Al 2021 le opere di un autore italiano morto prima del 1951 sono di pubblico dominio in Italia. PD

Enrico Thovez

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Enrico Thovez

Enrico Thovez (1869 – 1925), critico letterario e poeta italiano.

Il filo d'Arianna[modifica]

  • V'è in Italia un nuovo dogma: il dogma di una nuova immacolata concezione; e l'immacolata concezione è l'Estetica di Benedetto Croce. (Il dogma crociano, p. 25)
  • La storia del pensiero umano ci dice quanto sia difficile la teorica dei fatti umani: psicologici, artistici, politici, economici, sociali. Ogni teoria è cacciata dalla successiva; e quello che pareva un sole di verità agli uni, si rivela agli altri un lumicino che si spegne con un soffio. Immutati restano soltanto i fatti, e non è mai di troppo scrutarli insaziabilmente prima di accingersi a costruirvi sopra il ragionamento astratto, perché può accadere che crolli per mancanza di solide fondamenta. (Il dogma crociano, p. 26)
  • Il Patrizi si è vôlto alle arti figurative, e principalmente ai pittori, ed in una serie di saggi studia la sensazione auditiva nei pittori, la sensibilità tattile e muscolare. le sensazioni del gusto, dell'olfatto, il tono interiore allegro o malinconico dell'artista, l'influenza delle anomalie dell'occhio fisiologico nella visione della forma e del colore, il senso del moto e dell'azione, l'emotività e i sentimenti.
    Basta enunciare il titolo di questi capitoli per mettere in luce la parzialità di questa analisi, perché accanto a questi elementi fisici e psicologici si riflettono nell'opera d'arte infiniti altri elementi di enorme importanza, quali per esempio l'educazione, la scuola, l'imitazione, la moda, il clima storico. (Il problema del genio, p. 45)
  • Egli [il Patrizi] vede, per esempio, che nei quadri del Fontanesi, le foglie sono immobili, i tronchi non si torcono al vento, le acque tacciono, e ne trae la conseguenza che nel Fontanesi era scarsa la facoltà auditiva, che sarebbe invece profonda in Salvator Rosa, il quale dipinse scene di natura agitata. Ma se il Patrizi avesse saputo che il Fontanesi aveva cominciato a dipingere a Reggio scene di natura sconvolta, nello stile di Salvator Rosa, e a Ginevra scene di romanticismo alpestre in quello del Calame, avrebbe probabilmente capito che quella natura apparentemente morta non era che il riflesso della nuova tendenza paesistica che cercava una natura riposata per reazione alla natura teatrale ed ossianesca dei predecessori. (Il problema del genio, pp. 47-48)
  • Mezzo secolo di esperienza ha dimostrato ad usura l'infecondità della formola wagneriana, se anche troppi autori musicali italiani trovino più comodo far orecchio da mercante. Non si cammina sulle orme di un Wagner più che non si cammini su quelle di un Dante o di un Michelangelo. Cioè non ci possono saltellar dentro che le scimmie. La fecondità del genio ha questa prerogativa: di rendere sterili le proprie formole, per la semplice ragione che ne ha recato all'estremo limite le interne energie di svolgimento. (L'eredità di Bayreuth, pp. 98-99)
  • [...] vien da chiedersi se questo spagnuolo [Jusepe de Ribera] fatto italiano (del quale è vezzo oggi parlare con qualche noncuranza forse non per altro che perché è colui che ebbe finora maggior fama) non sia per avventura il più grande fra gli eredi del Caravaggio; né pare che fosse poi così cieca la critica dei secoli scorsi che fra tutti lo scelse a rappresentare quella scuola. (Il Seicento italiano, p. 267)
  • È un peccato che il prof. Mariano Patrizi, tenace assertore di una critica d'arte fondata sull'esame dei caratteri somatici e psichici degli autori, invece di indagare i caratteri della delinquenza nella pittura del Caravaggio[1], non prenda in esame queste pitture: scoprirebbe nel pittore un intero trattato di patologia, ma, forse, sarebbe una illusione, perché questa gente è capace, fra sei mesi di dipingere in modo opposto. (I mostri, p. 323)

Il vangelo della pittura[modifica]

