Alberto Maria Ghisalberti

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Alberto Maria Ghisalberti (1894 – 1986), storico italiano.

Italia dal 1870 al 1915 (Fatti e figure)[modifica]

  • [Giovanni Lanza] Carattere indipendente, sinceramente devoto al re e al suo grande ministro[1], non esitava a dir loro in faccia schiettamente il proprio parere. «Rustico» lo definiva il primo, cui, qualche volta, non andava tanto a genio il fare asciutto e casalingo del Lanza; ma gli voleva bene ugualmente. (cap. 2, p. 14)
  • Uscito dal governo nel '73[2], [Giovanni Lanza] dirà, caduta la Destra, di sentirsi ormai «una moneta fuori corso». Come la maggior parte degli uomini della Destra stessa, era incapace di rendersi conto del mutamento degli ideali e delle nuove esigenze dei tempi. (cap. 2, p. 15)
  • [Giovanni Lanza] Non aveva altro desiderio, se non quello di trascorrere in pace l'ultimo tempo della vita. In pace e assai modestamente, perché anche per lui si poteva dire, come per altri uomini di quella grande generazione di costruttori disinteressati, «il potere in Italia non ha arricchito nessuno». L'uomo politico che pagava il biglietto ferroviario ogni volta che viaggiava per proprio interesse, non aveva mai trovato il denaro necessario per condurre sua moglie a Roma. (cap. 2, p. 15)
  • La tassa sulla macinazione dei cereali, approvata nel 1868, era apparsa, soprattutto, come una tassa che mirava a colpire il popolo, per il quale tassa sul macinato significò senz'altro tassa sulla fame. E ne nacquero incidenti, violenze e tumulti, ai quali il governo non seppe opporre che provvedimenti di polizia e azioni di forza. (cap. 5, p. 30)
  • [Francesco Crispi] Il suo patriottismo era ancora ardente e vivo come nella sua giovinezza, la sua passione per la grandezza d'Italia più viva che in altri, ma, anche se le intenzioni erano ottime, troppi preconcetti dottrinari e troppe preoccupazioni di classe ostacolavano in lui la retta visione delle circostanze e la valutazione della azione altrui. Né egli sapeva, difetto grave per un uomo di Stato, proporzionare le possibilità del paese alle difficoltà dei compiti proposti e, interprete di eccessive paure borghesi e conservatrici, non si rendeva conto del significato reale e della importanza sociale delle richieste e delle prime affermazioni operaie. (cap. 11, p. 61)
  • La battaglia [di Adua], durata dall'alba alle quattordici, fu un seguito di episodi slegati, nei quali rifulsero l'eroismo individuale e lo spirito di sacrificio, non la sapienza dei capi. Il 53% dei nostri effettivi restò sul terreno: quattromilaseicento morti italiani, duemila indigeni, oltre duemila feriti. [...].
    Di fronte a queste perdite, gravissime anche quelle del nemico: settemila morti e diecimila feriti. (cap. 12, pp. 70-71)
  • [Leonida Bissolati] [...] gli occhi di questo sincero democratico, che aveva rinnovato la religione della libertà e l'amore della patria nella coscienza della democrazia, non videro il pauroso domani[3] che aveva temuto e al quale lo tolse in Roma la morte il 6 maggio 1920. (cap. 19, p. 110)
  • Il generale Conrad, divenuto nel 1906 capo di stato maggiore dell'esercito imperiale [austroungarico], aveva più volte accarezzato l'idea di un attacco improvviso all'Italia, alleata del suo paese[4], soprattutto quando la vedeva impigliata in difficoltà interne o internazionali. Così fu nel 1908, in occasione della crisi prodotta dal terremoto calabro-siculo, così fu il 24 settembre e il 15 novembre 1911, quando presentava memoriali al proprio governo suggerendo di far guerra all'Italia, allora impegnata nell'impresa libica. (cap. 20, p. 113)

Note[modifica]

  1. Vittorio Emanuele II e Cavour.
  2. Il 10 luglio 1873 era caduto il governo presieduto da Lanza.
  3. L'avvento del regime fascista.
  4. L'Italia faceva parte con Germania e Austria-Ungheria della Triplice alleanza.

Bibliografia[modifica]

  • Alberto M. Ghisalberti, Italia dal 1870 al 1915 (Fatti e figure), collana Classe unica n. 20, Edizioni Radio Italiana, Torino, 1954?

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