Della vita

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1leftarrow.pngVoce principale: Lev Tolstoj.

Tolstoj in un ritratto di Repin del 1887, anno che lo scrittore dedicò interamente alla stesura di Della vita

Della vita (in russo О жизни, traslitterato: O žizni), trattato filosofico di Lev Tolstoj pubblicato per la prima volta nel 1888.

Incipit[modifica]

Immaginiamoci un uomo il cui unico mezzo di sussistenza sia un mulino. Quest'uomo è figlio d'un mugnaio, e per tradizione di famiglia sa perfettamente cosa si debba fare con ogni singola parte del mulino perché il mulino macini bene. Quest'uomo non sa nulla di meccanica; eppure ha sempre saputo coordinar tra loro tutte le singole parti del mulino, così appunto come gli avevano insegnato a fare, in modo che il macinato venisse giù lesto, e fosse farina buona: e quest'uomo ha potuto vivere, e guadagnarsi il pane.
Ma poi è avvenuto che quest'uomo cominciasse a pensare al meccanismo del mulino; e qualcuno gli disse qualcosa di poco chiaro a proposito della meccanica, e lui volle vedere che cosa precisamente si muovesse lì dentro, nel suo mulino, e che cosa lo facesse muovere.

Citazioni[modifica]

  • La vita è quel mulino che l'uomo vuol indagare. Di un mulino si ha bisogno per avere farina buona, della vita si ha bisogno unicamente perché sia vita buona. (introduzione, p. 35)
  • L'uomo non può figurarsi la vita senza includervi il desiderio del suo bene personale. Per ciascun uomo, vivere è lo stesso che desiderare e cercar di raggiungere questo suo bene personale; e desiderarlo e raggiungerlo è lo stesso che vivere. (cap. I, p. 51)
  • Tutta la complessa e fervente attività degli uomini, con il loro commercio, le loro guerre, i loro mezzi di trasporto, la loro scienza, le loro arti, è per lo più solamente la ressa d'una folla impazzita sulle porte della vita. (cap. V, p. 74)
  • La ragione non può essere definita, né abbiamo alcun motivo di definirla, giacché noi tutti non soltanto la conosciamo, ma non conosciamo null'altro al di fuori della ragione. (cap. X, p. 90)
  • La vita è l'anelito al bene. L'anelito al bene è la vita. (cap. XV, p. 115)
  • I secoli passano: gli uomini riusciranno a sapere la distanza che li separa dalle stelle, calcoleranno il peso delle stelle, scopriranno la composizione chimica del sole e delle stelle, ma il problema di come conciliare l'esigenza del bene personale con la vita d'un mondo che esclude la possibilità di tale bene, rimarrà per la maggioranza degli uomini altrettanto irrisolto quanto lo era 5000 anni fa. (cap. XVIII, p. 126)
  • Eppure questo enigma è già stato risolto molto tempo fa. E tutti coloro che vengono a sapere la soluzione, si meravigliano di non essere riusciti a risolverlo essi stessi – e sembra loro di averla saputa già da molto tempo, questa soluzione, ma di essersela poi dimenticata chissà quando: tanta è la semplicità e la spontaneità con la quale essa s'impone alle loro menti, dopo esser sembrata loro tanto ardua quando l'andavano cercando tra le false dottrine del nostro mondo. (cap. XVIII, pp. 126-127)
  • Ma è sufficiente ammettere nel proprio pensiero che l'uomo possa sostituire l'anelito al bene della propria persona con l'anelito al bene degli altri esseri, e subito si elimina l'impossibilità del bene, l'uomo vede che il bene gli è raggiungibile. (cap. XVIII, p. 127)
  • Ma è sufficiente che l'uomo intenda la propria vita come un anelito al bene degli altri, ed egli vedrà nel mondo tutt'altra cosa: vedrà, accanto ad occasionali fenomeni di lotta fra gli esseri, il costante adoperarsi di questi stessi esseri al bene gli uni degli altri – senza la qual cosa sarebbe impensabile l'esistenza stessa del mondo. (cap. XVIII, p. 128)
