Strage di piazza Fontana

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Lapide commemorativa della strage

Citazioni sulla Strage di piazza Fontana.

  • Il 12 dicembre del 1969 cade di venerdì. A Milano, per tutta la notte è piovuto. Il tempo si manterrà incerto fino a sera. È giorno di mercato. La sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura, in piazza Fontana, è colma di clienti venuti soprattutto dalla provincia. Gli altri istituti di credito hanno chiuso alle 16,30; qui gli sportelli restano aperti più a lungo. Sono le 16,37 quando nel grande salone del tetto a cupola scoppia un ordigno contenente 7 chili di tritolo. Nella grande sala, orrendamente mutilata, i 16 corpi delle vittime. Per un'ora e mezzo le ambulanze fanno la spola con gli ospedali più vicini. dove vengono ricoverati i feriti: 87. (Sergio Zavoli)
  • Io esclusi immediatamente la responsabilità degli anarchici [dalla strage di piazza Fontana] per varie ragioni: prima di tutto, forse, per una specie di istinto, di intuizione, ma poi perché conosco gli anarchici. Gli anarchici non è che sono alieni dalla violenza, ma la usano in un altro modo: non sparano mai nel mucchio, non sparano mai nascondendo la mano. L'anarchico spara al bersaglio, in genere al bersaglio simbolico del potere, e di fronte. Assume sempre la responsabilità del suo gesto. Quindi, quell'infame attentato, evidentemente, non era di marca anarchica o anche se era di marca anarchica veniva da qualcuno che usurpava la qualifica di anarchico, ma che non apparteneva certamente alla vera categoria, che io ho conosciuto ben diversa e che credo sia ancora ben diversa. (Indro Montanelli)
  • Nel Collettivo Politico Metropolitano [incubatrice delle future Brigate Rosse], con sede in un vecchi teatro in disuso in via Curtatone, si cantava, si faceva teatro, si tenevano mostre fotografiche. Era una continua esplosione di giocosità e invenzione. Con la strage di Piazza Fontana il clima improvvisamente cambiò. (Renato Curcio)

Indro Montanelli e Mario Cervi[modifica]

  • La contestazione camminò a un certo punto parallelamente alle grandi rivendicazioni operaie del momento, senza mai saldarsi veramente da esse. In questa Milano inquieta, e a giorni angosciata, che vedeva dissipati in breve tempo i frutti – per la verità non distribuiti equamente – del «miracolo economico» e d'una straordinaria crescita sociale, deflagrò la bomba di piazza Fontana. Un'esplosione terrificante, la cui caligine morale politica e giudiziaria pesa tuttora sulla città.
  • Erano le 16.37 del 12 dicembre 1969. Un venerdì, e l'orario di chiusura della Banca dell'Agricoltura, in piazza Fontana, era passato già di mezz'ora abbondante. Ma nel salone si assiepava ancora la clientela – tra essa molti agricoltori o mediatori provenienti dalla provincia – che stava concludendo le operazioni. L'ordigno distruttore era collocato sotto un tavolo attorno al quale molta gente compilava moduli o consultava documenti. È superfluo chiedersi se l'attentatore avesse fisato il timer della bomba su un'ora in cui riteneva che la banca sarebbe stata vuota, o se di proposito avesse voluto fare una carneficina. Sta di fatto che la banca era gremita e l'ordigno provocò 16 morti e molti feriti. Tra questi ultimi un ragazzino, Enrico Pizzamiglio, cui dovette essere amputata una gamba dilaniata: tragico, vivente simbolo d'uno dei più tenebrosi episodi della vita della città, e dell'Italia.
  • Nel corso degli anni i riflettori dell'accusa si spostarono dagli anarchici ai neofascisti. Valpreda fu assolto anche se un tassista di probità insospettabile, Cornelio Rolandi, comunista, aveva riconosciuto in lui un «cliente» portato in piazza Fontana in concomitanza con l'attentato. È possibile, anzi probabile, che il povero Rolandi, da tempo morto, si fosse sbagliato. Ma il linciaggio morale cui fu sottoposto ebbe aspetti crudeli.

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