Jacques Guillermaz

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Jacques Guillermaz (1911 – 1998), diplomatico, militare e sinologo francese.

Storia del Partito comunista cinese (1921-1949)[modifica]

Incipit[modifica]

Quando si apre il Congresso del 1º luglio 1921 che consacra l'esistenza ufficiale del Partito comunista cinese, la Cina è al limite dell'anarchia politica, mentre lentamente si sviluppa il settore moderno della sua economia e a poco a poco si trasformano la vita, le idee e i costumi di alcune sue categorie sociali.
Politicamente l'anarchia dura fino al 1928 e – nella misura in cui l'unità cinese sara continuamente rimessa in discussione dai clan provinciali, dai comunisti, e infine dai giapponesi e dai loro collaboratori – si può forse dire che tale anarchia dura fino al 1949, cioè fino all'inizio del regime attuale.

Citazioni[modifica]

  • Il socialismo, e in particolare il socialismo marxista, è giunto molto tardi in Cina; si potrebbe dire che la sua apparizione coincide con la formazione del Partito comunista cinese.
    A prima vista c'è da sorprendersi di questo ritardo di mezzo secolo sull'Europa e di un quarto di secolo sul Giappone dove un partito socialista esisteva dal 1901. Ma riflettendo non ci si deve troppo stupire che la Cina abbia impiegato tanto tempo per aprirsi alle idee occidentali. In ogni caso, l'introduzione di nuovi concetti politici poteva avvenire solo lentamente e dopo l'impallidimento o addirittura l'eliminazione della vecchia cultura, peraltro assolutamente originale. (cap. 2, p. 29)
  • Molto più del socialismo, l'anarchismo rivoluzionario, sembra aver attirato gli intellettuali cinesi dei primi anni del secolo. Esso è insieme – dicono molto giustamente alcuni autori – "l'antitesi e il predecessore" del marxismo-leninismo in Cina. Di fatto, anche se ha orientato alcuni rivoluzionari verso gli scritti e il vocabolario marxisti, il movimento anarchico cinese – che si sviluppò soprattutto fra gli studenti cinesi in Francia – ha dato pochi quadri al futuro Partito comunista. [...].
    L'anarchismo occidentale – nella misura in cui rifiuta la società e corrisponde all'esaltazione della libertà individuale, e per tutto quello che può avere in sé di negativo – si ricollegava alle vecchie correnti taoiste e doveva essere facilmente capito. (cap. 2, p. 36)
  • L'anno 1919 è fondamentale nella storia politica e culturale cinese, ma l'importanza del Movimento del 4 Maggio sarà recepita solo molto più tardi. [...]. Nel suo senso più stretto il Movimento del 4 maggio è un movimento studentesco spontaneo che si estende alla borghesia e a una parte degli artigiani e degli operai delle grandi città. Diretto inizialmente contro le Potenze alleate e contro il Trattato di Versailles si rivolgerà molto in fretta contro il regime corrotto e impotente dell'epoca. Non muterà immediatamente la situazione politica del paese, ma contribuirà a indirizzare l'opinione pubblica contro i clan politico militari. Il Kuomintang, che vi parteciperà appena, doveva trarne il maggior profitto. (cap. 3, p. 43)
  • Da una ventina d'anni, il Movimento del 4 Maggio è oggetto di numerosi studi, ricerche e interpretazioni in Cina e all'estero.
    Per i comunisti cinesi esso rappresenta l'evento capitale della storia cinese contemporanea, il punto di partenza di un periodo interamente nuovo dal punto di vista ideologico e culturale.
    I comunisti sostengono che prima del 4 maggio 1919 i movimenti rivoluzionari del XIX e XX secolo appartengono al vecchio tipo di movimenti democratico-borghesi. (cap. 3, pp. 45-46)
  • Il ruolo del Partito comunista nel Movimento del 4 maggio 1919 era nullo in quanto il Partito non esisteva; e non esisteva in tutta la Cina un solo comunista confesso, compreso Mao Tse-Tung. Nessuna interpretazione ideologica in merito agli scopi dei patrioti del 4 Maggio e nessuna "predestinazione" del Partito comunista cinese potrebbero prevalere contro l'evidenza di questi fatti.
