Jacques Vergès

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Jacques Vergès nel 2011

Jacques Camille Raymond Mansoor Vergès (1925-2013), avvocato e attivista francese.

Citazioni di Jacques Vergès[modifica]

  • Ognuno ha la sua etica. Io, per etica, sono contro il linciaggio. (...) Sono un essere umano e faccio l'avvocato. A noi avvocati difficilmente capita di difendere Madre Teresa di Calcutta. Una volta, in Francia, ho difeso un terrorista e poi una delle sue vittime, in causa contro lo Stato. Ho difeso criminali di destra e comunisti. Cercando di vedere in ognuno quello che ancora esisteva di umano. (...) Non bisogna mai identificarsi con la causa dei propri assistiti. Altrimenti si rischia di perdere lucidità.[1]
  • Subito dopo la guerra, ero ancora soldato, rimasi commosso dalla vicenda di Pierre Laval, uno degli architetti del regime filo-nazista di Vichy. Prima di morire tremava, non per il freddo né per la paura, ma perchè la notte prima della fucilazione aveva provato ad uccidersi, ma fu rianimato apposta perchè arrivasse lucido davanti al plotone di esecuzione. Il racconto di quell'uomo e il coraggio del suo avvocato, un uomo della Resistenza che gli fu vicino in quei momenti, mi colpì moltissimo.[1]
  • L'avvocato ha la stessa responsabilità del medico che non può rifiutarsi di curare una malattia sessuale solo perchè non approva certe condotte etiche. E anche se l'avvocato, rispetto al medico, può comunque scegliere i propri clienti, per me esiste una specie di obbligo morale interno. (...) Il dolore delle vittime è una cosa che avvertiamo e comprendiamo subito, tutti. Ma è il criminale a porci delle domande. Saremmo capaci di commettere il suo stesso delitto? Come ha potuto fare ciò che ha fatto? In fondo non è un marziano, ma un essere umano. È questa la domanda che viene posta all'avvocato difensore. Se ricostruiamo questo percorso, permettiamo alla società di prendere le giuste misure. È un insegnamento che ci viene da lontano, dalle tragedie dell'Antica Grecia, dalla vicenda di Oreste che uccise la madre Clitemnestra ma fu risparmiato dalle Erinni su richiesta di Atena.[1]
  • Caro Félix, caro Phuoc, caro Amokrane, io provo, quando paragono la mia sorte alla vostra, un profondo sentimento d’ingiustizia nei vostri confronti, nel vedere come la morte, impaziente con voi, sia paziente con me. (...) La morte è per me un'amica, non un ghoul come lo fu per voi. Mi ha tenuto compagnia durante la Seconda guerra mondiale e poi nel corso della Guerra d’Algeria, e più tardi ancora, ma ha rispettato la mia indipendenza. Essa sa che un giorno ci ritroveremo, e mi fa credito.[2]
  • Una sera di marzo, la mia porta si aprì e il vento mi disse di partire! Smettere! E andai in cerca di avventure per nove anni. [...] Sono stato ovunque. Sono partito per vivere grandi avventure che si sono concluse in un disastro. Molti dei miei amici sono morti, e per quanto riguarda i superstiti, un patto di silenzio mi lega a loro.[3]

Gli errori giudiziari[modifica]

  • Gli errori giudiziari sono storie immaginarie nate dal cervello di individui senza immaginazione.
  • Alcuni magistrati credono che correggere un errore significhi attentare all’autorità della Giustizia. Una minoranza, certo, ma ancora troppo numerosa, e soprattutto coperta da uno spirito di corpo per nulla giustificato dall’interesse dell’istituzione.
  • L’errore è umano. Non sparirà mai. Ma è possibile fare in modo che divenga più raro, e, qualora si verifichi, che sia corretto senza indugi.
  • Applicare la legge in tutte le sue fasi, dall’inchiesta preliminare sino all’appello in cassazione o al ricorso di revisione. La sola rivoluzione da farsi è dentro le teste.

Note[modifica]

  1. a b c Conferenza a Spoleto
  2. da Quant'erano belle le mie guerre!, Macerata, Liberilibri, 2012
  3. Intervista del 2013

Bibliografia[modifica]

  • Jacques Vergès, Gli errori giudiziari, trad.it. di S. Sinibaldi, Introduzione di Giuliano Ferrara, Liberilibri, Macerata, 2011
  • Jacques Vergès, Quant'erano belle le mie guerre!, Macerata, Liberilibri, 2012