Luigi Tonelli

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Luigi Tonelli (1890 – 1939), critico letterario, critico teatrale, scrittore e accademico italiano.

Alla ricerca della personalità[modifica]

  • Arturo Farinelli ha i suoi fanatici e i suoi detrattori. Come tutte le grandi personalità, è oggetto di lodi illimitate ed asprissime accuse, ma, a differenza d'ogni altro, egli è lodato in pubblico e accusato in privato. In pubblico, ben pochi hanno avuto l'audacia di metterglisi contro; e chi ha osato ne ha avuto la peggio! Perché il Farinelli non mendica incenso, anche lo abborre, se il turiferario è meno che eccellente. Ma se qualcuno sale in cattedra per fargli lezione, state pur sicuri ch'è bell'e spacciato. (cap. II Critici, p. 81)
  • Notate da quanti punti diversi il Farinelli riceve pubblicamente consensi. Un filosofo come il Croce, di temperamento e mentalità assolutamente contrari, gli professa una grande stima; un erudito di molto buon gusto, come il Parodi[1], s'inchina; persino il Papini, intelligenza polemica e spregiudicata, si sente una volta tanto, disposto ad ammirare ed amare... Quando si raccolgono simili suffragi, si può procedere senza esitazioni. E il Farinelli, in verità, non esita. (cap. II Critici, pp. 81-82)
  • Arturo Farinelli è un animatore, un suscitatore d'energie. Tutto sommato, credo che l'uomo sia superiore alle sue opere, e la sua efficacia sia infinitamente maggiore come maestro, con la parola viva e la comunicazione diretta, che come critico, con la carta stampata. L'ho visto in cattedra una sola volta; ne son rimasto incantato. (cap. II Critici, p. 89)
  • Enrico Thovez passa per essere critico. Ma probabilmente egli non è fiero d'una fama venuta tardi, e proprio con l'appellativo, che aveva preso a odiare, quando, ancora giovanissimo, gli avevano stroncato quel Poema dell'adolescenza, ch'egli sperava dovesse iniziare tutta una sua serie di opere poetiche, anzi tutto un nuovo periodo della lirica italiana. Senonché pochi conoscono questo poema, mentre tutti hanno letto il Pastore, il gregge e la zampogna (1909), e i numerosi articoli di Simplicissimus, raccolti in Mimi dei moderni. E d'altra parte l'atteggiamento spirituale di questo singolare scrittore è appunto critico, nulla o ben poco salvandosi dalla sua mordace ironia, dal suo attacco aperto e violento. (cap. II Critici, p. 117)
  • La figura del Rabizzani si profila alquanto diversa da quella del Serra. Questi è morbido, delicato, femineo; quegli è robusto e virile. Il primo ama, negli altri e in se stesso, le sfumature, gli ondeggiamenti, le posizioni imprecise, gli atteggiamenti amletici; il secondo gusta di preferenza gli scrittori fortemente caratterizzati, limitati, evidenti, sempre in cerca di definizioni logiche e chiare, di formule conclusive. L'uno è soggettivissimo e sensibilissimo, sicché ogni cosa lo fa vibrare, e la cosa stessa diventa vibrazione, tanto perdendo d'oggettiva realtà, quanto acquista di verità soggettiva; l'altro, obbiettivo, logico, consapevole dei limiti e delle proporzioni, in perfetto equilibrio. L'uno, infine, di temperamento melanconico, indolente, disposto alla contemplazione; l'altro allegrissimo, esuberante, attivissimo, fatto apposta per il giornalismo e l'organizzazione. (cap. II Critici, p. 125)