    Ammesso ciò, il Movimento del 4 maggio è incontestabilmente – per il suo spirito e per le sue conseguenze – un autentico movimento rivoluzionario. Essenzialmente nazionalista all'origine, porta certi intellettuali a nuove riflessioni sulla situazione politica e sociale del paese e, in questo senso, favorisce la comparsa del marxismo. (cap. 3, p. 47)
  • A due professori universitari molto vicini per gli interessi e il modo d'azione, ma sensibilmente differenti per il temperamento, e che erano attesi da due destini opposti si deve la fondazione del Partito comunista cinese: Ch'en Tu-hsiu e Li Ta-chao.
    Ch'en Tu-hsiu, più conosciuto del secondo, doveva essere l'organizzatore dei primi gruppi di studi marxisti e il primo segretario generale del Partito. Ci appare come un personaggio di transizione inizialmente legato – per le sue origini – alla vecchia cultura e alla vecchia società, poi conquistato dalle formule democratiche e liberali occidentali, e infine sedotto dal marxismo dopo il Movimento del 4 Maggio e la Rivoluzione russa. Nel 1927 sarà dimesso dalle sue funzioni di segretario generale, e poi espulso dal Partito; diventerà a un certo punto trotzkista, per poi tornare a essere nazionalista e fors'anche membro più o meno sincero del Kuomintang, prima di morire nei pressi di Chungking il 24 maggio 1942. (cap. 4, p. 61)
  • [Ch'en Tu-hsiu] La storia ufficiale comunista ne dà un giudizio molto severo e lo accusa di essere stato soltanto un "rivoluzionario democratico-borghese" pieno di pregiudizi e di contraddizioni. Una storia che ricorda soltanto i suoi errori e ne parla sempre meno, attribuendo a Li Ta-chao [...] i meriti principali dell'introduzione del marxismo in Cina. (cap. 4, p. 61)
  • [...] la storia ufficiale ha avuto buon gioco nel rimproverare a Cheng Tu-hsiu il suo "sabotaggio" delle istruzioni di Mosca, il suo "capitolazionismo", il suo "opportunismo di destra". Sarebbe stato meglio rimproverargli la sua rassegnata lealtà, ma l'infallibilità del Komintern[1] non ci avrebbe guadagnato. (cap. 11, p. 164)
  • Bisognerebbe indubbiamente risalire a qualche avventuriero d'arme del XVIII secolo o del periodo rivoluzionario e imperiale per trovare un destino paragonabile a quello di Chu Teh. (cap. 20, p. 276)
  • [Chu Teh] La sua carriera militare dovette essere rapida in quanto, dopo aver comandato un battaglione alla frontiera del Tonchino, nel 1916 era già colonnello, e nel 1919 generale. Era allora il tipo di "militarista" spesso condannato dai rivoluzionari: poco sicuro, interessato, amico del lusso. (cap. 20, p. 277)
  • L'incontro del contadino Mao Tse-tung e del soldato di carriera Chu Teh è certamente una delle principali cause delle vittorie comuniste; comunque è quasi unicamente a Mao Tse-tung che è andata la gloria di queste vittorie. La modestia di Chu Teh ci dà ben pochi elementi per valutare la sua personalità e il suo valore professionale. I suoi scritti sono rari, appaiono tardi e si situano a livello dei procedimenti tattici piuttosto che dei grandi concetti strategici. In ogni caso durante il periodo del Kiangsi egli sarà un brillante esecutore sul terreno, e l'Armata rossa deve in gran parte a lui la sua organizzazione e i suoi metodi di combattimento. (cap. 20, p. 277)
  • Venuto da una grande famiglia mandarinale e rurale di Huaian nel Kiangsu, educato in Cina settentrionale, studente in Giappone, in Francia, in Germania e persino in Russia, Chou En-lai, minore di cinque anni di Mao Tse-tung, conserva delle sue origini e della sua esperienza internazionale una grande finezza e una grande agilità intellettuale. La sua grande disinvoltura nei rapporti umani ha molto contribuito alla sua popolarità in Occidente e talvolta ha turbato i suoi interlocutori, dissimulando il suo rigore rivoluzionario e la sua determinazione. (cap. 20, p. 278)
  • [Liu Shao-ch'i] Agitatore, organizzatore, delegato sindacale, operando molto spesso nella clandestinità, diventerà nel 1931 presidente dei sindacati della zona rossa.
