Paul B. Preciado

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Paul B. Preciado

Paul B. Preciado, nato Beatriz Preciado (1970 – vivente), filosofo e scrittore spagnolo.

Citazioni di Paul B. Preciado[modifica]

TriangleArrow-Right.svg Citazioni in ordine temporale.

  • [...] è attraverso la fragilità che opera la rivoluzione.[1]
  • In una casa vuota diventa evidente che lo spazio domestico rappresenta una scena nella quale la soggettività è esposta come un’opera. Paradossalmente, ognuna di queste è esibita all’interno di una scena privata. “Detesto il pubblico”, diceva il pianista Glenn Gould. Nel 1964, a 32 anni, al vertice della sua carriera, ha abbandonato le sale da concerto, ritirandosi per sempre in uno studio di registrazione nel quale suonare. Una casa vuota è un po’ questo: uno studio dove registrare la vita. Con la piccola differenza che la nostra soggettività è al contempo la musica, lo strumento e la tecnica di registrazione.[2]
  • L’altro giorno, mentre facevamo l’amore in questa casa vuota, lei mi ha chiamato con il mio nuovo nome e mi ha detto: “Il problema è il nostro spirito. I nostri spiriti lottano, ma le nostre anime e i nostri corpi sono in perfetta armonia”. Qualche minuto più tardi, mentre il mio petto si apriva per respirare qualche atomo d’ossigeno in più e la mia corteccia cerebrale prendeva la consistenza del cotone, ho sentito che il mio corpo si dissolveva nello spazio vuoto, e che il mio spirito, autoritario e normativo, quasi morto, si arrendeva di fronte al mio spirito. [3]
  • La frontiera è un teatro immunologico in cui ogni corpo è percepito come un potenziale nemico, e noi siamo disposti sui due lati di questa soglia per giocare al gioco dell’identità e della differenza.[4]
  • La felicità, in quanto successo personale, non è altro che l’estensione della logica del capitale alla produzione della soggettività.
    Interessandoci alla difficile e tumultuosa vita di Marx è possibile concludere che, contrariamente a quanto la psicologia dell’io e del miglioramento personale cercano di farci credere, la felicità non dipende dal successo personale, né dall’accumulo di proprietà o di ricchezze economiche.[5]
  • La felicità sta nella capacità di percepire ogni cosa come facente parte di noi stessi, proprietà al contempo di tutti e di nessuno. La felicità sta nella convinzione che essere vivi significhi essere testimoni di un’epoca, sentendosi in questo modo responsabili, in maniera vitale e appassionatamente responsabile, del destino collettivo del pianeta.[5]
  • La musica, le mappe, la scrittura, noi stessi in quanto entità relazionali, il nostro amore, esistono allora, si costituiscono, nello spazio che Gilles Deleuze chiama la piega, i cui margini interni sono costituiti da migliaia di cavi internet, pieghe ripiegate e disposte su centinaia di migliaia di schermi.[6]
  • Gli schermi sono la nuova pelle del mondo [...]. Sono la pelle di una nuova entità collettiva radicalmente decentrata e in corso di soggettivizzazione. In poco tempo, gli innesti elettronici trasformeranno le nostre pelli in schermi. Attraversiamo una trasformazione paragonabile a quella vissuta dagli esseri umani quando Gutenberg ha inventato la stampa. Con la riproduzione meccanica della Bibbia è arrivata l’epoca della secolarizzazione del sapere e dell’automatizzazione della produzione.[7]
  • Quel che l’occidente chiama tecnologia non è altro che una versione tecnico-scientifica dello sciamanesimo, e cioè una delle forme che assume la nostra coscienza quando si esprime in maniera collettiva: un’esteriorizzazione della nostra coscienza collettiva.[8]
  • La storia non si ferma. È la nostra percezione che non smette di premere sul pedale del freno. Ossessionati dalle idee contraddittorie ma reciprocamente complementari di natura e progresso lineare, non siamo in grado di calcolare il movimento hip-hopeggiante della storia, il che c’impedisce di salire sul treno giusto al momento desiderato. Alcuni credono che il treno che sta passando sia quello di Trump, della Brexit o di Marine Le Pen. Ma questi non sono che i riflessi dei vecchi treni chiamati patria, stato-nazione, grammatica nazionale, sanità nazionale, paradiso nazionale, mascolinità nazionale, purezza della razza nazionale, stupro nazionale o campo di concentramento nazionale. Nel frattempo il didietro della storia fugge lontano mentre noi restiamo fermi.
