Francesco Torraca
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Francesco Paolo Giuseppe Torraca (1853 – 1938), storico della letteratura, critico e politico italiano.
Citazioni di Francesco Torraca
[modifica]- [...] concepire e attuare l'ardito pensiero di versare la cultura classica largamente acquisita in un'opera d'immaginazione scritta in volgare (Il Filocolo). Ardito pensiero, se si considera ch'egli era appena ventenne, e che, eccettuato il suo maestro Dante, tutti avevano usato fino allora, e i suoi contemporanei, compreso il Petrarca, usarono infilzar pedantescamente le sentenze e gli aneddoti cavati dagli antichi solo in trattati e trattatelli didascalici [...] [1]
- Continuando nei suoi studi manzoniani A. Zottoli ci ha dato ora, nell'interpretazione del personaggio di Don Abbondio, un altro assai notevole saggio della sua capacità di porre e sviscerare non facili quesiti di morale e di psicologia. E l'arte? La vede, l'ammira alquanto vagamente; ma la rilega di là dal campo, che ha segnato alle sue indagini. Tutti sappiamo che, nella rappresentazione del romanzo, Don Abbondio vive; lo Zottoli, col suo acuto e tagliente bisturi, lo ammazza. Lo tagliuzza in tanti pezzettini, e questi trasporta fuori del posto loro, lontano, a fornire addentellati, illazioni, documenti, prove alle proprie argomentazioni astratte.
L'analisi, oltre che lunga, è certamente ingegnosa; ma conduce a una conchiusione per lo meno, a quanto mi pare, discutibile. Ci fu chi scoprì l'uomo Manzoni sotto le fattezze di Don Ferrante, e chi lo scorse rannicchiato in fondo alle perversità dell'Innominato. Mi rincresce che a questa tendenza, che finisce col negare l'autonomia e la forza originale della fantasia, abbia ceduto lo Zottoli, quando s'è lasciato cadere dalla penna che «in Don Abbondio Manzoni vedeva una parte di se stesso», vale a dire «i propri difetti». Quali?[2]
- Pochi anni or sono, un giovine e valente professore, il dott. Gennaro Mondaini, capitato a Potenza, che è, nel gergo burocratico, una delle meno «ambite residenze», invece di fare come tanti altri, che sciupano tempo e forze in querele, se non sempre vane, spesso poco dignitose; si mise a studiare con molta diligenza i processi politici del '48, e da quegli studi trasse un volume[3], il quale, nonostante qualche inesattezza e lacuna da lui non potuta evitare, è veramente un assai notevole «saggio d'interpretazione realistica della rivoluzione del '48 nel Mezzogiorno d'Italia».[4]
Aneddoti di storia letteraria napoletana
[modifica]- Pietro Antonio Caracciolo merita un posticino nella Storia del teatro italiano. Pure, se non si son lette le Origini del teatro in Italia di Alessandro D'Ancona, né i Manoscritti Palatini di Francesco Palermo; se non si sono avute per le mani le opere di Pietro Napoli-Signorelli, ovvero il saggio sul Dialetto Napoletano di Ferdinando Galiani, si ha diritto di domandare: «Chi era costui?». ...