  • È sufficiente che l'uomo intenda la propria vita come un anelito al bene degli altri, e viene subito eliminata l'ingannevole sete di piaceri; […] e la tormentosità della sofferenza personale, che distrugge ogni attività della vita, viene sostituita da un sentimento di compassione verso gli altri, che è invece indubbiamente d'impulso ad una attività feconda, la più gioiosa che possa esservi. (cap. XVIII, p. 128)
  • È sufficiente che l'uomo riconosca la propria vita non già nel bene della sua persona animale ma nel bene degli altri esseri, e lo spauracchio della morte scompare per sempre ai suoi occhi.
    Giacché il terrore della morte deriva soltanto dal terrore di perdere, morendo nel corpo, il bene della vita. Se invece l'uomo potesse scorgere il proprio bene nel bene degli altri esseri, se cioè egli amasse loro più di sé stesso, allora la morte non gli apparirebbe come una cessazione del bene e della vita, così come essa appare bensì all'uomo che vive solamente per sé stesso. (cap. XVIII, pp. 128-129)
  • Amare, in generale, significa voler fare del bene. Così noi intendiamo l'amore, e non possiamo intenderlo altrimenti. (cap. XXIII, p. 153)
  • Una madre che nutre il figlio, dà immediatamente se stessa, il proprio corpo come cibo per i suoi figli, i quali senza ciò non sarebbero vivi. E questo è amore. (cap. XXV, p. 165)
  • Gli uomini hanno in orrore il pensiero della morte carnale, non già perché temano che con essa terminerà la loro vita, ma perché la morte carnale dimostra loro chiaramente la necessità della vera vita, che essi non hanno. Appunto perciò gli uomini che non comprendono la vita non amano parlare della morte. Parlare della morte equivale per essi a riconoscere che non vivono così come esige da loro la loro coscienza razionale. (cap. XXVII, p. 179)
  • Mi immagino Giovanni Teologo, del quale si narra che per la gran vecchiaia era tornato ad essere come un bambino. Si narra che nei suoi ultimi anni egli dicesse soltanto: fratelli, amatevi l'un l'altro! Un vecchietto centenario che si muove appena, con gli occhi pieni di lacrime, e biascica soltanto quelle tre parole: amatevi l'un l'altro! In quest'uomo l'esistenza animale non è più che un barbaglio fioco, – è tutta quanta corrosa da un nuovo rapporto con il mondo, da un nuovo essere vivo, che ormai non trova più posto nell'esistenza dell'uomo carnale. (cap. XXX, p. 194)
  • Per chi conosce sé stesso non già dal proprio riflesso nell'esistenza spaziale e temporale, ma dal proprio e sempre crescente rapporto d'amore con il mondo, lo scomparire dell'ombra delle condizioni spaziali e temporali può significare soltanto che la luce è aumentata. (cap. XXX, p. 195)
  • Cristo morì molto tempo fa, e la Sua esistenza carnale fu breve, e noi non abbiamo un'immagine chiara della Sua persona carnale, ma la forza della Sua vita d'amore e di ragione, il Suo rapporto con il mondo – la forza di ciò soltanto – agisce sino ad oggi su milioni di uomini, i quali accolgono in sé questo Suo rapporto con il mondo e vivono di esso. (cap. XXXI, p. 199)
  • Un agire orientato verso un immediato servizio d'amore per chi soffre, e verso l'eliminazione delle cause generali della sofferenza – degli errori –, è appunto quell'unica e gioiosa opera che l'uomo ha da compiere, e che gli dà quel bene inalienabile, nel quale consiste la sua vita. (cap. XXXV, p. 231)

Explicit[modifica]

La morte e la sofferenza sono soltanto le deviazioni dell'uomo dalla propria legge di vita. Per un uomo che viva secondo la propria legge non c'è morte e non ci sono sofferenze.
«Venite a Me, tutti voi che siete affaticati e oppressi, e Io vi darò pace.»
«Prendete su di voi il Mio giogo, e imparate da Me: perché Io sono mite e umile di cuore, e troverete pace per le anime vostre.»
«Perché il Mio giogo è piacevole e il Mio carico è leggero.» (Da Mt.: cap. 11.)
La vita dell'uomo è l'anelito al bene; ciò a cui egli anela, gli viene dato: una vita che non può essere morte, e un bene che non può essere un male.

