Camillo Benso, conte di Cavour

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Camillo Benso, conte di Cavour

Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour (1810 – 1861), politico italiano.

Citazioni di Camillo Benso, conte di Cavour[modifica]

  • Avete ragione di parlare di "inferno", giacché da quando vi ho lasciato, vivo in una specie di inferno intellettuale, ossia in un paese ove l'intelligenza e la scienza sono reputate cose infernali da chi ha la bontà di governarci. (da una lettera a De La Rive)[1]
  • Continuerò a sostenere le opinioni liberali con lo stesso calore, senza sperare, né quasi desiderare di farmi un nome. Le sosterrò per amore della verità e per simpatia per l'umanità.[1]
  • Dal momento in cui mi trovai in condizione di poter leggere da me stesso i libri di Rousseau, ho sentito per lui la più viva ammirazione. È a mio giudizio l'uomo che più ha cercato di rialzare la dignità umana, spesso avvilita nella società dei secoli trascorsi. La sua voce eloquente ha più di ogni altra contribuito a fissarmi nel partito del progresso e della emancipazione sociale. L'Emile soprattutto mi è sempre piaciuto per la giustezza delle idee e la forza della logica».[1]
  • Forse questa mia dichiarazione sarà tacciata d'imprudenza, poiché dopo di essa il Ministero deve aspettarsi di perdere in modo assoluto il debole appoggio che da qualche tempo esso riceveva dall'onorevole deputato Menabrea e da' suoi amici politici. [...] Già nel 1848 ebbi a pugnare contro di lui, io nelle file degli uomini moderati, egli associato agli individui che rappresentavano l'opinione più avanzata; e mi rassegnerò di nuovo a combatterlo ora che è a capo di coloro che, a creder mio, si preoccupano delle idee di conservazione a tal punto da dimenticare i grandi principii di libertà.[2]
  • Garibaldi ha reso agli italiani il più grande dei servigi che un uomo potesse rendergli: ha dato agli italiani fiducia in se stessi, ha provato all'Europa che gli italiani sapevano battersi e morire sui campi di battaglia per riconquistarsi una patria.[3]
  • Gita a Fernet col principe di Craon. Abbiamo visitato il salotto e la stanza da letto di Voltaire. In essa tutto è rimasto come quando Voltaire vi abitava. I mobili sono molto semplici. Il salotto è pieno di quadri indecenti.[1]
  • Ho lo spirito molto elastico, e credo di sapermi adattare a qualsiasi posizione. La sola cosa che non potrei guardare senza fremere, sarebbe una vita perfettamente oziosa oppure unicamente speculativa. Ho bisogno d'impiegare non solo le mie facoltà intellettuali, ma anche le mie facoltà morali. (dalla lettera al padre del 2 dicembre 1830[1])
  • Il formare l'Italia, fondere insieme gli elementi che la compongono, armonizzare il Nord con il Sud, presenta altrettanti difficoltà di una guerra contro l'Austria o una lotta con Roma. (da una lettera a William de la Rive, in La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d'Italia. Carteggi di Camillo Cavour, a cura della Commissione editrice, Zanichelli)
  • Il primo bene di un popolo è la sua dignità. (discorso alla Camera dei deputati, 16 aprile 1858, da Discorsi parlamentari del conte Camillo di Cavour)
  • [A Vittorio Emanuele II opponendosi alla scelta di accettare l'armistizio di Villafranca] Il vero re sono io. (citato in Cossiga 2007)
  • Il Quinet ci fa notare l'assenza completa di sentimento cristiano nel primo poema epico dell'Europa moderna.[1]
  • In Francia si attribuisce moltissima importanza alle lettere di buon anno, è un uso al quale non si manca mai fra parenti, a meno di essere guastati mortalmente. (da una lettera al cugino Paolo Emilio Maurice[1])
  • L'avvilimento della patria ha così sconvolto il suo cuore che s'appiglia con foga ai principî che giudica più atti per ridare a quella la libertà e la indipendenza. Ho fatto tutti gli sforzi per richiamarla a sentimenti più ragionevoli. Mi è stato facile mostrarle la vanità e il nessun fondamento delle teorie che l'avevano sedotta. La ragione è onnipotente quando ha per ausiliario l'amore. (dal diario, settembre 1835[1])
  • La grande politica, quella delle risoluzioni audaci. (da Scritti politici)
  • La nostra stella polare, o signori, è di fare che la città eterna sovra la quale venticinque secoli accumularono ogni genere di gloria diventi la splendida capitale del Regno italico. (11 ottobre 1860, riportata in una targa posta nella Sala Cavour di Palazzo Madama)[4]