    Attraversiamo un momento di crisi epistemologica. Viviamo un mutamento di paradigma delle tecnologie dell’iscrizione, una mutazione delle forme collettive di produzione e d’immagazzinamento delle conoscenze e della verità.[9]
  • Abbiamo lasciato campo libero alle macchine e nel frattempo vogliamo che le tecnologie di produzione, di soggettività e di governo collettivi rimangano immutabili. [10]
  • Per la sua gravità (il potenziale e il rischio) il momento storico che viviamo potrebbe essere paragonato, sul piano evolutivo, al periodo durante il quale, quando non eravamo altro che degli animali, inventammo il linguaggio come tecnologia sociale. Questa trasformazione fu accompagnata da un’ipertrofia della funzione simbolica e segnata dalla consacrazione di un tempo “inutile” (in termini produttivi) consacrato al rito e alla narrazione. Un’attenzione letteralmente delirante verso l’inesistente e l’invisibile. [11]
  • Quello che caratterizza la posizione degli uomini nelle nostre società tecnopatriarcali ed eterocentriche è che la sovranità maschile è definita dall’uso legittimo di tecniche di violenza (contro le donne, contro i bambini, contro gli uomini non bianchi, contro gli animali, contro il pianeta nel suo insieme). Potremmo dire, leggendo Weber e Butler, che la mascolinità sta alla società come lo stato sta alla nazione: è il detentore e l’utilizzatore legittimo della violenza.[12]
  • L’eterosessualità non è solo, come dimostra Wittig, un regime di governo, ma anche una politica del desiderio. La specificità di questo regime è che si incarna in quanto processo di seduzione e dipendenza romantica tra agenti sessuali “liberi”. [...]
    L’eterosessualità necropolitica è una pratica di governo che non è imposta da coloro che governano (gli uomini) a coloro che sono governati (le donne), ma si fonda piuttosto su un’epistemologia che fissa le definizioni e le rispettive posizioni degli uomini e delle donne attraverso una regolazione interna.
    Questa pratica di governo non prende la forma di una legge, ma la forma di una norma non scritta, di una trasgressione di gesti e codici che hanno per effetto quello di stabilire nella pratica della sessualità una divisione tra ciò che può e non può essere fatto. Questa forma di servitù sessuale si basa su un’estetica della seduzione, su una stilizzazione del desiderio e su una dominazione costruita storicamente e codificata erotizzando la differenza del potere e perpetuandola. Questa politica del desiderio è precisamente ciò che mantiene in vita l’ancien régime sesso-genere, nonostante tutti i processi legali di democratizzazione e di empowerment delle donne. Questo regime eterosessuale necropolitico è degradante e distruttivo quanto lo erano il vassallaggio e la schiavitù nell’epoca dell’illuminismo.[13]
  • Sentire che qualcuno ha smesso di amarti significa, come quando qualcuno muore, accorgersi che il nome delle cose è cambiato, senza che nessuno ti abbia mandato il nuovo vocabolario per decifrarle. Smetterò di chiamare il sole un sole e chiamerò bare i giorni. Tutto sembra simile a com’era prima, tutto è rimasto al suo posto, ma tutto è diverso. Dici buongiorno alle cose, ma loro non rispondono più al loro nome.[14]
  • L’amore comincia a essere un movimento sociale che lotta perché la sua lingua minoritaria sia riconosciuta e parlata. Quando l’amore funziona, diventa una federazione dei desideri che si costituisce in accademia reale della lingua, fissando le sue nuove voci e legittimando le nuove parole che contribuiscono al suo splendore. Quando invece l’amore finisce, diventa una lingua vietata: ogni parola del suo lessico scappa da chi l’ha creata, ogni espressione è un crimine.[15]
