Guglielmo Ferrero

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Guglielmo Ferrero (tra il 1897 e il 1898)

Guglielmo Ferrero (1871 – 1942), sociologo, storico e scrittore italiano.

L'Europa giovane[modifica]

Incipit[modifica]

Nel castello di Varzin una sera dell'autunno del 1877 – è un amico, il signor Moritz Busch, che racconta – il principe Ottone di Bismarck si era seduto, dopo il pranzo, innanzi al camino e, contrariamente alle sue abitudini, taceva assorto in chi sa quali pensieri, mentre di tempo in tempo, sbadatamente, attizzava con le molle il fuoco. Gli amici intorno rispettavano la sua meditazione, tacendo anch'essi; quando a un tratto, di propria iniziativa, il principe ruppe il silenzio e cominciò un lungo lamento, lagnandosi di aver cavata poca gioia da tutta la sua tempestosa attività di statista e di aver tanto lavorato, senza riescire a far nessuno felice; non sé stesso, non la sua famiglia, non gli altri! Alcuni dei presenti si prestarono compiacentemente all'ufficio di obiettatori, e contraddissero che egli aveva invece fatta felice una intera nazione.
Ma il principe: "No, no: ho fatto molti infelici. Senza me, tre grandi guerre non sarebbero successe; ottantamila uomini non sarebbero periti; e padri e fratelli e sorelle e vedove non piangerebbero adesso. Di questo – è vero – io avrò a rendere conto dinanzi a Dio; ma ad ogni modo di gioia io ne ho cavata poco o niente da quanto ho fatto; e non ho avuto che disinganni, cure e travagli".

Citazioni[modifica]

  • L'amore dell'uomo del sud è l'attaccamento ad una persona, che è sorgente d'intensissimi piaceri sensuali; l'amore del tedesco e dell'inglese è l'affetto per una persona con cui esiste un'affinità di gusti, di idee, di tendenze, rinforzato da una simpatia sessuale. (L'amore nella civiltà latina e germanica, p. 147)
  • Mentre nell'uomo del Sud ogni parola, ogni frase, ogni immagine che si riferisca all'amore basta a suscitare nella coscienza le immagini ardenti e piacevoli della sensualità, nell'inglese o nello scandinavo ogni cosa che ricordi le inferiorità fisiche dell'amore suscita una specie di scoramento e d'impaccio nella coscienza turbata da un contrasto invincibile. Anzi molti diventano, per natura e per abitudine, così sensitivi, che ogni discorso sugli aspetti fisici dell'amore, anche se si annuncia casto e riserbato, li inquieta sin dal principio; onde appena possono lo troncano in fretta, come se temessero di vederlo cader giù e di sentirsi ridestato dentro quel sentimento di contraddizioni così doloroso, che fa spesso arrossire e rende impacciati, come delle fanciulle, dei giovinotti di trent'anni. (L'amore nella civiltà latina e germanica, pp. 155-156)
  • [...] non si potrebbe paragonare la popolarità dell'Heine con quella dello Schiller o del Goethe; questi due genii autenticamente tedeschi. Tutti leggono Heine; ma tutti o quasi tutti trovano che certi aspetti di lui ripugnano: uno vi dice che è troppo frivolo, l'altro che è troppo amaro; un terzo che è immorale, un quarto, infine, che Heine non capì la Germania e che fu ingiusto e crudele con la sua patria. (La lotta di due razze e di due ideali. L'antisemitismo, p. 354)
  • Tra i libri classici dati a leggere alla gioventù, nelle scuole o nelle famiglie, non troverete mai Heine, che è letto, in ogni caso, dai giovani e anche dalle ragazze quasi di nascosto: le sue poesie sono considerate un poco come un frutto dolce e saporito, ma pregno di qualche veleno, che non si può dare perciò come cibo intellettuale e morale alla gioventù in via di sviluppo. (La lotta di due razze e di due ideali. L'antisemitismo, p. 354)
  • Heine non ha statue; Heine non è ufficialmente riconosciuto come uno dei grandi poeti della Germania; Heine non è oggetto di una critica abbondante e metodica. La Germania insomma ammira Heine; ma come un ragazzo di poco giudizio, a cui si devono perdonare molti vizi grazie alle splendide doti dell'ingegno. (La lotta di due razze e di due ideali. L'antisemitismo, p. 354)

Incipit di Grandezza e decadenza di Roma[modifica]

Nella seconda metà del secolo quinto avanti Cristo, Roma era ancora una repubblica aristocratica di contadini, di circa 450 miglia quadrate di superficie, e con una popolazione libera, sparsa quasi tutta nella campagna e divisa in diciassette distretti o tribù rustiche, che non poteva superare le 150 000 anime. Il maggior numero delle famiglie possedevano un piccolo campo; e genitori e figli, vivendo nel piccolo tugurio e lavorando insieme, lo coltivavano quasi tutto a grano, con poche viti ed ulivi; pascolavano sulle vicine terre pubbliche qualche capo di bestiame; fabbricavano in casa gli strumenti rustici di legno e i vestiti, recandosi solo di tempo in tempo nella città fortificata; dove erano i templi degli dei, il governo della repubblica, le case dei ricchi, le botteghe degli artigiani e dei mercanti, per cambiare poco grano, olio e vino con il sale, gli strumenti rustici di ferro e le armi; per assistere alle feste religiose, o compiere i doveri civici.

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]