  • La pace universale sarebbe un beneficio immenso, ma mi sembra che il mezzo da voi proposto (per ottenerla) sarebbe illusorio... Il filantropo deve indicare il fine e i mezzi che presentano le minori difficoltà per arrivarvi, e benché il fine sia eccellente, se lo si vuol raggiungere direttamente si corrono i pericoli più gravi. Per traversare una montagna che ci separa da una fertile pianura, bisogna fare lunghi giri per evitare i precipizi di cui il più sovente è seminato il cammino. (da una lettera allo zio[1])
  • Libera Chiesa in libero Stato. (dal discorso alla Camera dei deputati, Torino, 27 marzo 1861; da Discorsi parlamentari del conte Camillo di Cavour, 1872)
  • Non tengo, voi lo sapete, al potere per il potere; tengo ad esso per essere in condizione di fare il bene del mio paese. (da una lettera a Teodoro di Santarosa, il figlio di Santorre)[1]
  • Non vi è principio, per quanto giusto e ragionevole, il quale, se lo si esageri, non possa condurci alle conseguenze le più funeste. (da Discorsi parlamentari)
  • Parigi è il paese del mondo ove si giudica meno bene la situazione politica. Tutte le persone hanno un vivo interesse in un senso o nell'altro... (da una lettera al cugino Paolo Emilio Maurice[1])
  • Perché, signora [Mélanie Waldor], abbandonare il mio Paese? Per venire in Francia a cercare una reputazione nelle lettere? Per correre dietro a un po' di rinomanza, un po' di gloria, senza poter mai raggiungere lo scopo che si propone la mia ambizione? Quale bene potrei fare all'umanità fuori del mio Paese? Quale influenza potrei esercitare a favore dei miei fratelli sventurati? ... Sono deciso, non sepererò mai la mia sorte da quella dei piemontesi. Fortunata o sfortunata, la Patria avrà tutta la mia vita, non sarò mai ad essa infedele.[5] (citato in Roberto Gervaso, La bella Rosina, Bompiani editore)
  • Si arriva con piacere a Verona. La città conserva le vestigia di un'antica grandezza. L'anfiteatro è molto ben conservato e degno della magnificenza romana. Per rispetto a Shakespeare e per scrupolo di coscienza sono andato a vedere la tomba di Romeo e Giulietta. È un abbeveratoio di buoi al quale si è dato un nome pomposo.[1]
  • Sono figlio della libertà, e a lei devo tutto ciò che sono. (Epigrafe sulla sua tomba)
  • Sono stato lungamente indeciso fra queste tendenze contrarie. La ragione mi portava verso la moderazione; l'eccessivo desiderio di spingere innanzi i retrogradi mi cacciava verso la rivoluzione: finalmente, dopo molte violente agitazioni e oscillazioni, ho finito con lo stabilirmi, come il pendolo, nel punto di mezzo. Così vi annunzio che come onesto uomo di mezzo, desiderando ardentemente il progresso sociale e lavorando per esso, ho risoluto di non acquistarlo a costo di un generale rovesciamento politico e sociale. (da una lettera ad Augusto De La Rive[1])
  • L'Italia del Settentrione è fatta, non vi sono più né Lombardi, né Piemontesi, né Toscani, né Romagnoli, noi siamo tutti italiani; ma vi sono ancora i Napoletani. Oh! vi è molta corruzione nel loro paese. Non è colpa loro, povera gente: sono stati così mal governati! E quel briccone di Ferdinando! No, no, un governo così corruttore non può essere più restaurato: la Provvidenza non lo permetterà. Bisogna moralizzare il paese, educar l'infanzia e la gioventù, crear sale d'asilo, collegi militari: ma non si pensi di cambiare i Napoletani ingiuriandoli. Essi mi domandano impieghi, croci, promozioni. Bisogna che lavorino, che siano onesti, ed io darò loro croci, promozioni, decorazioni; ma soprattutto non lasciar passargliene una: l'impiegato non deve nemmeno esser sospettato. Niente stato d'assedio, nessun mezzo da governo assoluto. Tutti son capaci di governare con lo stato d'assedio. Io li governerò con la libertà, e mostrerò ciò che possono fare di quel bel paese dieci anni di libertà. In venti anni saranno le provincie più ricche d'Italia. No, niente stato d'assedio: ve lo raccomando. (citato in Giosuè Carducci, Lettere del Risorgimento Italiano)
  • Non ho alcuna fiducia nelle dittature e soprattutto nelle dittature civili. Io credo che con un parlamento si possano fare parecchie cose che sarebbero impossibili per un potere assoluto. [..] Io non mi sono mai sentito debole, se non quando le Camere erano chiuse. D'altra parte non potrei tradire la mia origine, rinnegare i principi di tutta la mia vita: sono figlio della libertà. È ad essa che debbo tutto quel che sono [6]