  • [...] la verità del genere (come la purezza di sangue nel quindicesimo secolo) non esiste al di fuori di un insieme di convenzioni sociali intersoggettive. Il genere non è una proprietà psichica o fisica del soggetto né un’identità naturale, è una reazione di potere sottomessa a un processo collettivo costante di assoggettamento, e al contempo di sostegno e di controllo, di soggettivazione e di sottomissione.[16]
  • A ogni processo di transizione di genere corrisponde una riscrittura completa del contratto sociale, nel quale l’esistenza politica di un corpo può essere affermata o rifiutata. Per un migrante o per un trans, il successo di un viaggio dipende dalla generosità con la quale gli altri vi accolgono e vi sostengono, senza pensare costantemente “ecco uno straniero” oppure “so che in realtà sei una donna”, ma vedendo la vostra singolarità di corpo vulnerabile e alla ricerca di un altro luogo dove la vita potrebbe radicarsi.[17]
  • Quel che caratterizza la nostra ontologia è un principio radicale d’indeterminazione: il bisogno di essere sottomessi a un processo costante di costruzione e decostruzione sociale. La nostra sovranità non ci è attribuita alla nascita (non costituisce identità), ma è fatta di un’impalcatura di finzioni, una sorta di esoscheletro sociale che ci mantiene in vita: non c’è niente di “reale” in un nome, o in un aggettivo, in un documento d’identità dove è scritto tedesco, francese, spagnolo o siriano. Il nome non è altro che fumo, dice Goethe, eppure respiriamo grazie a questo fumo condiviso. Di conseguenza, per favore, chiamateci con il nostro (altro) nome. [18]
  • La storia è andata in mille pezzi, ma continuiamo a parlarne come se tutto andasse bene. Continuiamo a parlare della diffusione della democrazia in occidente, del progresso della modernità, della libertà americana, dell’ospitalità francese, della solidarietà del nord nei confronti del sud. Democrazia di merda. Modernità di merda. Libertà di merda. Ospitalità di merda.
    La storia è in frantumi: l’identità nazionale, l’ordine sociale, la sicurezza, la famiglia eterosessuale e la frontiera costituiscono la realtà che l’Europa sta costruendo. Non succede da un’altra parte, non arriva da lontano, non riguarda gli altri. È quello che facciamo qui, ora, dentro le frontiere, riguarda noi.
    La storia è stata distrutta e il terrore è tornato in superficie. Attorno a noi ci sono le condizioni istituzionali che permettono l’affermazione di quella che potremmo chiamare democrazia repressiva o fascismo democratico.[19]
  • Da dove viene la nostra frustrazione? Dalla nostra avidità? Cosa odiamo quando odiamo “l’altro”, se non una nostra invenzione? Suely Rolnik, psicoterapeuta e collaboratrice brasiliana di Félix Guattari, sostiene che “capitalismo coloniale” è il nome della patologia collettiva contemporanea. Il nostro inconscio è malato di capitale, malato di sfruttamento razziale e sessuale. Malato d’identità. Le catene collettive del linguaggio sono state spezzate. Ma abbiamo deciso di continuare a produrre discorsi su noi stessi come se il problema fosse la soluzione.[20]
  • La ricchezza è il capitale morto. Il capitale morto è la ruggine che corrode la vita.[21]
  • Nell’epistemologia del “corpo chiuso”, il corpo è inteso come un’entità sacra, determinata dalle leggi naturali, un’anatomia finita, un territorio totalmente mappato, uno spazio recintato (e, sia detto en passant, commercializzato) sul quale la scienza può intervenire per affinare la rappresentazione, ma la cui definizione formale e funzionale è già stata completata.
