Luigi Grande

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Luigi Grande (1921 – 1995), scrittore, giornalista e magistrato italiano.

Diritto all'ozio[modifica]

Incipit[modifica]

Di tanto in tanto sul Parnaso e sull'Elicona spira un vento allarmistico: «Siamo in crisi, siamo in crisi». Né mancano le recriminazioni fra le nove sorelle e Apollo stesso: – Ma chi te l'ha fatto fare di infondere il furor poetico nella zucca di quel tale? – E tu cosa speravi di trarne da quello sciocco? – Hai visto in che stato è la poesia lirica? – E quella epica? – E quella drammatica?
Scene di questo genere oggi sono all'ordine del giorno, ma anticamente succedevano di rado.
Un allarme grave si ebbe quando, alla morte di Omero, una frotta intera di… come dire? Di mandolinisti si misero a fare i poeti epici. Ne vennero fuori i cosiddetti poemi ciclici e non occorrono certo i sapientoni moderni per statuire circa la decadenza della poesia greca, perché se ne accorsero già gli antichi, che a quei barbosissimi poemi resero presto giustizia, facendosene lacci per i calzari, se scritti su pergamena, e strame per le mucche se scritti su papiri.

Citazioni[modifica]

  • «Il lavoro dev'essere libera esplicazione delle forze dell'uomo, che deve dedicarsi a ciò che vuole, dove vuole e quando vuole» disse la Rivoluzione francese. Bello! Ma la pratica attuazione del principio? Nient'altro che la soppressione delle corporazioni d'arti e mestieri, con quali vantaggi poi delle classi operaie io non saprei.
  • «Il lavoro diverrà creazione artistica, esso deve scaturire dall'entusiasmo dell'operaio. L'arte è l'anticipazione dell'alta produzione» profetò Giorgio Sorel e la profezia si accontentò di accarezzare le menti, perché è stupenda, ma tanto stupenda quanto fuori della realtà.
  • «Il lavoro è soggetto dell'economia» disse il fascismo e gli stessi economisti corporativi non erano d'accordo su ciò che la frase significava. Forse neanche chi l'aveva pronunciata ne avrebbe saputo dare la spiegazione, perché se no avrebbe fissato le «direttive» per la retta interpretazione di essa.
  • «Il lavoro non deve essere sfruttamento d'un uomo ad opera di un altro uomo, che detiene nelle sue mani il capitale e il potere politico» disse il Socialismo. Va bene, ma quando si è dato il capitale in mano allo Stato e lo Stato in mano a capi «proletari», cessa il lavoro di essere sfruttamento di uomini da parte di altri uomini?
  • Io vagheggio il «diritto all'ozio», mentre c'è chi si affanna a cercare con la lanterna, il diritto al lavoro nella carta costituzionale.
  • Tre sono le credenze religiose collocate sopra tutte le altre nella universalità dei comuni giurati: la vita è bella e degna che severamente e magnificamente la viva l'uomo rifatto intiero nella libertà; l'uomo intiero colui che sa ogni giorno inventare la sua propria virtù, per ogni giorno offrire ai suoi fratelli un nuovo dono; il lavoro, anche il più umile, anche il più oscuro, se sia bene eseguito, tende alla bellezza e orna il mondo.

Incipit di alcune opere[modifica]

Gli sbagli di Vostro Onore[modifica]

L'espressione "la cosca della giustizia" mi è riaffiorata improvvisamente dai recessi della memoria in occasione dell'intervento di Leonardo Sciascia, con una pubblica dichiarazione, circa un "potere", non propriamente legittimo, che potrebbe scaturire, o era scaturito, dagli organismi sorti per la lotta contro la mafia.
Questa discutibilissima espressione, con la quale ho voluto iniziare questo lavoro, mi è tornata in mente con la voce di mio padre. E, da magistrato, da magistrato siciliano (sebbene più di quarant'anni vissuti nel Nord-Italia abbiano creato un'insuperabile cesura fra me e l'isola dove sono nato), dapprima ne sono rimasto turbato e, quasi, ferito!

L'incoerenza[modifica]

Permettete che mi presenti? Rodolfo Izzo. Da Lecce. Ma sono cresciuto a Milano. Già, il solito "complesso di inferiorità" del meridionale che vuole atteggiarsi a settentrionalizzato. Se penso agli sberleffi dei miei compagni di scuola, quando a sedici anni venni a frequentare l'istituto commerciale a Milano, a causa del mio accento leccese...

L'onore[modifica]

Settanta anni. Tutti di pene, a toglierci i primi dieci o quindici. Che giornataccia per il mio compleanno. Dalla marina continuano a salire nuvole dense. Da giorni e giorni non fanno che rovesciare acqua, ma ora si sono spezzate e sembrano tanti stracci buttati qua e là.
Chissà se qualcuno si ricorderà che è il mio compleanno. Settanta anni. Quanti me ne restano? Oh, pochi fortunatamente.

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]