Lettere edite ed inedite di Camillo Cavour[modifica]

  • Molto tempo ci volle per dimostrare che io non volevo punto rovinare il commercio di Genova o sacrificare questa città a Torino ed alla Spezia. Pochi anni or sono, una metà dei Genovesi era clericale, l'altra metà repubblicana. Tuttavia io non mi perdetti mai d'animo: ero convinto che verrebbe il tempo in cui Genova avrebbe capito l'avvenire che io le preparo. (p. CXLI)
  • Sono molto lusingato dell'opinione che il vostro illustre amico manifesta al mio riguardo, ma non posso condividerla. Egli diffida troppo della libertà e fa eccessivamente conto sull'influenza che possiedo. Personalmente, non ho alcuna fiducia nelle dittature e sopratutto nelle dittature civili. Io credo che con un Parlamento si possano fare molte cose impossibili ad un potere assoluto. Un'esperienza di tredici anni mi ha convinto che un ministero onesto ed energico, che non abbia nulla da temere dalle rivelazioni della tribuna e che non sia incline a lasciarsi intimidire dalla violenza dei partiti estremi, ha tutto da guadagnare nelle lotte parlamentari. Non mi sono mai sentito tanto debole quanto nel momento in cui le Camere erano chiuse. D'altra parte, non potrei tradire la mia origine, rinnegare i principi di tutta la mia vita. Sono figlio della libertà, ed è ad essa che devo quello che sono. Se si dovesse mettere un velo sulla sua statua, non spetterebbe a me farlo. Se si riuscisse a persuadere gli italiani che hanno bisogno di un dittatore, sceglierebbero Garibaldi e non me, ed avrebbero ragione. La strada parlamentare è più lunga, ma è più sicura...
Je suis très flatté de l'opinion que votre illustre ami manifeste a mon égard, mais je ne puis la partager. Il se méfie trop de la liberté et il compte beaucoup trop sur l'influence que je possède. Pour ma part, j'ai nulle confiance dans les dictatures et surtout dans les dictatures civiles. Je crois qu'on peut faire avec un Parlement bien des choses qui seraient impossibles à un pouvoir absolu. Une expérience de treize années m'a convaincu qu'un ministère honnête et énergique, qui n'a rien à redouter des révélations de la tribune et qui n'est pas d'humeur à se laisser intimider par la violence des partis extrêmes, a tout à gagner aux luttes parlementaires. Je ne me suis jamais senti si faible que lorsque les Chambres étaient fermées. D'ailleurs, je ne pourrais trahir mon origine, renier les principes de toute ma vie. Je suis fils de la liberté, et c'est à elle que je dois ce que je suis. S'il fallait mettre un voile sur sa statue, ce ne serait pas à moi de le faire. Si l'on parvenait à persuader aux italiens qu'il leur faut un dictateur, il choisiraient Garibaldi et pas moi, et ils auraient raison. La route parlementaire est pus longue, mais elle est plus sûre...(dalla lettera alla contessa Anastasia De Circourt, da Torino dell'ottobre 1860, p. 25)
  • Io reputo [...] che non sarà l'ultimo titolo di gloria per l'Italia di aver saputo costituirsi a nazione senza sacrificare la libertà alla indipendenza, senza passare per le mani dittatoriali di un Cromwell, ma svincolandosi dall'assolutismo monarchico senza cadere nel dispotismo rivoluzionario. (dalla lettera all'avvocato Vincenzo Salvagnoli, (Deputato al Parlamento), da Torino del 2 ottobre 1860, p. 24)
  • Carissimo Amico,
    Io riassumo in due parole il concetto politico e militare che bisogna attuare.
    Ristabilire l'ordine a Napoli prima, domare il Re (Borbone) dopo. Guai se si invertisse il modo di procedere. Quindi occupazione immediata di Napoli... Occupate senza indugio gli Abruzzi. Fate entrare il Re in una città qualunque, e là chiami Garibaldi a sé. Lo magnetizzi... La spedizione di Cialdini a Napoli compie l'opera: Cialdini fa da dittatore militare sino all'arrivo del Re nella capitale...
    ...Ecco il solo programma d'esito sicuro.
    Bisogna evitare che l'assedio di Gaeta preceda l'entrata di Vittorio Emanuele in Napoli. (dalla lettera a Luigi Carlo Farini da Torino del 5 ottobre 1860, pp. 31-32)
  • Cara Lady,
    Se la costituzione dell'Italia è posta a repentaglio perché non ho voluto ammettere ora, in via eccezionale, nella marina un giovane che dava la sua dimissione, e se ne stava a casa quando i suoi compagni si battevano, bisogna dire ch'essa è talmente dilicata da non potere durare tre mesi.
    Sapete perché Napoli è caduta sì basso? Si è perché le leggi, i regolamenti non si eseguivano quando si trattava di un gran signore o di un protetto del Re, dei Principi, dei loro confessori od aderenti. Sapete come Napoli risorgerà? coll'applicare le leggi severamente, duramente, ma giustamente. Così ho fatto nella marina; così farò nell'avvenire, e vi fo sicura che fra un anno gli equipaggi napoletani saranno disciplinati come gli antichi equipaggi genovesi. Ma per ottenere questo scopo, credete alla mia vecchia esperienza, bisogna essere inesorabile. (dalla lettera a una gentildonna inglese da Torino del novembre 1860, p. 91)
  • Collega ed Amico carissimo
    [...] Il tempo stringendo non le parlerò di Sicilia ove le cose procedono bene e mi restringerò al doloroso argomento di Napoli.
    Divido pienamente il suo modo di vedere. Il nostro buon Farini ha preso una via falsa, ma può riparare l'errore, se alla caduta di Gaeta adotta un altro sistema. Bisogna parlargli schietto, è uomo generoso che non ha altro pensiero che il trionfo della causa cui ha dedicato la sua vita. Farini deve proclamare l'idea unificatrice ed attuarla, qualunque sieno gli ostacoli che gli si parano innanzi. La menoma esitazione in proposito sarebbe fatale: glielo ripeta su tutti i tuoni e con tutte le forme. Dato poi che Farini non reggesse o per difetto di forze fisiche o per qualunque altro motivo, che cosa fare?
    Ci ho studiato bene , e non ho trovato che due soluzioni. Mandare Rattazzi e La Marmora a governare Napoli oppure andarci io.
    La prima sarebbe preferibile sotto ogni rispetto. Ma Rattazzi e La Marmora accetteranno? Solo il Re potrebbe decidere il primo, ed il primo trarre seco il secondo.
    So che Rattazzi riuscendo a Napoli, gli spetterà il primo posto nel ministero: ma ciò poco monta. Trionfi pure Rattazzi purché si salvi il paese. Se egli evita una crisi a Napoli, gli daremo l'intiero nostro appoggio come cittadini e come deputati.
    La seconda ipotesi può avere conseguenze fatali pel paese e per me. Egli è evidente che ho tutto a perdere e nulla a guadagnare.
    Corro pericolo di vedere distrutta la riputazione che 13 anni di lotte continue mi valsero, senza possibilità di accrescerla. Ma ciò poco monta. L'uomo di Stato che non è disposto a sacrificare il suo nome al suo paese, non è degno di governare i suoi simili (dalla lettera a Giovanni Battista Cassinis del 14 dicembre 1860 da Torino, pp. 122-123)

