Gilles Jacob

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Frédéric Mitterrand e Gilles Jacob, 2010

Gilles Jacob (1930 – vivente), regista e critico cinematografico francese.

Cinema è sogno[modifica]

  • Come critico, ho cercato di essere indipendente da ogni forma di pressione o di conformismo, di restare onesto anche a costo di sbagliare; come direttore di festival, sono stato attento ad aiutare, confortare, onorare, scoprire le opere degli altri. Come Bourvil, il povero diavolo de La traversata di Parigi, ho passato la vita a portare valigie che non erano le mie. Ma erano belle valigie, piene di esotiche etichette multicolori. E che mi facevano venire anche un bel po' di voglie. (p. 8)
  • Ho adorato il cinema. Il cinema e i suoi uomini. Ancora oggi, avrei difficoltà a decidere se preferisco i film o i registi. I film sono quel che resta, l'opera completata, il marmo eterno – il piacere; i registi sono la sofferenza. (p. 13)
  • Pialat, il pittore che vede tutto nero, l'artista messo al bando dalla società, il genio in perenne attesa del riconoscimento da parte del pubblico. E quindi, l'amarezza. La violenza verbale. L'impressione di persecuzione che rasenta la nevrosi. (p. 31)
  • Ho sempre amato i vecchi registi. Il mestiere di cineasta è talmente duro che si è vulnerabili a qualsiasi età, ma quando sono vecchi, malati, dimenticati, quando passano il tempo a ripetere vecchie storie o quando cercano di mettere in piedi un progetto di cui dovrebbero essere i primi a sapere che non vedrà mai la luce, allora gli Huston, i Ford, i Welles, gli Sternberg non sono più semplicemente degli esseri commoventi, sono come delle grandi querce colpite dal fulmine. (pp. 94-95)
  • Truffaut si era costruito una vita improntata al gusto per la libertà che gli veniva dall'infanzia; faceva solo ciò che lo divertiva nel momento in cui lo divertiva: è questo il vero lusso [...] A volte l'ha pagata cara. (p. 99)
  • [Su Isabelle Adjani] Un'attrice di incredibile intensità e dalla sensibilità a fior di pelle. Quella pelle sublime, quel colorito così pallido, quello sguardo color nontiscordardimé, quel fascino, come resisterle? L'istinto le impone la sua condotta, la lucidità ostacola i suoi slanci: è così che si passa la vita a tergiversare. C'è qualcosa di incomprensibile nelle star. Brillante, piena di talento, adulata, solitaria, Isabelle mi sembrò, quell'anno [al Festival di Cannes 1997], la persona più inadatta alla felicità che potesse esistere. (p. 168)
  • [Su Jeanne Moreau] Jeanne è come Gérard Philipe ne Il principe di Homburg o come Pierre Brasseur in Amanti perduti: se non li hai mai visti, non hai visto nulla. Splendore e precisione. Se esiste qualcuno che dubita della sua presenza, della grandezza del suo talento [...] raccomando una sua scena in Eva, di Joseph Losey. Jeanne incarna così meravigliosamente la femminilità che, dopo essere stati folgorati, si resta innamorati di lei a vita. Dal minuto 16 al minuto 19, sulla musica e le parole di Willow Weep For Me di Billie Holiday, Jeanne riesce, come per gioco, a creare uno dei momenti più erotici della storia del cinema. (p. 192)
  • [Su Jeanne Moreau] Jeanne, la sua voce così fatale, i suoi occhi brillanti, il suo entusiasmo, la sua integrità, la sua indipendenza, la forza delle sue convinzioni, la sua esigenza morale, la sua energia, i suoi arrivi maestosi, i suoi lampi di dolcezza... Jeanne. L'ambasciatrice. La capitale del cinema. (p. 193)
  • [Su Isabella Rossellini] Com'era bella, Isabella! Faceva la mannequin, come diceva lei, ma era la Donna. Adorabile con indosso qualsiasi cosa: un tailleur, un vestitino nero, un abito da sera. Adorabile anche per il suo portamento, il suo accento italiano che ti scombussolava, la sua vivacità di spirito, quel modo di rovesciare indietro la testa: anche una sola di queste cose sarebbe bastata per piacere. [...] Ma ogni volta [...] sentiva il bisogno di fuggire di nuovo, proprio come, incomprensibilmente, gli uomini della sua vita fuggivano da lei. [...] Di cosa aveva paura, con i suoi grandi occhi verdi, il corpo al tempo stesso slanciato e robusto, un sorriso da farti saltar giù dalla finestra? Del dopo? Di quando non sarebbe stata più giovane, di quando sarebbe stata "ancora" bella? La cosa tragica, con le femmes fatales, è che sono fatali prima di tutto a se stesse. (pp. 203-204)
  • [Su Sergio Leone] Era un grande uomo, in senso fisico e morale. Era dotato di una finezza e di una vivacità di spirito di cui il suo fisico imponente avrebbe potuto far dubitare. (p. 220)
