Susan George (politologa)

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.
Jump to navigation Jump to search
Susan George nel 2007

Susan George (1934 – vivente), politologa statunitense.

Citazioni di Susan George[modifica]

  • Un altro gigantesco [impianto agro-industriale], ora in costruzione nel Nord Carolina, coprirà un'area di 150 000 ettari, ma impiegherà solo 1 000 persone, una ogni 15 ettari. I cereali verranno seminati, coltivati e raccolti da macchine, aeroplani inclusi. Serviranno a sfamare i 50 000 capi di bestiame e maiali [...] questi animali non toccheranno mai il terreno. Si riprodurranno, saranno allattati e nutriti fino all'età adulta in recinti appositamente studiati.[1]

Citazioni tratte da Il rapporto Lugano. La salvaguardia del capitalismo nel ventunesimo secolo[modifica]

  • Il mondo produce oggi l’equivalente della massa totale dei beni fisici prodotti nell’anno 1900 in meno di due settimane. (p.21)
  • Volendo portare un esempio banale preso dalla stampa americana, secondo i calcoli dell’industria assicurativa degli Stati Uniti nel 1995 i furti di automobili sono costati ottomila milioni di dollari; nello stesso anno, gli automobilisti hanno installato nei loro veicoli sistemi elettronici antifurto per 675 milioni di dollari: un mercato che dovrebbe raggiungere la quota di 1300 milioni di dollari nel 2000. Affermare che questo è un dato positivo in quanto l’industria delle apparecchiature automobilistiche si espanderà sarebbe decisamente poco lungimirante. Questa attività economica si registra comunque come ‘crescita’ nel prodotto nazionale lordo (PNL), insieme alle cure per il cancro, la costruzione di prigioni, i centri di riabilitazione per i tossicodipendenti, le riparazioni conseguenti ad atti terroristici e via dicendo. La maniera più efficace di far crescere rapidamente il PNL sarebbe probabilmente quella di entrare in guerra. (p.23)
  • I "perdenti", sia che reagiscano incolpando se stessi e i loro governanti, sia che incolpino gli altri e rifiutino di assumersi la responsabilità della propria condizione, cercheranno prima o poi di compensare le proprie deficienze. I mezzi attraverso i quali attueranno la compensazione vanno dal suicidio individuale all'immigrazione di massa, dalle proteste politiche e dalle manifestazioni pacifiche alla creazione di corpi paramilitari privati e al terrorismo vero e proprio. (p. 27)
Whether "losers" react psycologically by blaming themselves and their leaders or by blaming others and refusing to accept guilt and responsibility for their loser-hood, sooner or later they attempt to compensate for their deficiencies. They means they choose may range from individual suicide to mass immigration; from political protest and peaceful demonstrations to the formation of private milicias and outright terrorism.[2]
  • Il paradosso sta proprio in questo: i poveri dei paesi responsabili dell’esplosione demografica fanno figli con motivazioni economiche puramente individualistiche. Le popolazioni indigenti del Sud non procreano un numero eccessivo di figli per pura ignoranza, mancanza di attenzione o impossibilità di accedere a metodi di contraccezione, anche se tutti questi elementi hanno il loro peso. Le femministe evidenziano lo sfruttamento e il fatto che donne povere e prive di istruzione vengono spesso obbligate ad avere più figli di quanti ne vorrebbero. Questo può anche essere vero, ma non di rado i figli sono utili sia alle donne sia agli uomini che le sfruttano. Dal punto di vista di molti genitori del Terzo Mondo, un figlio rende più di quanto non costi. In ambito rurale i bambini aiutano fin da piccoli i genitori nei lavori domestici. In ambiente urbano, circa 250 milioni di bambini sotto i 14 anni danno una mano alle proprie famiglie a sopravvivere. In casi estremi, i figli vengono direttamente messi in vendita come schiavi, materia per il trapianto di organi, o ancora come merce per la prostituzione. In mancanza di un sistema previdenziale, i figli dovranno provvedere ai genitori quando questi saranno anziani. I figli, poi, sono un po’ come dei biglietti della lotteria: se uno di loro riesce a far fortuna, può cambiare lo status dell’intera famiglia. Laddove i tassi di mortalità infantile si mantengono elevati, i genitori possono decidere di fare più figli di quanti ne vorrebbero per controbilanciare la possibilità che questi muoiano. (p. 55)