  • Favola antica, metodo ed espedienti narrativi un po' vecchi... Dal verismo in poi, quante malinconiche storie di donne infelici e solitarie sono state raccontate! Quante, dalla Prosperi stessa! – Eppure il romanzo [Il fanciullo feroce] ci piace. Scritto con vena, con sentimento, direi quasi con passione, come se la scrittrice sentisse per la sua protagonista, oltre che un'estetica compiacenza, una profonda, umana simpatia; questo romanzo è quasi la definitiva cristallizzazione d'elementi già noti allo stato liquido, e però, oltre che un senso di perfezione, dà l'illusione di cosa nuova. L'illusione soprattutto della verità. E tuttavia, non inutili crudezze, non volgarità, non perversioni; soltanto la fredda luce, che staglia le linee, facendole più rigide ed angolose.
    Il fanciullo feroce non è una rivelazione, ma una prova maggiore e migliore dell'innegabile ingegno di Carola Prosperi. (cap. III Scrittori italiani, p. 310)
  • In Italia non c'è mai stato un vero e proprio antisemitismo; tanto meno presso le classi più colte. I governanti possono avere incrudelito qualche volta, e dal sedicesimo secolo permessa o voluta l'istituzione del Ghetto; può il popolino, e del popolino soltanto la razzamaglia, aver perseguitati gli ebrei con la beffa talvolta crudele; ma in nessuno Stato italiano la persecuzione contro di essi fu organizzata con la imperiosità e l'intransigenza, che fu presso i certi popoli slavi e balcanici, né il il disprezzo e l'odio furono mai quali i cattolici francesi e i protestanti tedeschi ed inglesi ebbero in tutti i tempi contro quei paria d'Europa. (cap. IV Scrittori stranieri, p. 342)
  • Israele Zangwill, scrittore inglese celebrato in patria, non ignoto in Francia, [...]; è affatto sconosciuto in Italia, dove soltanto ora appare la traduzione d'uno dei migliori suoi libri: I Sognatori del Ghetto, e dove non ha trovato ancora il suo critico. Spero che il successo, che coronerà indubbiamente questa prima fatica, paziente ed amorosa, del traduttore Gian Dàuli, incoraggerà l'Editore a tentare la traduzione di altri scritti dello Zangwill: ché veramente in tanta penuria d'opere spirituali, che elevino l'anima alla meditazione de' suoi più profondi problemi, la lettura di esso può fare assai bene. (cap. IV Scrittori stranieri, p. 344)
  • [Israele Zangwill] Egli è ebreo, e ama la sua razza. L'ama perché ha vissuta la parte migliore della sua vita nei limiti angusti e profondi del culto dei padri; perché ne conosce tutta la storia, da Mosè al Congresso sionistico di Basilea, per tutti i paesi, ove fu un Ghetto: da Smirne ad Amsterdam, da Roma al Cairo, da Gerusalemme a Londra e Nuova York...; perché infine il suo spirito artistico trova soddisfazione soltanto nel descrivere il mondo ebraico, nel rivivere la sua storia, nel ritrarre gli stati d'animo per cui passarono gli ebrei nei momenti più diversi della loro civiltà. La sua tavolozza ha infatti colori orientali: il grigio, l'oro, il violaceo, l'indaco..., e le sue linee, sfumate, e le proporzioni, bizzarre. La sua musica è lenta, solenne, malinconica, quasi disperata, come una nenia ebraica. Ma, vinta la prima ripugnanza e incertezza, appare una pallida e soave luce, tremolante all'orizzonte tenebroso, e s'ode una dolce melodia incrinare il rombo dominante.. È la luce della speranza; la melodia dell'amore... Qui è forse l'originalità di Israele Zangwill. (cap. IV Scrittori stranieri, p. 344)
  • Zangwill sogna l'affratellamento delle religioni, riconosciute tutte egualmente vere, rispetto al popolo e al tempo, che le videro nascere e prosperare; e crede che lo spirito, che informò il Giudaismo e il Cristianesimo, e mosse il Maomettismo e il Protestantesimo, si ravviverà ancora, e ispirerà la nuova Conoscenza, che ancora giace morta e sconosciuta fuori dell'Umanità... (cap. IV Scrittori stranieri, p. 347)