    Profondamente differente da Mao Tse-tung per le sue attività, lo è anche per il temperamento e per il comportamento. Riservato fino alla modestia, né le sue parole, né il suo stile avranno la colorita seduzione di Mao. In compenso, il suo buon senso e la sua precisione colpiranno i suoi interlocutori. (cap. 20, pp. 278-279)
  • Più che una rilevante impresa militare, la Lunga Marcia è un fatto politico le cui conseguenze dovevano essere immense.
    Innanzitutto essa ha assicurato – in generale – la sopravvivenza del movimento comunista. Non si trattava semplicemente dello spostamento delle armate; insieme a esse si spostava tutto il vertice del Partito: Bureau politico, Comitato Centrale e suoi servizi; in una parola tutti i responsabili politici e militari del momento. (cap. 21, pp. 293-294)
  • Indubbiamente la Lunga Marcia rappresenta per il movimento comunista non solo un notevole successo di prestigio, ma anche un successo politico che doveva facilitare enormemente la formazione di un nuovo fronte unito. Innanzi tutto il Partito esercitava una propaganda diretta su popolazioni che fino a quel momento ignoravano i suoi fini e generalmente anche la sua esistenza. In tutte le occasioni i commissari politici non mancavano di radunare la popolazione per esporre il programma politico e soprattutto il programma sociale dei comunisti, per incoraggiare la spartizione delle terre, l'emancipazione delle donne, ecc. (cap. 21, p. 295)
  • Percorrendo la Cina da un capo all'altro, la Lunga Marcia trasformava in una certa misura la guerra civile da provinciale a nazionale. (cap. 21, p. 295)
  • [...] la Lunga Marcia ha contribuito a dare al Partito comunista una maggiore autonomia nei confronti di Mosca. Tutto rientrava in questo quadro: la designazione di Mao Tse-tung alla presidenza del Partito avvenuta in particolari condizioni, le difficoltà di un pratico collegamento, la tendenza del Komintern[1] a cogliere dovunque l'occasione per creare "fronti popolari" in nome del patriottismo e dell'antifascismo. In effetti, dopo Tsunyi, sembra che i russi abbiano avuto sempre minore possibilità d'azione sulla condotta interna del Partito comunista cinese. Prendendo in considerazione la storia di oggi si può dire che sia stata questa una delle principali conseguenze della Lunga Marcia. (cap. 21, pp. 295-296)
  • Nel 1949 mutano tutti i problemi del Partito comunista cinese. Non si tratterà più di distruggere ma di restaurare e di edificare; non si tratterà più di conquistare ma di governare. Il suo avvento al potere è soltanto il primo passo della prodigiosa rivoluzione politica, economica, sociale e culturale che il Partito comunista intende condurre in porto; il primo passo e il più facile – dirà Mao Tse-tung. (Conclusione, p. 496)
  • [...], la gigantesca personalità di Mao Tse-tung, che aveva assicurato l'unità e una decisa direzione del Partito e del Movimento rivoluzionario, e – dal 1949 – della Cina intera, diventa all'interno e all'esterno una causa di imbarazzo. Iniziatore delle Comuni popolari, del "grande balzo in avanti", del Movimento di educazione socialista del 1962 e della Rivoluzione Culturale degli anni seguenti, egli si troverà di fronte a tali resistenze nel Partito che sarà costretto a superarle mettendo in movimento le masse e rovesciando le strutture esistenti.
    In campo ideologico le progressive pretese delle tesi maoiste a ispirare tutte le rivoluzioni, che si tratti di paesi in via di sviluppo o di paesi altamente industrializzati, portano a un estremismo rivoluzionario che dà alla politica estera cinese una rigidezza che la distacca dal resto del mondo. (Conclusione, p. 499)

Note[modifica]

  1. a b Organizzazione internazionale dei partiti comunisti, nota anche come Comintern o Terza Internazionale, attiva dal 1919 al 1943.

Bibliografia[modifica]

  • Jacques Guillermaz, Storia del Partito comunista cinese (1921-1949) (Histoire du Parti Communiste Chinois (1921-1949)), traduzione di Bruno Crimi, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 1970.

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