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Angelo Maria Ricci

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Angelo Maria Ricci (1776 – 1850), poeta italiano.

Citazioni di Angelo Maria Ricci[modifica]

  • Odi gentil ronzio, | che vien dalla foresta, | un Ape, o Nice, è questa | che va predando i fior. | Copri col tuo grembiale | le guancie ruggiadose, | potria da quelle rose | sugger più dolce umor. (da Canzonette, XII; in Poesie del cavaliere Angelo M. Ricci reatino, p. 55)

Italiade[modifica]

Incipit[modifica]

L'armi io canto e gli Eroi, la pugna accesa
Pe' talami e per l'are, e il doppio assalto,
E le gesta de' Regi, onde sospesa
La bilancia di Dio stette dall'alto:
Del Longobardo la fatal contesa,
Dell'Alpe i campi, e di Pavia lo spalto,
Allorché Italia del suo meglio in forse
Stette, e Carlo vincendo la soccorse.

Citazioni[modifica]

  • A' nostri tempi la Filosofia che chiede ragione di tutto, la Politica che mentisce sull'interesse universale, e la polvere da cannone, onde furono estinti i prodigj del valor personale, hanno esauriti i fonti della Epopea. La sola Religione Cattolica può in oggi dar nobile subbietto di macchinismo all'invenzione d'un poema. (Argomento storico, macchinismo ed intenzione del poema, 2; p. 7)
  • Italia Italia, ah non mi dir che dura | memoria il canto mio ti rinnovella, | forme e leggi cangiando e non ventura | sorgesti in ogni forma ognor più bella, | tu del mondo ornamento, e di natura | ponesti in ogni balza archi e castella, | e se stillan di pianto i lauri tuoi, | la sventura, e il valor fecer gli eroi. (canto I, ottava 5; p. 16)
  • Non sai quanti perigli in uno involve | sublime impresa, che dal ciel non scende, | non sai che il trono è vil mucchio di polve, | che dal soffio di Dio mal si difende... | non sai che il mondo i più felici assolve, | che volge il dorso a chi dall'alto scende... | non sai... deh tu col senno, e col consiglio | compagno al genitor ti mostra e figlio... || Qual Dio, qual man dirigerà quell'asta | che il padre tuo contro gli altari ha spinto? | Forse avversa la terra a lui non basta, | che il cielo istesso a provocar s'è accinto...? | Oh Dio qual crudo nembo a lui sovrasta, | sia pur che torni o vincitore, o vinto... | Oh patria... oh figlio., oh re, questa è la meta | d'un età che sperai finir più lieta... (canto I, ottava 52-53; p. 52)
  • Pel fior degli anni tuoi, per la pudica | sposa in cui si confonde il tuo destino, | pe' cari genitori, o figlio, lungi | sien l'armi» e in pace i giorni lor raggiungi. (canto I, ottava 54; p. 32)
  • Dov'è quel Carlo, che d'Europa il pondo | libra e corregge nell'immensa mole, | germe sublime d'arbore fecondo, | e d'Ibera eroina inclita prole: | ne' suoi be' giorni si raddoppia il mondo, | né mai tramonta ov'egli impera il sole, | poiché aggiunti i materni ai patrii regni | lo scettro stende oltre gli Erculei segni. (canto III, ottava 33; p. 97)
  • Ferve nel quarto cerchio opaco smalto, || che qual sull'Etna ardente e bolle e fuma, | sol che più ratto e liquido dall'alto | volvesi, e non s'impietra o si consuma: | ivi sta l'Ira; di bollente asfalto | tinge i suoi ceppi e di viperea spuma, | e mentre cieca si dimena e scoppia, | ne' suoi lacci s'intrica, e gli raddoppia. (canto VI, ottava 35; p. 216)
  • Rosso vapor n'uscia per l'aura fuora, | come il Vesevo dall'ignito grembo | spesso manda un vapor, che dell'aurera | talor si perde nel rosato lembo: | lucid'alme spedite ad ora ad ora | vedeansi trasparir tra 'l roseo nembo | e galleggiando per lo ciel sereno | salian quasi faville al sole in seno... (canto VI, ottava 59; p. 224)
  • Qual sovra i cieli entrambe ergon fiammante | triangolar Piramide infinita... | Un atomo è il creato a Lei davante, | un lampo il sole, un palpito la vita... | L'immensa eternità solo un istante | che a quel centro s'aggira, ond' è partita... | della Triade increata è questo il Trono | e in tre voci vi suona — lo son chi sono. || Stassi il Padre, il Figliuolo, e il Divo Amore | in un distinti, e l'uno all'altro eguale... | Ma chi fissar potrebbe in quel fulgore | l'occhio che il sole a sostener non vale; | bench'egli porti del divin Fattore | poche faville in debil vase e frale, | come raggiunger può chi tanto splende | la mente che se stessa non comprende? (canto VI, ottava 74-75; p. 229)
  • Sei giorni, e sei trascorsi erano appena, | quando di Carlo apparver gli stendardi, | e come allor che il torbid'austro mena | in pigra calma i gravi nembi e tardi; | corrono a prevenir con varia lena | l'atro foriere i nuotator gagliardi, | così di speme disperata accesi | corrono all'armi i difensòr Pavesi || tutta in campo apparia già l'oste intera, | che i larghi fossi in duplice intervallo | disponea d'ogni intorno, e la trinciera, | e i gravi arieti approssimava al vallo: | qual forse ad Ilio sovrastava altera | l'infausta mole del fatal cavallo, | ed accennando da vetusti merli, | pendean le spose italiche a vederli. (canto VII, ottava 25-26; p. 257)
  • [...] | ov'è giudice Iddio, sempre è la vita | [...]. (canto IX, ottava 56; p. 339)