L'evoluzione del teatro contemporaneo in Italia[modifica]

Incipit[modifica]

Ab Iove principium... Chi voglia con rapido sguardo risalire la via percorsa dal dramma romantico, non può non giungere fino al grandissimo William: non tanto – ben s'intende – perché il teatro shakespeariano debba considerarsi l'inizio, prodromo di quella meravigliosa rivoluzione prodottasi alla fine del secolo decimottavo e al principio del seguente, su tutte le scene europee; quanto, invece, perché esso illimitatamente ammirarono, esso studiarono e cercarono d'imitare, i principali critici e poeti, promotori ed esecutori di tale rivoluzione.

Citazioni[modifica]

  • Il Cossa, che cerca soprattutto di rivivere un momento storico, in tutti i suoi svariatissimi aspetti, in tutte le sue passioni e i suoi vizi, e presso qualsiasi casta e grado sociale; non è soltanto il diretto e legittimo successore del Manzoni e del Niccolini[2], che giungevano fino a premettere «discorsi storici» alle loro tragedie; ma anzi, poeta più libero e audace di loro, per virtù dei tempi ormai estranei ad ogni efficace tradizione classica, egli è il completo applicatore della formula romantica fondamentale, senza alcuna restrizione. (Parte prima, cap. III, p. 97)
  • Il romanticismo, come tutti sanno, ebbe due programmi da far valere: l'uno, negativo, consistente nella violenta e assoluta opposizione al classicismo, con la sua estetica dommatica e, da tempo immemorabile, cristallizzata; l'altro, positivo, consistente nell'affermazione d'un nuovo etico-sentimentale. Orbene, se il primo trionfò completamente, decretando l'irreparabile sconfitta dell'estetica classicista, e rendendo possibile e facile un'ulteriore e infinitamente più feconda evoluzione letteraria; il secondo, invece, creato e determiunatro in un'epoca di «paroxisme de divagation» (Laconte de Lisle) e di «détraquement cérébral» (Zola) non poteva essere di duratura e fortunata efficacia. (Parte seconda, cap. I, p. 146)
  • Il verismo fu assai più modesto: si contentò di ritrarre la mediocre realtà circostante, e specialmente la piccola e grande borghesia italiana, con la maggiore fedeltà che potesse; e, quindi in particolar modo nella rappresentazione drammatica, si compiacque di far passare dinanzi allo spettatore, figure e figuri d'uomini e di donne di dubbia o almeno rilassata moralità. di ristretta mentalità d'ideali gretti e meschini. Ma, come nessun romanziere verista italiano è ispirato ed animato dal rivoluzionarismo socialista zoliano, e il Verga stesso ci fa intravedere appena un sentimento di simpatia verso gli umili e i diseredati: così, nessun drammaturgo nazionale dello stesso periodo, mostra di possedere quello spirito di supremo disprezzo e di feroce demolizione che è in Becque[3]. In verità, il commediografo verista italiano rimane sempre essenzialmente borghese: il suo borghesismo potrà apparire talvolta superiore a quello comune, anzi, diciamo che, appunto perché è d'un artista e però d'un uomo non volgare, apparirà il più delle volte, superiore al comune; ma in fondo, egli resta sempre nella cerchia dell'idealità borghese. (Parte seconda, cap. IV, p. 234)
  • [...] il Rovetta è, soprattutto, un uomo di mondo, che ha tanta esperienza della vita, quanto, almeno, ne occorre per diffidarne o non prenderla troppo sul serio. Non è un feroce pessimista, anche se La realtà[4] finisce così tragicamente: l'evidente sproporzione fra causa ed effetto che è in essa, prova la non grande sincerità di una conclusione, più voluta per ragioni d'effetto teatrale, che sentita dall'autore. È uno scettico arguto, malizioso ed amaro, semplicemente: e però non predica, non moraleggia, non pensa, nemmeno lontanamente, che un opera qualsiasi di letteratura, o d'altro, possa mai riuscire efficace a correggere ed emendare i cattivi costumi, i difetti dell'umanità. (Parte seconda, cap. IV, pp. 259-260)
  • Tolto un mediocre romanzo e alcuni bellissimi racconti di vita teatrale, il Praga può dirsi abbia dedicata l'intera sua vita letteraria al teatro; ma essa non è stata, sfortunatamente, troppo feconda di opere, né, ancor più sfortunatamente, troppo felice. La critica, tranne che per le due commedie sunnominate[5], non gli diede mai il suo consenso pieno ed entusiastico; il pubblico glielo concesse soltanto per quelle impressionanti e meno artistiche, in grazia anche delle virtuosissime interpretazioni, fattene da attori come il Novelli e la Duse. Tuttavia, chi consideri l'intera produzione drammatica del Praga con serenità, deve a questo riconoscere un personalissimo vigore, che lo caratterizzano, differenziandolo da ogni altro commediografo, e lo fanno degno del massimo rispetto. (Parte seconda, cap. IV, pp. 267-268)
  • Quando si pensa all'intera opera drammatica del grande Norvegese [Henrik Ibsen], dalla prima commedia moderna, La commedia dell'amore (1862) all'ultimo dramma Quando noi morti ci destiamo (1900) si ha come un senso di sgomento: par di trovarsi dinanzi a una catena di montagne, le cui cime si perdano nell'alto, nel cielo fumigante di nubi. Lo spettacolo è terribile, ma suggestivo: ci fa tremare, ma c'inchioda lì, perché ammiriamo, senza stancarci mai, estatici... Veramente, prima ancora che l'analisi e lo studio profondo ce ne persuadano, noi sentiamo, dinanzi all'opera ibseniana, la presenza di un dio: lo spirito universale del genio. (Parte terza, cap. I, p. 301)
  • [Roberto Bracco] Questo scrittore che ama farsi fotografare sorridente, anzi, più spesso, ridente, e che, ad osservarlo superficialmente, potrebbe sembrare un gaudente spensierato; porta, e pudicamente nasconde nell'intimità del suo spirito, una serietà dolorosa, inconsolata e inconsolabile, di cui vano e stolto sarebbe ricercare la causa: egli è un pessimista che vede il mondo con l'occhio di Eraclito piangente, sì che esso gli appare naufragante in un mare di densissime nebbie. (Parte terza, cap. III, pp. 388-389)

Note[modifica]

  1. Ernesto Giacomo Parodi (1862 – 1923), scrittore, letterato e filologo italiano.
  2. Giovanni Battista Niccolini (1782 – 1861), drammaturgo italiano.
  3. Henry François Becque (1837 – 1899), drammaturgo francese.
  4. Dramma in tre atti di Rovetta.
  5. Le vergini (1889) e La moglie ideale (1890).

Bibliografia[modifica]

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