Jean-François Melon

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Jean-François Melon (1675 – 1738), economista francese.

Essai politique sur le commerce[modifica]

  • La più importante delle massime, e la più nota, ella è che il commercio null'altro esige se non la libertà, e la protezione. (cap II, ed. 1754, p. 10[1])
  • [Qualsiasi dazio] è una maniera di toglier la libertà... è questa la via di aprir l'adito ad un monopolio, il quale il più pernicioso diventa, perché è al coperto della legge. (cap II, ed. 1754, p. 11[1])
  • Se gli uomini fossero sì felici, che regolarsi volessero colle pure massime della religione, non avrebbero più bisogno di leggi: il dovere servirebbe di freno alla colpa, e alla virtù di motivo: ma per loro disavventura si lascian essi regolare dalle passioni; nel qual caso il legislatore null'altro dee cercare se non di renderle vantaggiose alla società. L'uom militare è soltanto valoroso per ambizione; e il negoziante non fatica che per cupidigia: bene spesso l'uno e l'altro il fanno per poter menar voluttuosamente la vita: e il Lusso divien per essi un nuovo motivo di fatica e di applicazione. (cap II, ed. 1754, p. 38[2])
  • Che orrido spettacolo per un cittadino il vedere tanti milioni d'uomini nella miseria! Ma quai amari dispiaceri, se penetra egli, che ci sono mezzi facili d'impedire o di prevenire il loro infortunio! Lungi pur da noi, lungi dalla dolcezza del nostro Governo la orribile massima: Che quanto più miserabili sono i popoli, tanto più sono anche sommessi. La durezza di cuore bensì, ma non già la Politica, fu quella che l'ha dettata (cap II, ed. 1754, p. 103[1])
  • L'agricoltore merita maggior attenzione che gli altri, perché esso è più numeroso, e perché il suo lavoro è più essenziale... Il trascurare questa porzione di uomini accagione della loro pretesa bassezza, è un'ingiustizia grave e pericolosa: imperciocché in tal caso l'equilibrio di questa Bilancia fondamentale degli uomini e del commercio sarebbe rotta. (cap II, ed. 1754, p. 103[1])
  • Il più eminente e il maggior uso della ragione e dei lumi acquistati, si è d'impegnarli nel Governo generale, donde dipende la pubblica felicità. (cap II, ed. 1754, p. 140[1])

Note[modifica]

  1. a b c d e Citato in Raffaele Ajello, Arcana juris, Diritto e politica nel Settecento italiano, Jovene, Napoli, 1976, p. 409.
  2. Citato in Raffaele Ajello, Arcana juris, Diritto e politica nel Settecento italiano, Jovene, Napoli, 1976, p. 410.

Bibliografia[modifica]

  • Jean-François Melon, Essai politique sur le commerce, 1734, traduzione italiana: Delle monete, controversia agitata co due celebri scrittori oltramontani, i Signori Melon e Du Tot, Venezia, 1754. La traduzione è condotta sulla seconda edizione Amsterdam, 1736, accresciuta di sette capitoli, 10, 11, 19, 21, 22, 24, 25.

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