Franco Maresco

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Franco Maresco

Franco Maresco (1958 – vivente), regista, sceneggiatore e montatore italiano.

Citazioni di Franco Maresco[modifica]

Intervista con Letizia Battaglia a Stracult, 12 settembre 2019

Visibile in Stracult - Stracult Live Show - 12/09/2019, RaiPlay.it, 12 settembre 2019.

  • [Sul motivo per il quale non si è presentato alla 76ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia in occasione della presentazione di La mafia non è più quella di una volta] Volevo fare compagnia a Ciccio Mira. Siamo rimasti entrambi a Palermo. [...] A Venezia saremmo scivolati nel patetico.
  • [Sul motivo per il quale non si è presentato alla 76ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia in occasione della presentazione di La mafia non è più quella di una volta]
    Letizia Battaglia: Mi ha messo nei guai perché mi sono ritrovata sulle spalle un film fatto da lui con i giornalisti che volevano sapere da me. [...] Io gli ho scritto "cornuto"! gli ho scritto "cornuto"!
    Franco Maresco: Non mi ha scritto "cornuto", mi ha scritto "gran cornuto".
  • [Su La mafia non è più quella di una volta] Effettivamente il film senza Letizia sarebbe stata l'apoteosi della canaglieria, della crudeltà, un film forse troppo duro, troppo cattivo. E invece Letizia con la sua ironia, con la sua autoironia mitica, un po' [attenua] l'orrore che c'è in quel film. [Si rivolge a Letizia] Senza di te sarebbe un film dell'orrore.
  • Io provavo a scrivere le prime cose [...] ed ero serio. Ero anche sentimentale. [...] Ed erano vomitevoli queste cose. [...] Col tempo ho scoperto, grazie a Franco Scaldati, che è stato un grande autore di teatro [...], ho scoperto che si poteva racconatare il [...] sottosuolo di Palermo, una umanità di Palermo usando una chiave che è quella che mi è più congeniale, il grottesco, il comico. E quindi ho accantonato per sempre, diciamo, il lato sentimentale che c'era in me, che era una cosa vomitevole. [...]

Intervista a minimaetmoralia.it, 16 settembre 2019

Citato in Emiliano Morreale, "La mafia non è più quella di una volta": intervista a Franco Maresco, minimaetmoralia.it, 16 settembre 2019.

