Gian Carlo Pajetta

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Pajetta con Ceaușescu nel 1974

Gian Carlo Pajetta (1911 – 1990), politico e partigiano italiano.

Citazioni di Giancarlo Pajetta[modifica]

  • Noi con i fascisti abbiamo finito di parlare il 25 aprile 1945![1]

Dall'intervista di Roberto Gervaso

in Roberto Gervaso, La mosca al naso. Interviste famose, Rizzoli Editore, Milano, 1980.

  • [Gioacchino Volpe], l'accademico fascista, storico ben più robusto dell'antifascista Croce. (p. 71)
  • [Enrico Mattei], un comunista naturaliter. (p. 73)
  • [Aleksandr Isaevič Solženicyn] È passato al misticismo. Molti dissidenti e molti di coloro che, per una ragione o per l'altra, han dovuto lasciare l'Unione Sovietica potevano essere buoni e utili cittadini russi. (p. 77)

Da L'Ungheria che se ne va con Kadar

Intervista di Fausto Ibba, L'Unità, 21 luglio 1989.

  • [Sulla rivoluzione ungherese del 1956] Che cosa sia stato in Ungheria il 1956 che io non chiamai mai controrivoluzione ma che ancora adesso non mi sento di definire rivoluzione nazionale è un problema che non considero ancora risolto né dagli storici né dai politici.
  • Nonostante subisse le pressioni sovietiche, vissute come un tragico tormento, di Kadar apprezzai la volontà di realizzare l'unità o perlomeno la convivenza degli ungheresi che potevano contribuire alla difesa di un sentimento nazionale, qualche volta persino orgoglio, e a un progresso che lasciasse lontano il ricordo dell'Ungheria dei nobili latifondisti, dei tre milioni di senzaterra e spesso senza lavoro, della ferocia hortista e della dittatura che si abbatteva soprattutto contro i comunisti, perché per un lungo periodo furono i soli a non accettare di subirla.
  • Oggi crescono le speranze che la non violenza diventi la legge del futuro per l'umanità. Noi che portiamo i segni di una violenza che ha visto perire fratelli e compagni possiamo essere tra i primi ad augurarcelo.

Citazioni su Giancarlo Pajetta[modifica]

  • Era molto di più di un dirigente comunista, era un mito, con la galera sotto il fascismo, l'occupazione della prefettura di Milano subito dopo, l'oratoria travolgente, un attivismo leggendario, mia cultura sottile forgiata negli anni Trenta. Pajetta voleva dire bollino, sottoscrizione, sezione, comizio, microfono, palchetto su un camion, diffusione dell'Unità, irrisione dell'avversario, fairplay e tavolette della Camera divelte e scagliate contro gli atlantisti, intelligenza dei problemi e sopra tutto, un portato della galera, la sconfinata voglia di ridere, di essere combattente come un Taras Bulba e ironico come un Woody Allen. (Giuliano Ferrara)

Note[modifica]

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