Shôhei Ôoka

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Shōhei Ōoka (1909 – 1988), scrittore giapponese.

La guerra del soldato Tamura[modifica]

Incipit[modifica]

Mi allungarono un ceffone.
Il caposquadra, parlando rapidamente, mi parlò pressappoco in questo modo:
«Fesso! Esistono forse dei tipi che, quando si dice loro di tornarsene indietro, se ne vanno via senza fiatare? Di' che hai posto dove andare... Insisti... Così, in un modo o in un altro, anche all'ospedale ti ricovereranno. Qui nella compagnia non avanza nulla per dare da mangiare a un tisico come te. Guarda!... quasi tutti i soldati sono mobilitati per raggranellare viveri. È una dura battaglia, per noi... Non ce ne rimangono tanti da mantenere soldati buoni a nulla. Ritorna all'ospedale e, se non ti accolgono, stattene lì seduto in terra per qualche giorno. Magari non ti lasceranno stare neanche lì... E se proprio non se la sentono in nessun modo di ricoverarti... ammàzzati! Mica te le hanno date per niente, le bombe a mano! Adesso, l'unico tuo dovere verso la patria è questo.»

Citazioni[modifica]

  • Una malattia non conta nulla, quando non si hanno ragioni per desiderare di guarirne. (p. 17)
  • A ben considerare, il nostro cosìdetto senso di vivere non consisterà, forse, nella previsione di poter ripetere infinite volte ciò che una volta campiamo? (p. 20)
  • Credo di essere attaccato alla vita perché sto vivendo; ma in realtà non potrebbe darsi che io languisca di quel desiderio perché sono già morto? (p. 65)
  • Anche il simbolo dell'amore universale, la croce, non era altro per me che il simbolo del pericolo, in quanto era nelle mani dei miei nemici. (p. 78)
  • Trascorsi quella notte pensando alla croce. Il vuoto dell'anima, mentre su di me, benché fisicamente sazio, incombeva la morte, era stato facilmente occupato da quel simbolo umanitario. (p. 78)
  • Già da tempo avevo una certa antipatia per la lucida filosofia di Bergson. La spiegazione delle "pseudorimembranze", per esempio, poggia l'ipotesi di una vita in perenne progressione; ma non ero proprio sicuro che progredisse sempre. Non poteva darsi che in alcuni casi regredisse ripetutamente? L'ipotesi della vita che perennemente progredisce e si amplifica è certamente un concetto che lusinga l'amor proprio dell'uomo moderno; ma io sono solito esser molto cauto verso tutto ciò che lusinga me stesso. (p. 90)
  • Piuttosto che credere all'illimitato progresso di una vita gigantesca, ritengo più razionale credere al controllo di un essere soprannaturale, di Dio, per esempio. (p. 90-91)
  • Prostrato sulla polvere del pavimento, piangevo. Perché io, che ero devotamente disceso fin là attratto dalla croce, dovevo aver veduto solo corpi di miei compagni e un cadavere di Gesù dipinto da un maledetto pittore religioso? Una delle due cose : o aveva sbagliato il destino che mi aveva condotto fin là, oppure chi sbagliava era il mio cuore.
    «De profundis...» (p. 108)
  • Coloro che non conoscono la guerra sono per metà dei fanciulli. (p. 210)
  • Tutto ciò che appare sui giornali non è che un sintomo. Quando un sintomo è isolato, anche l'impressione che suscita può essere passeggera e facilmente dimenticabile. È quando i sintomi appaiono ripetutamente o periodicamente che essi lasciano un sedimento in noi stessi. (p. 210)
  • Sembra [...] che l'uomo non sia capace di accettare il caso. Il nostro spirito non ha la forza di sopportare una serie continua di casi, cioè l'eternità. (p. 211)
  • [...] Tutti gli uomini sono una razza di cannibali, così tutte le donne sono... Ognuno deve agire a seconda della propria natura. (p. 214)
  • No, Dio non è nessuno. Dio è una presenza così inconsistente che non può esistere se noi non tentiamo di crederci. La questione sta nel sapere se io mi sono creato una simile illusione. (p. 217)
  • Anche se non hanno voce, i morti vivono. Non esiste la morte di un individuo. La morte è una cosa universale. Anche dopo morti dobbiamo sempre rimanere desti, dobbiamo giorno per giorno prendere le nostre decisioni. (p. 222-223)

Explicit[modifica]

Ho ricordato: se ridono di me è perché non ho mangiato la loro carne. Li ho uccisi; ma non li ho mangiati. Averli uccisi è stato il risultato di una forza che m'era estranea: la guerra, Dio, il caso. Ma se non li avevo mangiati era stato per mia volontà. Ed è per questo che ora posso vedere il sole nero, in queto mondo di morti.
Ma io, che nell'altro mondo ero stato un angelo vendicatore armato di un fucile, avevo ancora avuto il desiderio di divorare gli uomini col pretesto di punirli. Era stato forse, quello, il segreto desiderio che mi spingeva ogni volta che vedevo un incendio: andar là alla ricerca di uomini.
Se quell'ignoto assalitore m'ha colpito alla nuca proprio in quel momento in cui, per la mia protervia, stavo per piombare nel delitto...
Se Dio s'è degnato di predisporre quel colpo perché m'amava...
Se colui che m'ha colpito era l'essere immenso che, su quella collina da cui si vedeva il sole al tramonto, ha offerto la sua propria carne a me affamato...
Se egli era stato una trasfigurazione del Cristo...
Se era stato veramente mandato per me solo, là fra i monti e le pianure delle Filippine...
Dio sia lodato.

Bibliografia[modifica]

  • Shôhei Ôoka, La guerra del soldato Tamura, traduzione di Giuseppe Morichini, Arnoldo Mondadori Editore, 1954.

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