    Secondo l’epistemologia del “corpo aperto” il corpo è ridefinito e costantemente modificato dai suoi usi sociali e dalla sua relazione col linguaggio e la tecnologia.
    La battaglia per la scoperta o l’invenzione di nuovi organi non è una semplice questione di nomi o di rappresentazioni. È un problema eminentemente politico. Laddove esiste un organo è possibile indicare una funzione, un uso, una relazione sociale e, di conseguenza, un processo politico di concatenamento e di riappropriazione.[22]
  • Un libro, diceva Derrida, è un messaggio che qualcuno ha scritto e che può essere letto anche se il mittente è morto, e che anzi va letto come se il mittente fosse già morto. Un libro è un messaggio di un morto – indipendentemente dalle caratteristiche vitali del suo autore – in cerca di un lettore vivente capace di decifrarlo. Per questo motivo i libri sono come degli zombi che ci cercano e ci trovano.[23]
  • La soggettività è la forma e non il contenuto della filosofia. La filosofia non pone una questione sul significato di qualcosa, che sia un’opera d’arte, un concetto, un fenomeno o la storia. Il compito della filosofia è quello di permettere di entrare in contatto con qualcosa a cui fino a quel momento non si aveva accesso. Quello che la filosofia costruisce e modula è quindi la relazione, inventando un processo di soggettivizzazione che non esisteva in precedenza. Per questo motivo la filosofia è come l’arte, una questione di finzione.[24]
  • Come potete voi, come possiamo noi, organizzare in accordo con tali nozioni tutto un sistema di visibilità, di rappresentazione, di concessione di sovranità e di riconoscimento politico? Credete davvero di essere omosessuali o eterosessuali? Vi preoccupa questa distinzione? Ci contate? Riponete addirittura su di essa la vostra identità di umani? Se ascoltando una di queste parole sentite un fremito in gola, non frenatelo. È la molteplicità del cosmo che cerca di entrarvi in gola come fosse il tubo del telescopio di Herschel. Permettetemi di dirvi che l’omosessualità e l’eterosessualità non esistono al di fuori di una epistemologia binaria e gerarchica che cerca di preservare il dominio del pater familias sulla riproduzione della vita. L’omosessualità e l’eterosessualità non esistono al di fuori di una epistemologia binaria, coloniale e capitalista che privilegia le pratiche sessuali riproduttive a beneficio di una strategia di gestione della popolazione, della riproduzione della forza lavoro, ma anche di riproduzione della popolazione che consuma. È il capitale, e non la vita che si riproduce. Ma se l’omosessualità e l’eterosessualità non esistono: Che siamo? Come amiamo? Immaginatevelo.[25]
  • Con la decisione di costruire con il testosterone la mia soggettività, come lo sciamano costruisce la sua con la pianta, assumo la negatività del mio tempo, una negatività che mi vedo forzato a rappresentare e, contro la quale posso lottare da questa incarnazione paradossale che è un uomo trans, un femminista col nome di maschio, un ateo del sistema sesso-genere convertito in consumatore dell’industria farmacopornografica.  La mia inesistente esistenza come uomo trans è allo stesso tempo il termine dell’antico regime sessuale e l’inizio di una futura proliferazione.
