Antonio Ingroia

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Antonio Ingroia

Antonio Ingroia (1959 – vivente), magistrato e politico italiano.

Citazioni di Antonio Ingroia[modifica]

TriangleArrow-Right.svg Citazioni in ordine temporale.

  • Abbiamo oggi una mafia più civile e una società più mafiosa. Una mafia sempre più in giacca e cravatta e una società che cambiandosi abito troppe volte al giorno sceglie il travestimento. Insomma, abbiamo interi pezzi di società che hanno ormai introiettato i modelli comportamentali dei mafiosi. E lo si vede in tutti i campi.[1]
  • Sono tifoso dell'Inter, noi siamo la squadra della legalità mentre la Juve rivendica un trentesimo scudetto che gli è stato giustamente cancellato.[2]
  • [Sul governo ideale] Io sono candidato premier e dunque faccio il presidente del Consiglio e prendo anche la giustizia ad interim. Travaglio all'Informazione sarebbe un ottimo esterno alla politica, mentre metterei Fiorella Mannoia alla Cultura. Poi metterei l'economista Vladimiro Giacché all'Economia, un operaio al Lavoro e un poliziotto agli Interni. Ci vogliono persone competenti non come Castelli che era ingegnere e la Carfagna, lasciamo perdere...[3]
  • Siamo stati spogliati, come popolo, della sovranità monetaria, ma non soltanto della sovranità monetaria. Noi siamo stati spogliati della sovranità finanziaria, siamo stati spogliati della sovranità politica. Noi siamo sudditi, non siamo sovrani nel nostro paese. [...] E questa mancanza di sovranità, questa espropriazione di sovranità non è un accidente atmosferico, non è una casualità. È dentro un disegno preciso, che non è soltanto italiano [...]. Io ritengo che sia una battaglia di retroguardia dire:"Noi vogliamo un'altra Europa, costruiremo un'altra Europa": dentro queste istituzioni e dentro questo Europa un'altra Europa è impossibile. Noi questa Europa, per come è oggi, per come è costruita, per le istituzioni e per quel primato della finanza sulla politica che si è determinato, la dobbiamo abbattere. […] Noi dobbiamo recedere dai trattai europei.[4]
Dall'intervista di Antonio Massari, "I poteri occulti premono sui magistrati", La Stampa, 21 marzo 2008, p. 11
  • Definirei il caso De Magistris come una vicenda emblematica di quel che accade quando un magistrato si ritrova, isolato e sovraesposto, a gestire un'indagine estremamente complessa e delicata su un grumo di intrecci, di interessi leciti e illeciti, riferibili a soggetti e ambienti diversificati, sul crinale dove s'incontrano i versanti criminali con i versanti politici e istituzionali. Come spesso accade nei territori dove operano sistemi criminali integrati. E mi riferisco, ovviamente, ai sistemi criminali riferibili alla mafia in Sicilia e alla 'ndrangheta in Calabria.
  • Il connubio tra poteri occulti e mafia è il famoso "gioco grande" sul quale stava lavorando Giovanni Falcone. E sul quale probabilmente è morto: e i veri mandanti della strage di Capaci, in fondo, non sono mai stati trovati.
  • L'indagine di De Magistris, per quanto abbiamo potuto apprendere, andava ben al di là di ciò che è divenuto più noto. Ben oltre quindi le intercettazioni di Mastella o l'iscrizione di Prodi nel registro degli indagati. Penso che il cuore dell'indagine fosse proprio l'intreccio tra poteri criminali e altri poteri sul territorio. Credo che il suo caso non possa essere affrontato se non si tiene conto della realtà in cui De Magistris, spesso in solitudine istituzionale, ha operato.
  • [Sull'avocazione dell'inchiesta Why Not] De Magistris la definisce illegittima, io la definisco impensabile. [...] La mia sensazione è che noi ci siamo trovati in una situazione in cui l'autonomia e l'indipendenza, interna ed esterna, è arrivata a un punto di rottura. Davvero siamo in un momento di crisi dello Stato di diritto.
Dall'intervista di Natalia Lombardo, "La morte breve di molti processi", l'Unità, 25 gennaio 2010
  • Da tempo la Costituzione è sotto attacco in alcuni snodi fondamentali. L'autonomia e l'indipendenza della magistratura è da anni sotto assedio costante, e lo è il principio di uguaglianza. L'articolo 3 della Costituzione, anche per merito di una magistratura dalla schiena dritta, non è rimasto un principio astratto. Tutti i più recenti disegni di legge, invece, puntano a creare una giustizia a due velocità: efficiente e dura con i deboli, morbida e fiacca con i potenti. Una giustizia che assicura impunità ai potenti.
  • [La legge sul cosiddetto "processo breve"] Dovrebbe definirsi: legge della morte breve dei processi. È giusto assicurare tempi rapidi, ma qui c'è un processo che rimane lungo e si fissa solo un termine massimo che non potrà mai essere rispettato. Occorre una riforma della giustizia che accorci i tempi, ma che dia alla magistratura strumenti umani, operativi e fondi. Ci sono carenze del 30 per cento nelle procure di Palermo e Catania, tagli dei fondi per lo straordinario del personale, delle cancellerie. Le udienze si tengono solo la mattina. A tutta macchina i tempi sarebbero dimezzati.

Note[modifica]

  1. Dall'intervista di Saverio Lodato, l'Unità, 11 novembre 2006.
  2. Dalla trasmissione televisiva Un Giorno da Pecora, Radio2, 1° giugno 2012.
  3. Citato in Elezioni, che canzoni mono-tone, corrierefiorentino.it, 18 febbraio 2013.
  4. Da un intervento nell'assemblea Attuare la Costituzione, Napoli, 30 settembre 2017. Video disponibile su Youtube.com.

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