Orologio di Flora[modifica]

  • Stanca è la Notte, o Fillide; | rari son gli Astri intorno, | chiedon bramose il giorno | l'Ore vermiglie al Sol. || Egli al suo carro innanzi | e chiama ad una ad una, | e il proprio fior ciascuna | schiude, passando a vol. (A Fille, vv. 1-8)
  • Ecco dell'Alba ancella | l'Ora che gli Astri asconde; | nel bacio delle fronde | dormon socchiusi i fior. || Innanzi a lei si desta | tinto un fioretto in croco, | e par che senta il foco | del Sol che tace ancor. (La sassefica, vv. 1-8)
  • Già l'Ora quarta ad Espero | volse sdegnosa il dorso, | dacchè nel mezzo al corso | la Notte abbandonò. || Mira quel fior che in oro | apre le caste fronde, | e in sen que' parti asconde | che Amor di piuma ornò. (Il dente di leone, vv. 1-8)

Citazioni su Angelo Maria Ricci[modifica]

  • Questo libretto d'Idillii picciolo di mole è veramente grande pel pregio dei vaghissimi componimenti, che in se racchiude. Il Cavaliere Àngiolo Maria Ricci già celebre pe' molti suoi lavori poetici, e singolarmente per l'Italiade, poema che a dispetto di ogni maledico detrattore gli assicurò onoratissimo luogo fra gli epici Italiani, ha voluto applicarsi anche a questo genere di poesia, che tanto conviene al suo animo gentile e sensibile . In un breve ma elegante discorso, che precede i versi, ha esposto le sue idee sugli idillii e sul fine ch'ebbe nello scriverli. Esamina la remota pigine di simili poesie che vuole in antichissimi tempi dettate dai sempiici costumi, e dalle rozze occupazioni della specie umana. Produce però una vera, e savia riflessione osservando, che furono in molta voga e gratamente accolte nei tempi della maggiore cultura, e dei più delicati costumi della società. (Giovanni Gherardo de Rossi)

Bibliografia[modifica]

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