Attribuite[modifica]

[Ultime parole pronunciate in punto di morte]

  • L'Italia è fatta, tutto è a posto.[7]
  • Frate, libera Chiesa in libero Stato.[8]
Vittorio Emanuele Taparelli d'Azeglio, in un articolo del 20 febbraio 1890 pubblicato sulla Gazzetta Piemontese, riporta la testimonianza della marchesa Giuseppina Benso di Cavour Alfieri di Sostegno, sua cugina e nipote di Cavour, secondo la quale lo statista in punto di morte pronunciava frasi incoerenti.[9]

Citazioni su Camillo Benso, conte di Cavour[modifica]

  • Anche il suo linguaggio politico è da ricordare: agli "energumeni da comizio" egli [Cavour] opponeva parole che esaltavano la necessità della preparazione, della buona amministrazione come essenziali per ottenere i risultati voluti. (Mario Draghi)
  • Anche per ragioni di famiglia, come noto la madre era di origine ginevrina, nel periodo della sua formazione Cavour guardò al di là delle Alpi, soprattutto ai fermenti politici della Francia di Luigi Filippo e al mondo produttivo inglese. Tramite l'opera di Cavour, l'Europa trovò un canale importante per influire sulla cultura della classe dirigente del Piemonte sabaudo e successivamente dell'Italia unita. (Mario Draghi)
  • Camillo Cavour è piemontesissimo! (Giorgio Pallavicino Trivulzio)
  • Cavour aveva una conoscenza imperfetta dell'italiano e preferiva scrivere in francese. I suoi collaboratori dovevano rivedere gli articoli che scriveva per i giornali, e il suo segretario soffriva a sentirlo parlare in pubblico in italiano. Fino a molto tardi la lingua italiana non fu accettata nella buona società torinese, e Cavour, che conosceva meglio la letteratura francese e la storia inglese di quella italiana, non costituiva un'eccezione. (Denis Mack Smith)
  • Cavour non fu un patriota del tipo Pellico ed Inno di Mameli, ma un uomo dinamico, certamente colto, ma non di una cultura umanistica all'italiana, tipo Alfieri, Balbo, Gioberti... Era uno che amava rischiare. Come tutti i torinesi ricchi aveva una formazione francese e un solido parentado elvetico. È noto che essendo di madrelingua francese, per mettersi in politica, l'italiano lo dovette imparare. È anche noto che era il comproprietario di un feudo-tenuta che si scrive e si legge in francese. Molto ricco, curioso, intraprendente, sicuro di sé, conosceva di Parigi i luoghi che contavano, non certo le banlieu, e a Parigi si fermò a giocare in Borsa. Perdendo, purtroppo. Perché, se avesse vinto, l'Italia di oggi avrebbe una diversa classe dirigente. Visitò Londra e anche Edimburgo, capitale della massoneria. Non girò l'Italia come Massimo d'Azeglio. Anzi, non la conosceva affatto. Non fu mai a Palermo e a Napoli, non vide mai Roma, che voleva come capitale d'Italia al solo scopo di non lasciare spazi all'azione di Mazzini e dei repubblicani; non andò mai a Venezia, che pure cercò arditamente di portare nei confini sabaudi. Solo una volta fu a Firenze, per sbrigare un affare di governo, e forse due volte a Milano, per lo stesso motivo. (Nicola Zitara)
  • È stato veramente il più grande uomo politico del suo tempo, e la cui gloria crescerà sempre di più [...] In oltre cinque anni di amministrazione con perspicua mente, molte cose modificò, molte corresse. L'amministrazione centrale ridusse notevolmente, modificò gli uffici provinciali. Assorbito da altre cose, non poté però compiere l'opera iniziata, e l'ordinamento piemontese rimase rigido, pesante, costoso. (Francesco Saverio Nitti)
  • Gettiamo un velo sul passato, che io possa senza rimorso e senza onta felicitarmi di avere la vostra amicizia, ma che io non pensi mai come l'ho ottenuta. Cominciate a conoscermi solo da ora e io mi sforzerò di darvi buona opinione di me. (Anna Giustiniani Schiaffino)