Bisogna confessarlo, se ne hanno scarsissime notizie, e son quasi tutte nelle opere, che ho citate. Il Toppi, scrittore del Seicento, nella Biblioteca Napoletana, nomina un Pietro Antonio Caracciolo, ma semplicemente per dire: «Scrive con molta accortezza et leggiadria, et è nel suo dire non men grave, che dolce». (p. 261)
- Pier Antonio Caracciolo schiva le allegorie, e pare si sforzi a far sì che lo spettatore vegga riprodotta su la scena la società, come gli si move intorno; – non giunge, pare, a ideare un'azione veramente drammatica, ma si adopera quanto può perché le parole dei personaggi abbiano l'aria d'una conversazione reale: – ignora che cosa sieno i caratteri, ma vuole i suoi personaggi non sieno né puri nomi, e nemmeno astrazioni. Il dialogo tra la Cita e Mattalena, tra Mattalena e lo Cito, con tante allusioni alla vita reale, con particolari presi, come direbbero oggi, dal vero, ci mostra la tendenza dell'autore ad osservare le abitudini, gli usi del volgo, e a riprodurli con una certa esattezza; la quale tendenza si rivela anche meglio nell'uso delle forme dialettali. E ci spieghiamo perché le sue Farse destassero altissime risa nelle sale di Castel Nuovo: per mezzo suo, le dame e i cavalieri erano trasportati in un mondo diverso da quello, in cui vivevano: sentivano un soffio d'aria fresca, che non era l'aria della corte, profumata, ma rarefatta. (pp. 276-277)
- [...] Pietro Antonio Caracciolo [...] fu, nella corte di Napoli, primo, e forse solo, a cercare ispirazione nella realtà. (p. 349)
Saggi e rassegne
[modifica]- Il Guerrazzi è esagerato, contorto, gonfio: – il suo, piuttosto che stile, potrebbe chiamarsi, non di rado, una maniera artificiosissima di esprimersi; usa un fraseggiare seicentistico, una maestà di vocaboli e di periodi che può abbagliare a prima giunta, ma poi stanca, annoia e, a lungo andare, può anche movere a riso, perché non si vede qual bisogno ci sia di star sempre sui trampoli, darsi l'aria e il portamento del veggente, quando s'han da dire cose, che non si troverebbero punto a disagio nel linguaggio comune de' cristiani. (p. 22)
- Il Bosio reputa buone e belle doti i difetti, non possiede le qualità veramente buone del suo maestro ed amico; quindi, come ho detto, esagera, e le cose più semplici non le fa uscire dalla penna se non trova modo di torcerle e guastarle. (p. 23)
- Dopo tutto quello che se ne è scritto negli ultimi anni, non ci dovrebbe esser bisogno di dire chi fu l'abate Galiani, e come su la sua fisonomia tradizionale e un po' volgare d'uomo di spirito siensi venuti disegnando, man mano, lineamenti più severi e più nobili, a misura che s'è conosciuto il suo valore reale d'uomo politico, di economista, di erudito, e s'è visto di quanta stima l'onorassero i più eletti tra i suoi contemporanei. (p. 149)
- La ristrettezza delle idee l'acciecamento ne' giudizi sono [...] caratteri del giacobinismo. Quando il Michelet disse: Beaucoup d'hommes sont nés Jacobins, avrebbe potuto aggiungere che vi sono giacobini sia tra gli ammiratori esaltati della Rivoluzione, sia tra i loro avversari. Certo essi furono una forza devastatrice, alla quale molti errori e moltissimi mali, anche oggi, vanno imputati; ma che giova alla storia fermarsi qui, al nudo fatto, e levar querimonie o declamar panegirici? (pp. 176-177)
- Il signor De Vallèe si fa bello di alcune frasi del Taine e forse, quando ha letto nel secondo volume della Révolution le pagine, in cui l'illustre critico delinea la physiólogie du jacobin, si sarà pentito di aver pubblicato un po' troppo presto il suo libro[5]. Quell'analisi spietata, che bella figura avrebbe fatta in mezzo alle tante altre citazioni! Lui che non ha trovato una sola frase energica, che non ha espresso una sola idea nuova, con quanto gusto si sarebbe affrettato a ripetere: – Il giacobino! Ma è un «fou qui a de la logique», un mostro «qui se croit de la conscience.» A furia di contemplare le sue formule astratte, ha finito col non veder più gli uomini reali: a furia di ammirarsi da sé, ha finito col non scorgere più, nei suoi avversari, ed anche nei suoi rivali, se non degli scellerati degni di supplizio. (p. 177)
- Nella lotta disuguale [contro la tirannide giacobina], nessuno recò l'ingegno, la purità d'intenzioni, l'ardire di Andrea Chénier.
Tutti sanno le parole, che si narra il poeta pronunziasse, toccandosi la fronte, mentre si avviava al patibolo: «Je n'ai rien fait pour la postérité: pourtant j'avais quelque chose là» — parole parafrasate con sì poco garbo dal Lamartine:
Eh bien, mourons, dit-il. Vous tuez de la gloire!
J'en avais pour vous et pour moi.
