Zhong Acheng

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Zhong Acheng (1949 – vivente), scrittore cinese.

Incipit di alcune opere[modifica]

Il re dei bambini[modifica]

Nel 1976 erano già sette anni che lavoravo nella brigata di produzione. Avevo imparato ad abbattere gli alberi, bruciare le stoppie, scavare le buche, selezionare le pianticelle, zappare il terreno, rivoltare le zolle, seminare il grano, nutrire i maiali, tagliare l'erba, fare mattoni cotti al sole. L'unico problema era che, essendo debole di costituzione, non ero tra i migliori. Ma questo non mi preoccupava, dopotutto riuscivo a mantenermi con il mio lavoro.
Un giorno di gennaio, il segretario di partito della brigata mi chiamò a casa sua. Non avevo idea di cosa volesse. Entrai, mi accucciai nel vano della porta e attesi che parlasse. Il segretario mi lanciò da lontano una sigaretta, ma io non la vidi e finì per terra. Quando me ne accorsi, la raccolsi in fretta e gli sorrisi. Lui mi lanciò i fiammiferi; io accesi, tirai una boccata e dissi: – è una Jinshajiang? –. Il segretario annuì mentre fumava facendo gorgogliare la sua pipa ad acqua.

[Bompiani, traduzione di Maria Rita Masci]

Il re degli scacchi[modifica]

La stazione non avrebbe potuto essere più caotica. Migliaia di persone parlavano all'unisono e nessuno faceva attenzione allo slogan di stoffa rossa affisso per l'occasione. Doveva essere stato già usato parecchie volte, perché gli ideogrammi di carta che lo componevano apparivano strappati per le troppe piegature. L'atmosfera era resa più frenetica dalle citazioni ritmate che venivano continuamente trasmesse dall'altoparlante.
In passato avevo accompagnato alla stazione molti amici che andavano in campagna, ma adesso che era il mio turno non c'era nessuno a salutarmi.
I miei genitori avevano collezionato un po' di brutti voti e appena il movimento iniziò vennero perseguitati e morirono. Dato che tutti i mobili che erano in casa avevano la targhetta di alluminio che indicava la proprietà pubblica, vennero portati via, cosa giusta e corretta. Benché fossi solo, non mi venne conferito lo status di figlio unico e non mi fu concesso di rimanere in città. Vi restai per oltre un anno, errando come un lupo selvaggio, ma alla fine decisi di partire.

[Bompiani, traduzione di Maria Rita Masci]

Il re degli alberi[modifica]

Il trattore che portava i giovani istruiti entrò nella valle e finalmente si fermò in una piccola radura. I giovani, che lungo tutto il tragitto avevano ammirato il paesaggio incontaminato, capirono di essere giunti a destinazione e saltarono giù dal carro con entusiasmo.
Su un lato della radura c'erano alcune casupole con il tetto di paglia. Davanti a queste una fila di persone, alte e base, vecchie e giovani, ci guardavano con la bocca spalancata. Erano quasi immobili. I bambini guizzavano via come pesci. Il segretario del partito che ci aveva accompagnato si spazientì e gridò: – Venite a dare il benvenuto! –. Allora si fece avanti un uomo basso che, forzando un sorriso, venne a darci la mano impacciato. Le ragazze tesero le loro, ma lui non le strinse. Dopo essersi sfregato le mani, andò a stringere solo quelle di noi maschi. Sul viso di quelli cui aveva stretto la mano vidi apparire una strana espressione. Mentre mi chiedevo come mai, giunse il mio turno. Gli porsi la mano e guardandolo dissi: – Buongiorno –. Fu come se la mano mi fosse stata schiacciata nella fessura di una porta.

[Bompiani, traduzione di Maria Rita Masci]

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