  • Il conte di Cavour, senza contestazione, è il terzo uomo di Stato d'Europa – con lord Palmerston e l'Imperator Napoleone. La perdita di questo uomo, nelle circostanze attuali, sarebbe, per l'Italia, una sventura irreparabile. La forza del conte di Cavour non è nei suoi principii; egli non ne ha alcuno d'inesorabilmente determinato. Ma egli ha uno scopo, uno scopo fisso, netto, la di cui grandezza avrebbe data la vertigine a tutt'altro uomo – dieci anni fa – quello cioè di formare un'Italia una ed indipendente. [...] Il signor di Cavour possiede la conoscenza generale degli affari; egli ha delle idee larghe, molto liberali, niente complicate; ma egli manca dell'abilità pratica della messa in scena. [...] Il diplomatico è un gigante; l'amministratore, mediocre; l'uomo, un'antitesi. Con lui non si resta giammai in un'attitudine indeterminata: gli si ubbidisce o gli si addiviene ribelle. È non lascia menarsi dai suoi amici, non conta i suoi amici. È il pensiero d'Italia, all'estero; all'interno, ne è il cuore. Egli è l'anima sempre del Gabinetto, che in lui s'identifica, s'illusa, direbbe Dante. (Ferdinando Petruccelli della Gattina)
  • Il genio di Cavour era positivo ed egli non sciupava il tempo in problemi che la sua ragione aveva dichiarato insolubili. Interamente persuaso che era vano sofisticare sugli enigmi dell'esistenza, rivolse la sua attenzione all'aspetto pratico della religione. Avrebbe voluto che il culto fosse soltanto affare di coscienza e di rito; avrebbe voluto che le verità morali venissero insegnate nella loro semplice maestà invece di essere incastonate in velenose superstizioni; Che fosse ad uomini spirituali affidato di parlare dello spirito. Ma i suoi accenni all'istituzione cattolica, dopo questa diagnosi, sono pochi. Era sicuro che l'istituzione richiedeva una completa riorganizzazione e che rigenerando le condizioni politiche, economiche e sociali del tempo anche la Chiesa sarebbe stata obbligata a riformarsi. (W. R. Thayer)
  • L'elasticità della sua natura non fu mai messa a più rude prova che quando, passando dalla politica agli affari, dagli affari alle scienze sociali, dalle scienze sociali all'industria, uomo al tempo stesso di salotto e di club, condusse dall'alto il corso delle cose, con quel grande andamento che Balzac chiama l' inverso. (Auguste-Arthur de La Rive)
  • L'unico grande diplomatico del secolo XIX è stato Cavour e anche lui non ha pensato a tutto.[10] (Fëdor Dostoevskij)
  • La teoria del gradualismo nelle conquiste sociali e politiche venne da lui delineata con estrema chiarezza quando aveva appena diciannove anni. (Italo de Feo)
  • La vita di un uomo come Camillo di Cavour può essere il risultato di una serie di coincidenze che, unite insieme, produssero un genio di cui è difficile trovare l'eguale. (Italo de Feo)
  • Tu hai una forza di volontà politica: abbi una forza morale, e tutti ne saranno contenti. (da una lettera del padre a Cavour[1])
  • Un uomo abominevole. (Leopoldo I del Belgio)
  • Come andrebbero diversamente le cose in Germania se i nostri amici politici berlinesi potessero essere rimpiazzati da Cavour e d’Azeglio! Ma verranno anche i nostri tempi. Max Duncker [11]
  • Passando noi vicini al Varignano, sito prima prescelto per l'erezione del nostro principale arsenale marittimo, per la cui costruzione eransi già spesi parecchi milioni, mi feci lecito osservare all'illustre ministro, come quel luogo non ammettendo ampliamento per essere addossato ad un monte, non fosse il meglio adatto allo stabilimento di un arsenale militare d'una grande marina; e come per trovarsi in una punta estrema del golfo, fosse poco difendibile dal lato del mare. Egli in un subito, probabilmente già prevedendo coll'acutezza del suo pensiero l'unità d'Italia, decise che l'arsenale s'ergesse a San Vito, nel piano cioè fra Spezia e Marola, ove ora sorge, oso dire, il più splendido d'Europa, sacrificando ad un vantaggio assai maggiore le non lievi somme già spese al Varignano.
    Tali sono i beni che la nazione ricava da un vasto intelletto che le tocchi in sorte; laddove l'ingegno ristretto, non essendo capace di elevarsi all'altezza della bisogna, crede, facendo risparmi, di operare bene, mentre in realtà non di rado, ben lungi dall'economizzare, spreca il pubblico denaro. (Carlo Pellion di Persano)