  • [Su Maurice Pialat] Maurice era Maurice: l'uomo che può creare solo nella tensione, nell'insicurezza, nell'incapacità di stabilire rapporti umani, forse nel disprezzo. (p. 223)
  • [Su Isabelle Huppert] Col suo contegno perfetto, la sua abilità a entrare in un personaggio, a comporre con precisione e fervore un ruolo, caratterizzando un personaggio da un niente, l'iperattiva Isabelle pratica a meraviglia l'arte dell'ellisse, della suggestione, del silenzio.[...] Il silenzio le si addice. Il silenzio la abita, e lei eccelle sia in quel che mostra che in quel che nasconde, in quel che dice come in quel che tace. È la fata dell'interiorità. (pp. 256-257)
  • [Su Isabelle Huppert] Terribilmente esigente, prima di tutto con se stessa, ha il formidabile coraggio di volere tutto simultaneamente – famiglia, figli, lavoro, cultura – come se questa moltiplicazione di ruoli servisse ad alimentare la sua ispirazione, come se l'impazienza di mettere la sua vitalità a dura prova la portasse a questa sorridente determinazione. (p. 257)
  • Robert. Robert Bresson. La sua magnifica chioma bianca. I suoi occhi celeste chiaro. La scelta delle parole. Le note sul cinematografo. Il dialogo fra le immagini e i suoni. Bresson il ricercatore. Avrebbero dovuto dargli il premio Nobel per la chimica. La scrittura. I modelli. La grazia. (p. 259)
  • Fra tutte le attrici che considero eccellenti, ce n'è una che occupa un posto assolutamente particolare. I critici di cinema la lodano nei suoi ruoli per Carax, Kieslowski, Minghella, Rappeneau o Haneke, e hanno ragione, ma io la adoro ancora di più quando è se stessa, donna luminosa nella vita reale. [...] Io adoro interpretare nell'ombra, o anche in segreto, il ruolo dell'ammiratore. Guardare Juliette Binoche significa inventarla. Non sono fra i suoi amici intimi, ma c'è una cosa che so di lei: è duplice. C'è la Juliette dall'aspetto serio, e fin qui non ci son problemi, siamo tutti stregati dal fascino e dalla malizia dei suoi occhi neri, svegli, vivi, intelligenti. Ma quando è allegra, le cose si complicano, il suo naso alla Julia Roberts si arriccia, si intravedono i suoi denti candidi, quasi come sassolini recuperati da Pollicino. E la sua risata è semplicemente indescrivibile. (p. 303)
  • Ma chi è allora Juliette Binoche? Un'attrice? Evidentemente sì, e grandissima. [...] Con le sue parole, l'innocenza nel suo sguardo, il suo modo di parlare, di ridere, di muoversi, pieni di naturalezza e semplicità, eclissa le altre, tutte le altre. Attualmente, oltre a dipingere, scrive e danza. Di solito le persone che fanno mille cose non vengono apprezzate, ma come non capire che, lanciandosi in questo modo sulle scene mondiali dove la danza è regina, lei sta osando la sfida più eroica? Come non sentire che sta riuscendo nella sua prodezza più bella, in un intrepido dono di se stessa, da bravo soldatino – e al diavolo la sofferenza di un corpo martirizzato, che non era stato in alcun modo preparato a patirla? Lei è il ritratto perfetto dell'allegria e della gioia di vivere, e ha bisogno di mettersi in gioco per essere sicura di progredire senza sosta e di non lasciarsi inghiottire dalla rotuine. Se si studiassero le parole che usa più spesso e che le calzano a pennello, ci sarebbero libertà, movimento, lavoro, avventura, improvvisazione, esperienza, sfida, fuoco, vento, passione, sacrificio. (p. 304)

Lezioni di cinema[modifica]

  • L'esperienza di un film non si ferma all'uscita della sala cinematografica, ma continua in seguito a impressionare la retina, impregna in modo duraturo il nostro immaginario e produce un dialogo intimo per molto tempo dopo che il proiettore si è spento: forse è in questo momento, durante questa fusione, che il processo diventa più appassionante... (p. 10)
  • Chi non ha provato, uscendo da una sala cinematografica, l'impressione di essere abitato da un'altra presenza, da una densità piena di sogni di un'anima gemella? (p. 10)
  • Oltre alla visione dei film, il cinefilo gode infatti dello scambio e si riconosce per il fatto che sarà sempre indeciso se dibattere con i suoi compagni di strada o andare al cinema. La discussione sul cinema è in sé più di un invito al viaggio, è il viaggio stesso. (p. 10)

Bibliografia[modifica]

  • Gilles Jacob, Cinema è sogno, traduzione di Giulia Castorani, Roma, Gremese, 2010. ISBN 978-88-8440-635-4
  • Gilles Jacob et al., Lezioni di cinema, traduzione di Rosa Pavone, Milano, Editrice Il Castoro, 2007. ISBN 9788880334286

Altri progetti[modifica]