  • Augusto Rodin non è un genio: i geni sono rari nella razza francese: ma è un grande ingegno, e come tale è universalmente riconosciuto: ma in Francia si è formata attorno a lui una specie di guardia del corpo di critici, di letterati, di artisti che guardano a lui come ad un Messia. Ed egli, che pur è un uomo serio, alieno dalle vanità ufficiali, evangelizza volentieri, e certo non si può negare che non gli faccia difetto il physique du rôle: quella sua massiccia persona, la gran barba mosaica, l'alta fronte eretta, la parola tarda e solenne conferiscono alla sua eloquenza una dignità pontificale. (p. 109)
  • Rodin è un meraviglioso interprete della vitalità umana: il suo modo di studiare ci spiega in parte il segreto di questa sua potenza. Egli ha cercato di creare attorno a sé quella visione di nudità libera ed animata in cui si educarono gli occhi degli insuperati greci: nel suo studio i modelli non posano in attitudini preordinate: egli ne fa passeggiare parecchi, uomini e donne, attorno a sé con la libertà della vita, e abbozza febbrilmente in piccole statuette le attitudini felicemente casuali. (p. 110)
  • Fra gli spettacoli ammanniti dalla sollecitudine moderna alla nostra sete di godimenti estetici, non ne conosco nessuno che possa competere, per efficacia deprimente sulle facoltà intellettuali ed affettive di un individuo, con una esposizione di quadri e di statue. (p. 129)
  • [...] quando ad Oxford, a Liverpool, a Manchester, a Birmingham mi trovai di fronte ad Holman Hunt, dovetti dire a me stesso che l'insuperabile era stato superato; che nessuno, né antico né moderno, non Van Eyck, non Holbein, non Brown, non Millais era disceso così a fondo nelle fibre della realtà, l'aveva amata con più indefettibile entusiasmo, l'aveva resa con più straordinario sforzo. (pp. 230-231)
  • La pittura che per Rossetti fu suggestione di poesia, che per Millais fu prodigio di tecnica, che per Madox Brown fu arte nel suo significato più completo, per Holman Hunt fu qualche cosa di più: fu religione. (p. 231
  • Se dinanzi a tanti autorevoli entusiasmi [per i quadri di Renoir] non è da ingenui dire la verità, bisogna dire che nella massima parte di queste opere non c'è né forma, né colore, né ambiente, né luce, né riflessi: non è l'insufficienza e la stravaganza di certa genialità squilibrata, è semplicemente, come per Cézanne, incapacità tecnica ingenuamente confessata. Lo so, in questa pittura non ci sono neri: non bisogna esagerare questo merito. Se ad una qualsiasi signorina che dipinge con scarse doti native e senza aver ricevuto lezioni, si dicesse: non preoccupatevi né dell’argomento, né dell’espressione, né della forma, né dell’esecuzione, né della natura degli oggetti, né della prospettiva: togliete soltanto il nero dalla tavolozza: ne sorgerebbero facilmente dei Renoir a dozzine. (pp. 252-253)
  • Secondo il direttore della Galleria di Palazzo Pesaro, Gaetano Previati sarebbe il primo pittore del misticismo moderno, ne sarebbe anzi il massimo maestro; sarebbe un genio, verosimilmente l'unico genio della pittura italiana moderna. (p. 276)
  • Pubblico, critica e colleghi, pur ammettendo la nobiltà delle intenzioni del Previati e l'afflato di poesia delle sue pitture, erano urtati da gravi scorrezioni di disegno, da toraci che sembravano vesciche, da braccia che avevano apparenza di salsicciotti, da mani che parevano artigli. I non benevoli si inalberavano, i benevoli (e meglio degli altri coloro che conoscevano dai banchi di scuola le scarse facoltà meccaniche del Previati, la sua incapacità a padroneggiare la forma), domandavano perdono di quel fatale peso morto d'insufficenza costruttiva, in grazia del sovrano spirito di poesia che, lottando duramente contro le proprie deficenze, egli era riuscito ad esprimere, sia pure imperfettamente e attraverso gravi lacune ed errori. (pp. 278-279)

Incipit di Il pastore, il gregge e la zampogna[modifica]

Quando sul limitare della fanciullezza il fantasma ridente della Poesia uscì dai veli dell'incomposto tumulto dell'essere che si affacciava bramoso alla vita, inconscio ancora della natura del proprio ardore e dei mezzi di estrinsecare la piena irrompente dell'affetto e della meraviglia, novità grandi e misteriose erano avvenute nella repubblica letteraria italiana. Gli antichi dèi erano stati sbandeggiati ed i nuovi non avevano ancora ottenuto l'exequatur dalle autorità costituite.

Citazioni su Enrico Thovez[modifica]

  • Enrico Thovez passa per essere critico. Ma probabilmente egli non è fiero d'una fama venuta tardi, e proprio con l'appellativo, che aveva preso a odiare, quando, ancora giovanissimo, gli avevano stroncato quel Poema dell'adolescenza, ch'egli sperava dovesse iniziare tutta una sua serie di opere poetiche, anzi tutto un nuovo periodo della lirica italiana. Senonché pochi conoscono questo poema, mentre tutti hanno letto il Pastore, il gregge e la zampogna (1909), e i numerosi articoli di Simplicissimus, raccolti in Mimi dei moderni. E d'altra parte l'atteggiamento spirituale di questo singolare scrittore è appunto critico, nulla o ben poco salvandosi dalla sua mordace ironia, dal suo attacco aperto e violento. (Luigi Tonelli)

Note[modifica]

  1. M.L. Patrizi, Un pittore criminale. Michelangelo da Caravaggio, 1569-1609. Critica e biografia psicologica, [s.n], [s.d].

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]