Note[modifica]

  1. a b c d e f g h i j k l m n Citato in Italo de Feo, Cavour: l'uomo e l'opera, A. Mondadori, 1969.
  2. Da Discorsi parlamentari, volume 4, Botta, Torino, 1865, p. 335.
  3. Citato in Aldo Cazzullo, L'elite dimenticata del nostro Risorgimento, Corriere della Sera, 9 marzo 2017, p. 31
  4. Dal sito istituzionale del Senato
  5. Discorso fatto in Parigi nel 1838 alla nuova amante, Mélanie Waldor, che lo sollecitava a trasferirsi nella capitale francese. Dopo poco rientrava in Torino.
  6. Tempi e Culture. vol. 2 Storia dal 1650 al 1900 Alberto Mario Banti
  7. Citato in Rosario Romeo, Vita di Cavour, Bari, 2004, p. 525. ISBN 88-420-7491-8.
  8. Citato in Massari, Il conte di Cavour, ricordi biografici, 2 edizione, 1875, p. 434; citato in Fumagalli, Chi l'ha detto?, p. 214
  9. Cfr. Fumagalli, Chi l'ha detto?, pp. 214-215
  10. Giudizio dato da Dostoevskij in relazione alla modestia dello stato unitario italiano rispetto alla sua storia.
  11. Paolo Mieli I conti con la storia: Per capire il nostro tempo

Bibliografia[modifica]

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