica malinconia suggerita dalla vicinanza dell'orrida e meravigliosa altura vesuviana, si lasciava andare ai sospiri d'amore e di tristezza che abbiamo detto: gli stessi che i napoletani dovevano tradurre in musica e canzoni. In quest'equilibrio quasi perfetto del carattere si insinuava il dilettoso inclinare a ciò che i napoletani odierni chiamano lo «sfottò». I pompeiani adoravano l'aggettivo «azzeccòso», il verso satirico, l'ironia, la battuta. Il maneggio della lingua, la secchezza pungente di alcune epigrafi graffite, appaiono talune volte miracolosi a chi, non napoletano, non sappia come nel popolo odierno queste naturali virtù poetiche e artistiche sono vive e splendide e comprovabili ad ogni quadrivio. (pp. 335-336)
  • La Sibilla ci restituisce l'immagine di una vita sbagliata e scontenta, vissuta attorno all'errore di calcolo della eterna giovinezza. Ella chiese di vivere tanti anni quanti granelli di sabbia potesse stringere nel pugno. Fu accontentata, ma invecchiò. Reggeva la sua stessa vita come un insopportabile peso. Non senza qualche significato, nella Cena di Trimalcione, Petronio la fa apparire in un'ampolla di vetro. E al commensale che le chiede: «Sibilla, cosa vuoi?», ella risponde: «Voglio morire». (p. 342)
  • In ogni napoletano si può scorgere il riflesso dell'ironia, del sarcasmo, del gusto, dolorosamente umano, della deformazione bruegheliana[7], comica e tragica di Eduardo de Filippo: la facoltà di tradurre in paradosso e poesia, la contingenza storica: nel prodigio di un detto, di una forzatura comica, d'una constatazione centrata nell'ironica e contraddetta natura delle cose.
    Durante la sfilata a Napoli delle squadre di camicie nere, nell'ottobre del 1922, uno scugnizzo chiese ad alta voce, dinanzi a tante braccia protese nel saluto romano: «Ma ched'e', chiove?» (Ma cos'è, vedono se piove?). Quello scugnizzo non sapeva di fissare un tratto di storia. (Eccetera, eccetera.) (p. 507)
  • Nel '90 s'era inaugurata la galleria Umberto I, il «salotto» della città. I napoletani amarono subito questo monumento di vetro, vago, aereo, sul quale galleggiava, con effetto di mongolfiera piedigrottesca, la bellissima coupole di Boubé. La musica, i varietà, i caffè di grido, le botteghe eleganti andavano a rifugiarsi sotto l'ombrello trasparente della Galleria; e una variegata società tra artistica e picaresca si formò in quell'aria di acquario, tra i fumi delle speranze e quelli delle prime macchine del caffè espresso. (p. 590)
  • [...] il napoletano adopera la sua superstizione come un elemento aggiuntivo e razionale del suo giudizio. Come, cioè, una variabile indipendente il cui comportamento gli sfugge, ma la cui influenza gli è nota. Ciò è dimostrato dalla natura stessa della cabala e delle pratiche magico-aritmetiche in uso per la previsione dei numeri del lotto. La Smorfia, libro dei sogni, introduce l'elemento fantastico nel rigore matematico delle scadenze, delle figure, degli estratti su cui si intrecciano i movimenti e l'intera meccanica delle giocate. (p. 681, nota 15)

Note[modifica]

  1. a b Da Massimo Bontempelli e l'avventura novecentesca, L'osservatore politico letterario, anno XXIV, novembre 1978, n.° 11, pp. 39-52; disponibile anche su Circe.lett.unitn.it.
  2. Da Prima, durante e dopo Mussolini: memorie del Novecento, Mondadori, 1990, p. 65. ISBN 88-04-31394-3
  3. Da Napoli scontraffatta, Mondadori, 1984, p. 250.
  4. Da Cronaca del Regno d'Italia: Dalla Vittoria alla Repubblica, Mondadori, 1978, p. 423.
  5. Da Il Vesuvio col pennacchio: ovvero, Funiculì funiculà, Longanesi, 1959, p. 363.
  6. Citato in Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia del Novecento, BUR, Milano, 2001, p. 292. ISBN 88-17-86402-1
  7. Nel testo il refuso: breugheliana.

Bibliografia[modifica]

  • Giovanni Artieri, La storia di domani; citato in Storia Illustrata, Arnoldo Mondadori Editore, Anno II, N. 1, Gennaio 1958.
  • Giovanni Artieri, Napoli, punto e basta?, Divertimenti, avventure, biografie, fantasie per napoletani e non, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1980.


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