Giovanni De Castro

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Giovanni De Castro

Giovanni De Castro (1837 – 1897), giornalista, scrittore, drammaturgo, storico e docente italiano.

Vecchie utopie[modifica]

Incipit[modifica]

L'uomo sofferente, o annoiato, non da oggi ricovera nell'illusione e nel sogno. Il malcontento che adesso tormenta gli spiriti non fu sconosciuto neppure alle primitive società, e non ha poco influito a fare immaginare luoghi e condizioni e cose al tutto diverse dalle attuali: del quale bisogno si giovarono anche le religioni e l'arte. Però fra gli antichi e i moderni avvi spiccata differenza: la credulità degli uni allogava uno stato più perfetto nel passato: la speranza degli altri colloca ogni possibile avanzamento e miglioramento nell'avvenire.

Citazioni[modifica]

  • Le nozioni metafisiche di cui Enfantin invaghisce sono di scuola tedesca e cascano nel panteismo: «Dio è uno, è tutto che esiste, tutto è in lui e da lui, tutto di lui». Ma il punto essenziale della riforma sansimoniana è la riabilitazione della materia o della carne; si reagiva contro l'ascetismo, si legittimavano i piaceri, il lusso, le eleganze.
    Abbellita in ogni guisa la vita terrena, ripugnava meno di negare la vita di oltre tomba, ed Enfantin faceva consistere l'immortalità in una specie di trasmigrazione di idee e di anime. San Paolo rivive nel patriarca Enfantin, e questi rivivrà in un altro migliore di lui!! (pp. 240-241)
  • Enfantin voleva giungere alle estreme applicazioni. Fedele al concetto di niente reprimere e di tutto soddisfare, egli mirava a far entrare nei costumi l'apoteosi della gioia e del lusso, delle feste, della galanteria; gli pareva che nemmeno questi impulsi avessero a rimanere infruttuosi per il bene comune. Era tempo che si legittimasse, pur disciplinandolo, anche il piacere, cessando di adulare il dolore e la rassegnazione, e di considerarli necessari e provvidi: insomma un rovesciamento completo delle idee morali che hanno conferma nella coscienza e nelle credenze religiose. (p. 252)

Incipit di alcune opere[modifica]

Milano nel Settecento[modifica]

Il monotono e uggioso Seicento volgeva alla fine, e s'avvicinava a gran passi un nuovo secolo. Benché la trista esperienza del passato avesse dovuto disabbellire in noi le aspettative, che danno valore a questi grandi passaggi del tempo, pure notavasi in molti quella vaga ansietà, che suole precedere la comparsa di un nuovo ciclo di anni. E codesta ansietà era accresciuta dalle notizie che si diffondevano in Europa, e che, variamente stravolte, giungevano anche alle nostre orecchie. Si prevedeva una grande catastrofe. Il nostro re Carlo II di Spagna era infermiccio, e poteva mancare d'ora in ora: già litigavano le potenze per la divisione delle opime spoglie: già si apparecchiavano leghe e contro leghe; e perfino nell'Escuriale[1] si tendevano insidie o si ordinavano macchinazioni per prevenire gli eventi o per volgere a proprio benefizio i vacillanti voleri di un moribondo.
A chi sarebbe toccato il Milanese?[2]

Storia di un cannone[modifica]

La guerra fu primamente un giuoco brutale di forze non disciplinate dalla scienza. I nemici s'affrontarono coll'impeto di selvagge passioni; ricorsero per nuocersi, per uccidersi ai primi mezzi che loro si pararono davanti; nessuna stabile norma ebbe a governare le pugne, nelle quali prevalse quasi sempre la fisica gagliardia o il cui esito fu dovuto alla cieca fortuna.
Poco a poco l'intelligenza intervenne anche in questa parte dell'umana operosità per mitigarne gli orrori, per guidarne i moti, per accertarne i fini e le leggi.
Nell'ora medesima in cui la febbre dell'odio o la concitazione del pericolo sale a turbare il tranquillo giudizio della mente; nel punto medesimo in cui alla forza sola sembrano commessi i destini della vita; l'intelligenza pronunciò i suoi decreti e furono osservati.
La guerra cessò poco a poco d'essere un trastullo inumano per divenire una necessità dolorosa, una scuola tremenda.

Ugo Foscolo[modifica]

È degli uomini come delle idee. Se buone, se generose, se forti, benché contrastate grandeggiano, anzi, perché contrastate, grandeggiano. Ieri sconosciute o derise, domani regnano. Gli uomini, la cui esistenza fu un rimpianto di un'antica grandezza e il presentimento di una nuova, e che, sortiti a vivere in un periodo di transizione, furono combattuti da supreme irrequietudini e da sublimi e insoddisfatte aspirazioni – questi uomini che appartengono a due età, quasi una sia poca al loro genio e alla potenza idealizzatrice della loro anima – coll'andare degli anni rilevansi nel concetto del popolo, e sorgono al cospetto dei posteri come in atmosfera di luce e di poesia.

Note[modifica]

  1. Il monastero dell'Escorial, residenza e pantheon dei re di Spagna.
  2. Il Ducato di Milano fece parte dell'Impero spagnolo dal 1535 al 1714.

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]