    Sono venuto a parlare a voi e ai morti, o meglio, a coloro che vivono come se fossero già morti, ma soprattutto sono venuto a parlare ai figli maledetti e innocenti che nasceranno. Noi uranisti siamo i sopravvissuti di un tentativo sistematico e politico di infanticidio: siamo sopravvissuti al tentativo di uccidere in noi, quando non eravamo ancora adulti e non potevamo difenderci, la radicale molteplicità della vita e il desiderio di cambiare i nomi di tutte le cose. Siete morti voi? Nascerete domani? Mi felicito in ritardo o in anticipo.[25]
  • L’universo intero tagliato in due e solo in due. In questo sistema di conoscenza tutto ha un diritto e un rovescio. Siamo l’umano o l’animale. L’uomo o la donna.  Il vivo o il morto.  Siamo il colonizzatore e il colonizzato.  L’organismo o la macchina. Siamo stati divisi per norma. Tagliati in due. E poi costretti a scegliere una delle nostre parti. Quello che denominiamo soggettività non è altro che la cicatrice lasciata dal taglio della molteplicità che avremmo potuto essere. Su questa cicatrice si assesta la proprietà, si fonda la famiglia e si lega l’eredità. Su questa cicatrice si scrive il nome e si afferma l’identità sessuale.[25]
  • Come accade a qualsiasi migrante nel mondo, il mio multilinguismo è il risultato di una lotta, di un’ascesa, di un volo. Ottenere una lingua, per i figli del sottoproletariato, è come avere un asso in mano durante una partita a carte. Aprender una lengua representa la posibilidad de ir más lejos en el juego o quién sabe, incluso de ganar (6). L’intertestualità del ventunesimo secolo è, prima di perdere la sua condizione di testo e di diventare qualcos’altro, sempre e obbligatoriamente multilingue. Il mondo non può più essere espresso in una sola lingua. Mentre algoritmi e immagini divorano tutti i dialetti del mondo, l’assemblea dei traduttori parla e la tastiera si muove.[26]

Note[modifica]

  1. Da [ https://www.internazionale.it/opinione/paul-preciado/2014/11/18/il-coraggio-di-essere-se articolo], Internazionale, 18 novembre 2014.
  2. Da [ https://www.internazionale.it/opinione/paul-preciado/2016/10/19/atene-casa-corpo articolo], Libération, riportato su Internazionale, 19 ottobre 2016.
  3. Da [ https://www.internazionale.it/opinione/paul-preciado/2016/10/19/atene-casa-corpo articolo], Libération, riportato su Internazionale, 19 ottobre 2016.
  4. Da Alle frontiere del genere, Internazionale.it, 27 ottobre 2016.
  5. a b Da articolo, Libération, riportato su Internazionale.it, 27 ottobre 2016.
  6. Da un articolo, Libération, riportato su Internazionale.it, 30 gennaio 2017.
  7. Da un articolo, Libération, riportato su Internazionale.it, 30 gennaio 2017.
  8. Da un articolo, Libération, riportato su Internazionale.it, 30 gennaio 2017.
  9. Da articolo, Libération, riportato su Internazionale, 3 marzo 2017.
  10. Da articolo, Libération, riportato su Internazionale, 3 marzo 2017.
  11. Da articolo, Libération, riportato su Internazionale, 3 marzo 2017.
  12. Da articolo, Libération, riportato su Internazionale.it, 25 gennaio 2018.
  13. Da articolo, Libération, riportato su Internazionale.it, 25 gennaio 2018.
  14. Da un articolo, Libération, riportato su Internazionale.it, 4 febbraio 2018.
  15. Da un articolo, Libération, riportato su Internazionale.it, 4 febbraio 2018.
  16. Da articolo, Libération, riportato su Internazionale.it, 8 marzo 2018.
  17. Da articolo, Libération, riportato su Internazionale.it, 8 marzo 2018.
  18. Da articolo, Libération, riportato su Internazionale.it, 8 marzo 2018.
  19. Da articolo, Libération, riportato su Internazionale.it, 2 aprile 2018.
  20. Da articolo, Libération, riportato su Internazionale.it, 2 aprile 2018.
  21. Da articolo, Libération, riportato su Internazionale.it, 2 aprile 2018.
  22. Da articolo, Libération, riportato su Internazionale.it, 12 aprile 2018.
  23. Da I libri sono come degli zombi che ci cercano e ci trovano, Internazionale.it, 6 maggio 2018.
  24. Da I libri sono come degli zombi che ci cercano e ci trovano, Internazionale.it, 6 maggio 2018.
  25. a b c Da scritto per il Festival delle letterature a Roma , 8 giugno 2018.
  26. Da [1], su Libération, riportato su Internazionale.it, 13 aprile 2019.

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