  • I "mercati" e il capitalismo sono due cose ben distinte: i mercati possono esistere senza il capitalismo (e lo fanno), ma l’inverso non si dà. La cultura capitalistica ha interiorizzato il concetto di rischio, il movente del profitto e la necessità di accumulare: non è solo la cultura del mercante e del commerciante, ma anche quella del risparmiatore, dell’investitore e dell’imprenditore. Se si dovesse definirla con un solo termine, la si chiamerebbe "competizione". Al centro di questa cultura, la cui massima espressione artistica è la "distruzione creativa", stanno la passione per la lotta e lo slancio verso l’ignoto. (p.67)
  • Nell'Europa medievale, una misura di sementi produceva soltanto due misure di grano: i raccolti erano scarsi, le riserve si esaurivano rapidamente e le carestie si verificavano più o meno ogni dieci anni. Eppure, in generale, "nessuno moriva di fame, a meno che non morissero tutti". Le carestie moderne seguono più le leggi del mercato che non la scarsità in termini assoluti, e raramente colpiscono i benestanti. Durante la grande carestia del 1846-47 che uccise quasi un milione di irlandesi, i grandi proprietari terrieri continuavano a esportare derrate in Inghilterra mentre i contadini poveri gli morivano davanti. Anche nelle carestie "classiche" del Terzo Mondo verificatesi nel ventesimo secolo come quella del Bengala, che nel 1943 uccise alcuni milioni di persone, le tavole dei ricchi sono rimaste ben fornite. Durante le carestie che hanno colpito l’Africa negli anni Ottanta non si è certo sentito parlare di decessi in massa fra i burocrati, uomini d'affari e graduati dell’esercito. Al giorno d'oggi sia al Nord che al Sud sarebbe necessaria una curiosa combinazione di circostanze, come la perdita totale del raccolto e una chiusura dei commerci dovuta alla guerra o a una calamità analoga, perché i ricchi soffrano di denutrizione, per non parlare della morte per fame. (p. 117)
  • Dal punto di vista fisico, l'acqua dolce è mal distribuita fra paesi e continenti. Attualmente, l'irrigazione consuma almeno tre quarti di tutta l’acqua dolce disponibile; nel Sud, il 90% dell'acqua viene impiegata per usi agricoli. Per quanto tempo potrà durare questo modello sbilanciato di utilizzo delle risorse, ora che gli abitanti del Terzo Mondo si ammassano nelle città? (p. 121)
  • I risultati ottenuti dalla comunità internazionale (Nazioni Unite, G-7, Consiglio d’Europa, Unione Europea ecc.) nella “guerra” alla droga sono stati anch’essi deludenti. L’Interpol spende metà del proprio budget nella lotta contro il commercio di stupefacenti; nonostante tutti gli sforzi compiuti, solo una quantità stimata nell’ordine del 10% della droga prodotta a livello mondiale viene intercettata dalle autorità. (p. 184)
  • La questione è invece che le multinazionali non risolveranno mai i problemi occupazionali di nessuno. Rispetto alle loro dimensioni e alle vendite, queste forniscono ben pochi posti di lavoro. [...] Nonostante negli anni tra il 1993 e il 1996 le loro vendite siano aumentate del 24%, le multinazionali sono comunque riuscite a ridurre la manodopera impiegata. Ogni dipendente di una delle multinazionali super, dal presidente al portiere, produce un valore medio pari a 350 mila dollari di vendite. (p.189-190)
  • Un terzo dell’intero commercio mondiale consiste attualmente in sambi all’interno della stessa società, vale a dire che la Shell commercia con la Shell, l’IBM con l’IBM, la Unilever con l’Unilever. Un altro terzo del commercio mondiale è non intrasocietario ma intersocietario, e qui le multinazionali commerciano l’una con l’altra: la General Electric con la General Motors. Soltanto il rimanente terzo degli scambi sui mercati mondiali, una quota in costante diminuzione, si può definire commercio ‘nazionale’. (p.191)

Bibliografia[modifica]

  • Susan George, Il rapporto Lugano. La salvaguardia del capitalismo nel ventunesimo secolo, Asterios Editore, Trieste, 2000, ISBN: 978-8886969277

Note[modifica]

  1. Da Come muore l'altra metà del mondo; citato in John Berger, Sul guardare, a cura di Maria Nadotti, Bruno Mondadori, Milano, 2003, p. 13. ISBN 88-424-9679-0
  2. (EN) Da The Lugano Report. On Preserving Capitalism in the Twenty-first century, Pluto Press, Londra-Sterling, Virginia, 2003, p. 12.

Altri progetti[modifica]