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H. D. F. Kitto

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Humphrey Davy Findley Kitto (1897 – 1982), grecista britannico.

I Greci

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  • [...] Omero incatenò e nutrì le menti e l'immaginazione dei Greci, una generazione dopo l'altra, interessando artisti, pensatori ed anche uomini semplici. Pittori e poeti si volsero sempre a lui per le loro ispirazioni e per i loro soggetti: Eschilo disse con modestia di aver definito la propria opera, come «briciole del banchetto di Omero»: eppure il dramma europeo non conobbe figura più grande di Eschilo. Infine, assieme col linguaggio greco, la comune eredità di Omero dette a quasi tutti i Greci la convinzione, nonostante le divergenze e gli odi che li separavano, di essere un solo popolo. Perciò, noi dobbiamo imparare qualcosa su Omero che per primo fra gli europei seppe esprimersi e che improvvisamente divampò, simile ad un'immensa luce, in un'età piena di tenebre.[1]
  • [La Grande rhetra] [...] le le leggi di Licurgo tendevano non solamente alla soggezione degli Iloti allo stato spartano, ma alla formazione del cittadino ideale. [...] Le leggi spartane operarono così intensamente da collimare col concetto che i Greci avevano della più alta funzione della legge stessa nei confronti della società e dell'individuo. [...] I Greci non avevano alcuna chiesa o religione dottrinale: e neppure quello che noi riteniamo un buon sostituto, un ministero dell'educazione: la polis addestrava i cittadini nei loro doveri sociali attraverso le leggi.
    Perciò Sparta fu ammirata dai Greci per la sua eunomia, il suo «stato ben governato» perché, ci piaccia o meno, essa poté preparare alla perfezione i suoi cittadini, attraverso le leggi e le istituzioni, a tale ideale: poté formare soggetti altruisti, solleciti del bene comune. [...] Le leggi di Licurgo furono, per gli Spartani, un modello di «virtù», vale a dire l'areté, di eccellenza umana strettamente considerata dall'interno della comunità cittadina.
    Gli Spartani ebbero una concezione della virtus più limitata di quella degli Ateniesi: ma, benché crudele sotto certi aspetti e addirittura brutale sotto altri, di qualità eroica. Nessuno può dire che lo spirito spartano sia stato banale, e nessuno spartano avrebbe potuto ammettere che la sua città fosse, dal lato artistico, inferiore alle altre. L'arte, la poiesis, è creazione e Sparta non creò né parole né oggetti in pietra: ma uomini, essenzialmente uomini.[2]
  • L'educazione era stata un logico prodotto della vita della polis, comune a tutti: Gli uomini naturalmente più dotati progredivano più degli altri, ma tutti erano sullo stesso piano: la polis rimaneva una. Con l'avvento dei Sofisti l'educazione divenne specializzata e professionalizzata, aperta perciò solo a quelli che volevano e potevano pagarsela. Per la prima volta si creava un reale solco tra il colto ed il semplice, col naturale risultato che le classi colte di differenti città cominciavano a sentire di essere più affini l'una all'altra che non alle classi incolte della propria città. La «cosmopoli» urgeva sempre più.[3]

Note

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  1. Da Omero, p. 50.
  2. Da Sparta, La Grecia classica, pp. 106-108.
  3. Da Il tramonto della polis, p. 196.

Bibliografia

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  • H. D. F. Kitto, I Greci, traduzione di F. Guidi, Sansoni, Firenze 1973, p. 50.

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