Francesco Ruffini

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.
Jump to navigation Jump to search

Francesco Ruffini (1863 – 1934), giurista, storico, politico, accademico e antifascista italiano.

La giovinezza del conte di Cavour[modifica]

Incipit[modifica]

Cavour fu liberale d'istinto, d'impeto, di necessità. Con questo voglio dire che a farlo tale, oltre le ragioni fondamentali e decisive, ma per noi misteriose, della psiche e del temperamento, conferirono massimamente le idee e i fatti, e in misura molto, ma molto più scarsa gli uomini. Di questi la sua natura imperiosa non risentì la vera e pura suggestione personale, salvo che forse in un punto solo e per un breve tempo, in cui l'amore, siccome si vedrà, ne aveva alquanto addolcita la ferrigna tempra.

Citazioni[modifica]

  • Il Conte di Cavour ebbe fin da giovinetto in altissima considerazione la scienza, e non solamente per il lustro che ne poteva derivare ad una nazione, sì bene anche per il vantaggio. Poiché egli la scienza considerava uno dei più validi fattori della prosperità e del progresso di un popolo; anzi, come una vera forza sociale, come uno strumento di supremazia. (parte prima, p. 361)
  • [...] la verità è, che dei primitivi suoi studi di matematica egli [Cavour] sempre si lodò, come di quelli da cui aveva derivato l'impostatura incrollabile del suo ragionamento e la connessura impeccabile del suo argomentare, ma che le scienze morali fin da giovinetto preferì massimamente perché aveva compreso che esse sono le più adatte a formare l'uomo di Stato moderno e a fornirgli lo strumento per governare gli uomini. Onde fin da studente a Plana[1], che lo eccitava a darsi alle matematiche e ad emularvi la gloria di un Lagrange[2], egli avrebbe risposto: "Non è più tempo di matematiche: bisogna occuparsi di economia politica: il mondo progredisce". (parte prima, pp. 362-363)
  • Ma, poiché ho nominato il Principe di Bismarck, del quale solo tra gli uomini di Stato del sec. XIX, è possibile, ed è anzi diventato quasi di prammatica, in ogni punto, il parallelo con il Conte di Cavour, mi si consenta di segnare qui da ultimo una nota di indiscutibile superiorità (almeno in questo campo) dell'italiano sopra il germanico.
    Anima tutta quanta medioevale quest'ultimo, e spirito pur nella sua brutalità essenzialmente romantico, siccome gli scritti intimi di lui, che man mano vengono in luce, hanno non senza sorpresa del grosso pubblico rilevato, egli era suscettivo di sincera esaltazione mistica, di vero pathos filosofico, di schietta e fine commozione poetica: non, per contro, di penetrazione scientifica, non, soprattutto, di fede nella scienza. La sua struttura mentale, poggiante tutta sul principio di autorità, inteso nella maniera più assoluta e trascendentale, i suoi non mai smentiti propositi di ricostruzione della società intiera sulle basi di quel principio, in odio a quello da lui detestatissimo di libertà, lo avrebbero reso sempre refrattario al vero spirito scientifico, o, quanto meno, al moderno. E ciò per la catena infrangibile che lega il Sic volo, sic iubeo della vita pratica all'Ipse dixit della speculativa. (parte prima, pp. 372-373)
  • Si narra che un giorno il Ferrucci, il quale a Ginevra aveva pure l'insegnamento delle antichità classiche, dovesse tener parola di certi vasi etruschi. Ma la parola francese vase parve al docente troppo sospetta di inevitabili rievocazioni notturne; per cui egli andava brancicando nel suo scarso bagaglio linguistico in cerca di un sostitutivo. Uno scolaro birbone, che intuì l'imbroglio, gli suggerì piano il dialettale topin! Ed ecco dalla bocca rotonda del cattedratico balzar fuori i più esilaranti topins étrusques, che abbiano mai girato il mondo. (parte seconda, p. 63)

Incipit di Vittorio Emanuele II[modifica]

Concittadini,
Il quarantesimo anniversario della morte del grande Re trova le anime nostre quali non furono mai da quella data memoranda. Chi, invero, non ha provato negli ultimi, interminabili giorni dell'anno, che si è dileguato, il dolore più grande della sua vita, non può dire di avere un'anima italiana. Chi non è vissuto, cotesti giorni interminabili, in una ambascia mortale prima non conosciuta anzi non immaginata mai, e non ha sentito tutto l'essere suo come sospeso al più fragile filo sopra il più spaventoso degli abissi, non può dire di avere un'anima italiana. E chi non ha sognato di poter dare tutto ciò che possedeva di più prezioso e di più sacro, chi non ha desiderato di poter morire della morte più oscura, purché la cosa orrenda non fosse stata, non può dire di avere un'anima italiana.

Note[modifica]

  1. Giovanni Plana (1781 – 1864), matematico, astronomo, geodeta e senatore italiano.
  2. Joseph-Louis Lagrange.

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]