Ugo Pesci

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Ugo Pesci (1846 – 1908), giornalista italiano.

Firenze capitale (1865-1870)[modifica]

  • L'Esposizione del 1861 fu per la maggior parte dei fiorentini, de' toscani, degli italiani d'allora una inaspettata rivelazione di cose sconosciute: fu un mezzo efficacissimo per far sì che, proclamato il regno d'Italia, gli Italiani si cominciassero a conoscere fra loro, e ad apprezzare quanto valevano. L'antica stazione, accomodata come si poteva meglio, raccolse quanto la ristrettezza del tempo permise di mandare ai fabbricanti, agli agricoltori, agli artisti d'un paese da due anni in rivoluzione ed in guerra, e costituito da pochi mesi. Ma non soltanto si mettevano in evidenza, in quella mostra, i prodotti della operosità artistica ed industriale italiana: vi si trovavano a contatto, si guardavano, si studiavano scambievolmente, gli abitanti variamente parlanti di tutte le regioni del nuovo Stato italiano. (Un decennio di prefazione (1855-1865), pp. 54-55)
  • [Palazzo Pitti] Il palazzo fatto costruire alla metà del secolo XV da Luca Pitti sul pendìo della collina di Montecucco, poi da lui venduto alla moglie di Cosimo I, abbellito dai Medici, ereditato ed aumentato dai Lorena, per vastità e magnificenza di quartieri, per ricchezza di arredi, per singolarissimo pregio di opere d'arte sparse dovunque, per il bellissimo giardino di Boboli, non aveva da invidiar nulla alle più belle reggie d'Europa. (I - Da Torino a Firenze, p. 65)
  • Ricordo che una notte, uscendo verso l'alba da un veglione della Pergola, con una brigata di spensierati d'ambo i sessi, mi trovai non so come insaccato dentro un fiacre, il solo ancora disponibile, con altre quattro o cinque persone; mentre che l'onorevole Pier Carlo Boggio, il quale protestava di non voler fare la strada a piedi, spinto da otto o dieci mani sul cielo della carrozza, vi adagiava la sua piccola persona grassa e rotonda, [...]. Chi avrebbe pensato, vedendo in quello strano atteggiamento l'eloquente oppositore del ministero, l'autore delle lettere ad Emilio Ollivier intorno ai fatti di Torino, che pochi mesi dopo egli sarebbe scomparso a Lissa, nei gorghi dell'Adriatico, con gli avanzi del Re d'Italia?[1] (II - La Campagna del 1866, p. 88)

Il re martire. La vita e il regno di Umberto I[modifica]

  • L'arrestato [per l'attentato del 1897 contro Umberto I] era un tale Pietro Acciarito, di 26 anni, nativo d'Artena, paese tristamente famoso per il numero dei delinquenti sanguinari; fabbro ferraio disoccupato, come lo è facilmente chi non ha voglia di lavorare e ha la testa sconvolta da idee rivoluzionarie. Il padre di lui, temendo non ingiustamente qualche grosso guaio, aveva informatole le autorità di pubblica sicurezza di minaccie "di far la testa a qualche pezzo grosso" più volte ripetute dal figlio; ma le autorità non avevano creduto che quel vecchio meritasse ascolto. (p. 408)
  • Il pregiudizio della libertà illimitata per qualunque dottrina politica, per ogni specie di conciliabolo, pregiudizio vigente ancora in Svizzera, Inghilterra, e negli Stati dell'Unione Nord-Americana, specie a favore degli stranieri, permetteva intanto che al di là del mare si preparasse "il maggiore delitto del secolo"[2]. (cap. XV, p. 416)
  • [Sul regicidio di Umberto I] Mai più crudele ingiustizia fu commessa in nome dell'equità e della giustizia sociale. Mai tanto barbaramente fu troncata una vita consacrata fino dai primordi e per lungo volgere di anni a fare, a procurare il bene per tutti; mai la nequizia umana seppe dar prova di più odiosa ingratitudine. (cap. XV, pp. 427-428)
  • Il regicida [Gaetano Bresci], volendo giustificare il proprio delitto con il cinismo e la presuntuosità propria di un tal genere di delinquenti, volendo offendere anche la memoria del re martire, condotto innanzi ai giurati lo chiamò responsabile delle repressioni severe ma necessarie dei moti del 1898; tentò di raffigurarlo come un tiranno dal quale egli avesse liberata la terra. Un martire non poteva essere più calunniato dal suo carnefice! (cap. XV, pp. 428-429)

Note[modifica]

  1. La corazzata Re d'Italia, nel corso della terza guerra d'indipendenza, fu affondata nelle acque di Lissa il 20 luglio 1866.
  2. Allusione al regicidio di Umberto I, per opera del Bresci; l'anarchico italiano che viveva a Paterson nel New Jersey.

Bibliografia[modifica]

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