È una leggenda; ma c'è chi se ne appaga e non cerca di più. Per altri, Andrea rimane, come pel Villemain, l'espérance d'un beau génie; giudizio ribadito da alcune fredde pagine del de Vigny (Stello.) Troppe cose, è vero, egli lasciò incompiute, poche ebbe tempo di limare; ma il valore d'un poeta non si misura a metri. Però, negli ultimi venti anni, dopo la pubblicazione di tutte le sue opere, dopo le ricerche amorose del Becq de Fouquières e di altri, la sua fama è cresciuta di molto. (p. 179)
- Tommaso [di Torquemada] ci è dipinto dagli storici come uno di quegli uomini il cui fanatismo è reputato religione, e che attestano esso fanatismo perseguitando fieramente chiunque abbia credenze diverse dalle loro; uno di quegli uomini che all'astinenza dalle soddisfazioni sensuali trovano un compenso nell'orgoglio, nel bigottismo, nell'intolleranza. (p. 202)
- Il Torquemada visse fino a tardissima età e mori tranquillamente nel suo letto. Pure, era sempre turbato dal timore di essere ucciso: si dice che teneva su la tavola un corno di Unicorno, creduto efficace antidoto di veleni; quando viaggiava, si faceva accompagnare da duecento fanti e da cinquanta cavalieri.
Il suo zelo, scrive il Prescott, ebbe caratteri cosi stravaganti, da meritare piuttosto il nome di insania. (p. 203)
- [Eugenio Salomone Camerini] I mediocri e gli ignoti furono ricercati da lui e studiati con somma cura e rivelati amorosamente; – l'erudizione sua, vasta e varia, diletta, non pesa, e se non è sempre opportuna rispetto all'argomento de' lavori in cui se ne giova, è sempre piacevole: quando non illumina, diverte: – le minuzie, specie se curiose, o se troppo trascurate da altri, lo attrassero, lo fermarono, e gli mancò spesso l'intuito e il sentimento delle parti più vitali delle opere d'arte: ovvero le vide, le sentì, ma gli mancò spesso la voglia, o la facoltà di manodurre[6] i profani a vederle chiaramente, a sentirle al pari di lui. (p. 348)
- [Eugenio Salomone Camerini] Fu principalmente un divulgatore, se mi si passa la parola. Nessuno, negli ultimi quarant'anni, ha fatto quanto fece lui, per diffondere la cognizione della letteratura italiana e delle straniere e, con la cognizione, il gusto. «Insegnò leggere» rinfrescando la memoria di autori e di libri dimenticati a torto, cercando le perle nel letamaio e incastonandole in cornici brillanti, tali da attirar l'occhio, e da ispirar desiderio di contemplare da vicino l'oggetto prezioso, che aveva meritato un sì bel fregio. (pp. 348-349)
Note
[modifica]- ↑ Da Giovanni Boccaccio a Napoli, Napoli, 1915; citato in I classici italiani nella storia della critica, opera diretta da Walter Binni, vol. II, da Vico a D'Annunzio, La Nuova Italia, Firenze, 1973, p. 219.
- ↑ Da Storia della letteratura italiana. Note e rassegne, in Nuova Antologia di lettere, scienze ed arti, fascicolo 1479, novembre 1933, pp. 138-139.
- ↑ Dott. Gennaro Mondaini, I moti politici del '48 e la setta dell'«Unità italiana» in Basilicata, Roma, Tip. edit. Dante Alighieri, 1902. [N.d.A.]
- ↑ Da A proposito di Nicola Sole, in La Critica. Rivista di letteratura, storia e filosofia, diretta da B. Croce, Anno I, fasc. IV, 20 luglio 1903, p. 304.
- ↑ Oscar de Vallee, André Chénier et les Jacobins; Paris, C. Lévy, 1881. [N.d.A.]
- ↑ Forma arcaica di "condurre per mano".
Bibliografia
[modifica]- Francesco Torraca, Aneddoti di storia letteraria napoletana, "Il solco" - Casa editrice, Città di Castello, 1925.
- Francesco Torraca, Saggi e rassegne, coi tipi di Franc. Vigo Editore, Livorno, 1886.
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