Marcel Niedergang

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Marcel Niedergang (1922 – 2001), scrittore e giornalista francese.

Le 20 americhe latine[modifica]

  • Buenos Aires è orgogliosa. Gli stessi porteños ne convengono e condividono tale fierezza. A eccezione del suo avamporto della Boca, che è un compromesso tra Barcellona e la rada della vecchia Marsiglia, la città è un poema di cemento armato, di pietra, di lunghe prospettive, di diagonali infinite e di grattacieli. Non ha, è vero, la seduzione romantica di Lima o il fascino di Rio, ma avvince per il suo dinamismo. (p. 102)
  • La prima impressione che si ha di Buenos Aires è sconcertante. È una città che non si rivela subito, perché tutto vi è smisurato. Il pittoresco in effetti non esiste e solo il lavoro è evidente. Il porto con le sue installazioni si estende per oltre sette chilometri e i lati estremi della rada misurano quasi una ventina di chilometri ciascuno. Cinque volte più estesa di Parigi, Buenos Aires è collegata al suo aeroporto da un'autostrada diritta e modernissima. Da qualunque parte vi si giunga, la capitale della Repubblica Argentina dà l'impressione di avere sacrificato quasi tutto agli affari, al lavoro e alla potenza. Piuttosto che una città di cui si cercano di scoprire le stratificazioni successive e pazienti dei secoli, è un emporio, una banca, un luogo d'appuntamento per affari. A Buenos Aires, che sembra rifiutare la dolcezza, l'angolo retto è la regola quasi generale. (p. 102)
  • Il paradosso dell'Argentina è che, pur essendo un paese rivolto eminentemente alla terra, ha una popolazione urbana sempre in aumento a spese di quella rurale. È stato detto che l'Argentina è un paese senza villaggi e ciò è sempre più vero. (p. 103)
  • Nonostante le ondate successive dell'immigrazione, gli argentini medi di oggi rassomigliano assai più agli americani del nord che agli europei. Il gusto della semplicità, il culto della virilità, il riserbo, la ricerca delle comodità, ecco i tipici aspetti degli argentini. I porteños hanno, in realtà, orrore del disordine e della trascuratezza dei popoli mediterranei. (p. 104-105)
  • L'Argentina benefica di una situazione eccezionalmente favorevole. Le sue risorse naturali, l'estensione del suo territorio (l'ottavo paese del mondo), un popolo omogeneo e lavoratore, sono qualità che potrebbero consentirli di aspirare alla leadership dell'America del Sud. Il peronismo non poteva mancare di inserire nel suo programma un tale obiettivo. (p. 120)
  • Il cattolicesimo argentino è assai meno profondo di quelli del Brasile, della Colombia e del Perù. In realtà, le tradizioni laiche dell'Argentina sono più antiche e profonde di quelle della maggior parte degli altri paesi dell'America latina. (p. 122)
  • [Sulla Revolución Libertadora] È evidente che il commercio di potere e gli arricchimenti permessi o favoriti dal regime peronista contribuirono per buona parte alla sua caduta. L'argentino ha il senso dell'umorismo e del ridicolo. Non beve perché è degradante essere ubriachi in pubblico. È pieno di deferenza con gli stranieri, ma il suo atteggiamento riservato è agli antipodi dell'eccessiva familiarità o della penosa ossequiosità di altri popoli latino-americani. È disciplinato, eccetto forse quando si trova al volante di un'automobile. (p. 126)
  • La grande maggioranza del proletariato argentino non ha una coscienza politica. Non c'era granché, prima del peronismo, eccetto forse alcuni leader che seguivano l'ideale anarchico della fine del XIX secolo in Europa. (p. 127)
  • Rosas, primo gaucho politico, regnò tirannicamente sull'Argentina dal 1835 al 1852 con una crudeltà feroce e gioiosa, ma cominciò a realizzare l'unità politica del paese. (p. 128)
  • [Su Eduardo Lonardi] Indossava una divisa verde oliva, aveva il volto disfatto e quell'aria assente che hanno sempre gli uomini quando, per la prima volta, appaiono nella luce abbagliante del Campidoglio. (pp. 129-130)
  • [Sulla Revolución Libertadora] La caduta del peronismo fu una vittoria della classe media argentina e rappresentò il dato essenziale della rivoluzione del settembre 1955. (p. 130)
  • A Buenos Aires dicono ancora che la rivoluzione del 1930 puzzava di petrolio... (p. 131)
  • Il radicalismo non è, in Argentina, un partito politico, ma uno stato d'animo. (p. 135)
  • Il dottor Frondizi, avvocato, capo della tendenza di sinistra della frazione intransigente, è stato spesso considerato come influenzato dal marxismo (per quanto cattolico convinto) dai dirigenti del radicalismo unionista. (p. 135)
  • Irigoyen era un uomo integro, modesto e silenzioso. Lo chiamavano el mudo, il muto, ma la sua discrezione e la sua onestà erano ben lontane dall'esser condivise dalla maggior parte dei radicali che lo circondavano. (p. 135)
  • Gli argentini adorano i soprannomi. (p. 136)
  • Fatte le debite proporzioni, il dottor Frondizi trattò i peronisti come aveva fatto Luigi Filippo con i bonapartisti. Fu eletto grazie all'apporto non trascurabile dei loro suffraggi, promettendo in cambio di abolire le interdizioni che chiudevano loro ogni partecipazione alla vita politica. (p. 138)
  • Alto, magro, quasi fragile, le spalle strette, un viso ossuto nascosto da grandi occhiali di tartaruga, Frondizi ricorda il tipo del professore universitario modesto, studioso e un po' distratto. Non è un oratore e tanto meno un tribuno. Non è capace di parlare per ore intere come Fidel Castro inebriandosi della musicalità della lingua spagnola. Non ha il prestigio inquietante e magnetico di Janio Quadros. Il contrasto fra Perón, pieno di vitalità, e Frondizi, chiuso e austero, fu, per gli argentini, impressionante e un po' sconcertante. (pp. 138-139)
  • Il piano economico di Frondizi era semplice e si riassumeva in una sola parola: austerità. Non era, questo, uno slogan che potesse piacere al popolo. (p. 140)
  • Cinque volte la Francia e soltanto 21 milioni di abitanti, queste due cifre fanno sì che a Buenos Aires sussista l'ingenua convinzione che il paese «più bianco delle due Americhe a sud del Canada» non abbia nulla da temere. Con superba indifferenza, neppure compensata da un minimo tentativo di seduzione, Frondizi accettò il regno dall'impopolarità per non tradire i suoi obiettivi. (p. 140)

Bibliografia[modifica]

  • M. Niedergang, Le 20 americhe latine, traduzione di Roberto Ortolani, Garzanti, 1964.

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