  • Di solito si migliora nella vita, invece le mie fobie sono tutt'altro che diminuite e ormai è un incubo spostarmi. E poi la mia presenza a Venezia sarebbe stata in contraddizione col film stesso. Il film parla di una mania diffusa di esibirsi, di stare al centro dell’attenzione, dai sottoproletari agli intellettuali. In particolare, non volevo portare Ciccio Mira a Venezia, lo avrei esposto a un fuoco di fila, ridicolizzato. Certo, dal film lui esce come una simpatica carogna; però io credo di essere stato leale con Ciccio, di aver giocato alla pari. Mi immagino già i giornalisti che gli avrebbero chiesto di ribadire il no alla mafia... Mi vedevo già la macchietta. Metti insieme le fobie, Mira, e la crescente e conflittuale consapevolezza dell’inutilità delle cose che faccio come regista, e tira le somme.
  • Letizia la prima volta che l’ho vista risale ai primissimi '70, ero un ragazzino delle medie e lei aveva uno studio in un vicoletto di Piazza Marina. Era bellissima, una figura quasi da favola: capelli biondi, la gonna a fiori e gli zoccoli, la macchina fotografica, in una Palermo molto “maschia”, bella ma brutale. Ricordo poi di averla incrociata per un delitto avvenuto nel palazzo dove abitavo: un marito aveva ammazzato la moglie e ne aveva vegliato il cadavere barricandosi in casa. Quando aprirono la porta, insieme alla polizia entrò anche lei. La conoscenza vera, pensa un po’, è avvenuta vent’anni dopo, grazie a Goffredo Fofi, e scattò subito l’empatia. Lei disse subito a Goffredo: “Conosci un simile giovane con gli occhi verdi così belli e me lo tieni nascosto!”. Io mi sono sempre ritenuto oggettivamente un mostro, per cui come inizio non fu male.
  • [...] Ciccio Mira l’ho incrociato da sempre, a Palermo. Qualche feticista lo può trovare nello Zio di Brooklyn che canta Chella là in una festa di mafiosi. L’ho conosciuto meglio in occasione di Belluscone e, come si dice delle storie d’amore, da allora non ci siamo lasciati più.
  • [Sulla polemica nei confronti di Sergio Mattarella] La polemica era un po’ pretestuosa. A un certo punto, nel corso dell’anno raccontato, c’è la sentenza del processo sulla trattativa e io chiedo a Letizia come mai la cosa sia caduta nel silenzio di tutti, compreso il presidente della repubblica. Ora, è vero che le sentenze non si commentano, ma qui non siamo nello specifico di un fatto criminoso. Io mi riferivo a quello che la sentenza implicava, raggiungendo la conclusione che ci fu una trattativa tra una parte dello stato e Cosa Nostra. Più che una polemica, poi, era uno spunto narrativo per passare la palla a Ciccio Mira. Perché subito dopo gli faccio la stessa domanda e lui parte con un’apologia di Mattarella e un racconto scombinatissimo, su uno zio, un incidente d’auto, le passioni cinefile del presidente. Poi si scopre che in realtà vuole probabilmente chiedere la grazia per un congiunto che sta in carcere. Comunque, se fossi andato a Venezia mi avrebbero fatto domande solo su quello, spostando l’attenzione dal film.
  • [Su La mafia non è più quella di una volta] È un film abbastanza nichilista, una versione molto per i poveri della Società dello spettacolo di Guy Debord, un mondo dove tutto si è azzerato. È un film su una tragedia in corso, la mafia, di cui non si parla più, se non nelle fiction: nella più felice delle ipotesi (ti prego di cogliere l’ironia) l’antimafia ha il volto di Pif. L'idea, insomma, è che tutto si può fare, tutto è allo stesso livello: le fiction, le cerimonie istituzionali, i neomelodici. Nel film precedente, Belluscone, raccontavo i giovani sottoproletari che intendevano la parola "carabiniere" come un insulto. Oggi non c'è nemmeno più questo problema. E non perché sia penetrata chissà quale cultura della legalità. I ragazzi ti rispondono: "Mi piacerebbe fare il killer, ma se non posso, anche il carabiniere va bene". Tanto sono comunque eroi da fiction, di un super-Blob.
  • [Sul rapporto con Daniele Ciprì] In una coppia c’è sempre uno che cova più risentimento dopo la separazione. In questo caso io, ovviamente. Negli anni questo risentimento però si è diluito fino a scomparire. A volte Ciprì si fa vivo: lo ha fatto quando mi hanno preso in concorso, e lo ha rifatto adesso, con dei messaggi un po’ rigidi, che sembrano gli auguri che si inviano negli uffici per Natale. E qui scatta ogni volta un siparietto. Lui mi manda il messaggio, ma io ho un cellulare di vent’anni fa e non registro i numeri, cerco di ricordarli a memoria (il tuo ogni tanto lo confondo con quello di Ciccio Mira, che ha le ultime cifre uguali). Ai messaggi di Ciprì rispondo: Chi sei? Risposta: Daniele. Io: Grazie. Fine. Però rimangono quei vent’anni molto divertenti e molto... importanti.
  • [Su La mafia non è più quella di una volta] Io dico che il film ha una verità sua, e poco importa, a cose fatte, se una cosa è stata “incoraggiata” o si è presentata spontaneamente. La cosa paradossale è che le scene “documentarie” sono in realtà quelle a cui è più difficile credere.
  • [Su La mafia non è più quella di una volta] Ho cercato di rappresentare la tragedia della mancanza di senso. E il solo strumento che avevo era il comico, il grottesco. Se poi uno mi chiede: a che serve? Dico: A niente. [Domanda: "Perché continui a fare film, allora?"] È una contraddizione che riconduco alla mia nevrosi, a una disperazione che ha come alternativa il suicidio.
  • Mi servono poche cose: notte, silenzio, le cuffie se sento musica, e nessuno intorno nel giro di 1 km quadrato.
  • Vorrei che se qualcuno mi assegnasse un vitalizio [...] Ecco, lancio un appello con questa intervista: cerco disperatamente un mecenate per non fare nulla.

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