Citazioni su Della vita[modifica]

  • Cominciai a leggere e il mio stupore non ebbe più limiti. L'autore parlava di cose che la gente passa accuratamente sotto silenzio, era semplice, era di una importanza essenziale, era grave come la vita, come l'espressione del volto di mio padre sul letto di morte. (Victor Lebrun)
  • L'avevo incominciato con il titolo "Sulla vita e sulla morte", ma quando l'ho terminato, ho cancellato le parole "e sulla morte", perché avevano perduto il loro significato. (Lev Tolstoj)
  • L'ho letta, questa Vita di Tolstòj, là al santissimo sinodo; ma non l'ho finita. Quell'uomo è una mente, non c'è dubbio, è sottile, bravo nel destreggiarsi, perfino diremmo... profondo, certe volte. Ma comunque qua è tutto quanto un intrecciarsi di, sì, di autentici sofismi cuciti l'un con l'altro come con dei fili, diciamo... (Nikanor)
  • Le parole e sulla morte le ha tolte perché nel terminare questo lavoro, è giunto alla conclusione che la morte non esiste. (Sof'ja Tolstaja)
  • Nella sua profonda opera Della vita, che era anche il libro preferito di mia madre, Tolstoj parla della ragione come fonte stessa della nostra vita. Questo testo fu scritto con un vigore e un fervore eccezionali. In quel periodo si videro rinascere di nuovo in mio padre allegria e buon umore. Il suo lavoro lo appassionava ed era il segno più evidente della sua riuscita. Infatti questo libro di Tolstoj, poco noto alla massa dei lettori, è una delle più notevoli tra le sue opere filosofiche e religiose.
    «La vera vita inizia solo nel momento in cui si manifesta la ragione.» La ragione è l'unica forza che riveli in noi l'amore.
    Ed è ancora una nuova forma di fede che Tolstoj scopre all'interno della sua anima e che ci espone in quest'opera. A mio giudizio, Della vita e Il regno di Dio è in voi sono le opere religiose capitali di mio padre. (Lev L'vovič Tolstoj)
  • Quest'opera grandiosa per semplicità e saggezza riuscì a toccare il cuore di mia madre. Lo testimonia la corrispondenza con la sorella: «Sono sola, del tutto sola. Ho scritto tutto il giorno. Ho copiato il lavoro di Lev intitolato Della vita e della morte. Lo sta leggendo in questo momento all'università per l'Associazione di psicologia. Un buon articolo. Un articolo strettamente filosofico, senza tensioni, senza tendenziosità. Mi sembra profondo, ben concepito e tocca la mia coscienza.» Toccava la sua coscienza a tal punto che non si accontentò di copiarlo ma lo tradusse in francese. (Tat'jana Tolstaja)
  • Sulla vita [...] è un testo difficile, lento – e non soltanto per la complessità dell'argomento, ma proprio per la qualità, la tormentata qualità della sua prosa. Ampie parti di esso appaiono come territori paludosi, in cui si fatica a procedere, ci si impantana, e in cui càpita al lettore di vedersi scomparire del tutto la strada di sotto i piedi, per poi vederla riemergere soltanto qualche pagina dopo: con la spiacevole sensazione che ciò che riemerge sia un tratto già percorso, o magari che il tratto principale sia rimasto indietro chissà dove. Si va lenti, si aggrottano le sopracciglia, ci si ferma per fare il punto e si prosegue perplessi. Si stenta a credere che per un anno intero un Tolstòj entusiasta e nel pieno delle sue energie intellettuali, abbia lavorato intensamente ed esclusivamente a queste pagine [...]. (Igor Sibaldi)

Bibliografia[modifica]

  • Lev Tolstoj, Della vita, a cura di Igor Sibaldi, Oscar saggi Mondadori, Milano, 1991. ISBN 88-04-34731-7

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