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Giambattista Basile

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Giambattista Basile

Giambattista Basile (1575 – 1632), scrittore italiano.

Citazioni di Giambattista Basile[modifica]

  • Come vai così sei considerato, perché in questo tristo secolo si onorano gli abiti e non si dice più da dove vieni, ma come tu vai.[1]
Accossì comme vaje tu si tenuto | c'a sto siecolo tristo | se nnorano li panne | e non se dice cchiù da dove viene, | si non come tu vai.
  • [Epigramma composto per la Madonna dell'Arco] Dissi: «L'iride mia, | arco divin, tu sei, | mentre i miei dì rischiari, ombrosi e rei» | Or, che da te s'invia | Strali di grazie al core | L'Arco dirò che sei del vero amore.[2]

Il Pentamerone[modifica]

Lo Cunto de li Cunti[modifica]

  • Chi cerca chello che non deve, trova chello che non vole. (Introduzione, p. 13)
  • Quanno lu malanno vò venire trase pure p' 'e ssenghe de la porta.
  • Chi 'ntroppeca e nun cade, avanza de cammino.
  • Dall'aseno chiù grosso mpara de mangiare la paglia lo picciolo.

Citazioni su Lo Cunto de li Cunti[modifica]

Pietro Citati[modifica]

  • L'universo, di cui Napoli è la metafora più appariscente, è una congrega di mostri, di idioti e di rifiuti. [...] Tutti divorano, trangugiano, ingurgitano, ingollano, inghiottono, ingozzano, strippano, pappano, ruminano, rosicano, ripuliscono quello che c'è in tavola: pastiere e casatielli, polpette, maccheroni e raffioli, pastinache e foglie molli, piccatigli e ingratinati, franfellicchi e biancomangiare; Napoli è un'immensa città-torta, che Basile divora con gli occhi e coi denti.
    Mostri, nani, vecchie, sciocchi, idioti, ingordi e defecatori si raccolgono nei cinquanta racconti con un solo scopo. Vogliono farci ridere. Vogliono fare scoppiare nella malinconica Zosa, nelle narratrici e in noi che leggiamo, la risata immensa, a piena gola, a crepapelle, hénaurme come in Rabelais e Flaubert, dionisiaca, assurda, grandiosamente fantastica, che uccide per sempre la nera pianta della Malinconia. [...] Nel libro, Zosa ride e sposa il suo principe. [...] Noi ridiamo? [...] Non è certo che ridiamo alla fine. L'universo di Basile è così pesante, folto e inestricabile, che a volte ci sembra il fosco sogno delle streghe del Macbeth, che continuano a cuocere il loro brodo infernale.
  • Un prodigioso ordigno per imitare il Tempo e farlo circolare tra le pagine, come il sangue stesso del libro. Così nei velocissimi allegro di certe favole, Basile inseguì le sue grandi ali crestate: mentre nel ritmo di metamorfosi, di morte e resurrezione, che le fate impongono alla vita, imitò il tempo che continuamente divora e rinasce. Ma, forse, la meta di Basile era soprattutto quella di fermarlo.
  • [La prosa di Basile] La prima legge è l'accumulazione verbale. Le parole si aggiungono alle parole: ognuna cerca di cogliere più da vicino e con più precisione l'oggetto, e insieme effettua una variazione fonica: le variazioni si succedono e mirano a un diapason; mentre insieme formano un sistema metaforico compatto e coerente. Sullo sfondo sta Basile che, come il tempo, ingoia tutto il dizionario e insieme a esso il mondo, come se soltanto così potesse liberare il Riso, che salva noi e la vita dalla rovina. Ma egli non vuole, come credeva Croce, parodiare e ironizzare il barocco. Simile a Shakespeare, accumula immagini classiche, petrarchesche, realistiche, bizzarre, oscene, inverosimili: tutto ciò serve a far divampare più diabolicamente le legna del suo fuoco stregonesco:
    Double, double toil and trouble: | Fire, bourn; and, cauldron, bubble;[3]
    finché le immagini s'accendono, deflagrano e scoppiano, disegnando cangianti e luminosi razzi nel cielo, mentre noi, rimasti a terra, ammiriamo questa potenza regale d'immaginazione.

La stufa egroca[modifica]

  • No patre mo se vede
    Nascere no Nennillo,
    O che gusto, o che spasso,
    Subeto lo fa stregnere
    Co ccotriello de seta, e de vammace
    Comm' a no Pisaturo,
    Lo ncericcia, e l'appenne
    Tante cose a le spalle,
    Diente de lupo, fico, e mmeze lune,
    E ccoralle, e mmologne, e pporcelluzze,
    Che pare spiccecato
    Chi accatta Zaffarana:
    Le trova la notriccia,
    Non vede ped'autr'uocchie;
    Le parla cianciosiello,
    Comme zaje bello Ninno?
    Te vollo tanto bene;
    Tu zi cole de tata,
    Zaporiello de mamma:
    E mmentre stace attoneto
    Co no parmo de canna,
    Sentenno cacca, e ppappa,
    Raccoglie nzino quanto a cchillo scappa.
    (Giallaise: pp. 365-366)

Note[modifica]

  1. Citato in Le Muse napolitane; in Il Pentamerone, vol. II, Giuseppe-Maria Porcelli, Napoli, 1788, p. 327 Google Books
  2. Citato in Vittorio Gleijeses, Feste, Farina e Forca, prefazione (all'edizione del 1976) di Michele Prisco, Società Editrice Napoletana, Napoli, 19773 riveduta e aggiornata, p. 136.
  3. Doppio, doppio travaglio e guaio | Brucia fuoco, gorgoglia calderone. Da Macbeth, atto IV, scena I, traduzione di Masolino D'Amico, Bompiani, Milano, 2014, p. 1937. ISBN 978-88-58-76952-2

Bibliografia[modifica]

Voci correlate[modifica]

Altri progetti[modifica]