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Ettore De Ruggiero

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Ettore De Ruggiero (1839 – 1926), storico, filologo e docente italiano.

Conferenze archeologiche[modifica]

  • Il tempio greco coi suoi bassirilievi, colle sue statue, coi suoi gruppi, coi suoi dipinti murali, colle sue armi, coi suoi utensili sacri, coi suoi doni e ornamenti nei frontoni, nelle metopi, nel fregio, nel portico, nella cella è l'immagine più perfetta di questo sacro fascio delle arti. La poesia porge alla scultura e alla pittura il campo mitologico personificato e colla lirica il sentimento, colla epopea il carattere, colla drammatica l'azione, mentre essa stessa riceve da queste arti quell'elemento plastico che tanto la distingue dalle altre. La pittura porge alla scultura e all'architettura i suoi colori non solo per accrescerne lo splendore, ma per aggiungere chiarezza all'ornamento; e pittura e scultura colle loro opere ravvivano la monotonia delle linee architettoniche. (Conferenza prima, pp. 12-13)
  • Niun popolo al mondo ha avuto un sentimento sì forte, sì entusiastico per la bellezza, come l'ebbero i Greci. Un antichissimo canto, annoverando i principali desiderii che l'uomo debba avere, pone in cima quello di sortire dalla natura o di rendersi di belle forme. E Omero celebra Achille e Nereo come i più leggiadri fra i Greci che combattevano innanzi a Troia, eleva a cielo Callicrate come il più bello fra i combattenti contro Mardonio; Pausania consacra alla storia i nomi dei giovani vincitori nei giuochi Olimpici, a cui erano state elevate delle statue in premio della loro bellezza. Esser bello della persona è una qualità, che in Grecia vi dà il diritto di essere conosciuto dal popolo e di riceverne ogni sorta di riguardi. (Conferenza prima, p. 14)
  • Il vero ideale nell'arte è la creazione, il merito immortale di Fidia. Egli non solo imita la natura, ma crea nella natura stessa; le sue forme son quelle di un organismo perfetto, che non esiste tutto intero nella realtà, ma le cui leggi sono pertanto in lei. Egli vuole rappresentare l'idea, il tipo, il carattere di ciascuna divinità, come è concepita dalla più alta fantasia poetica e dal più vivo e puro sentimento religioso; vuole la grandezza, la nobiltà, la magnificenza, il sublime del concetto. E si rivolge al corpo umano, come al suo involucro, e trova quella idea manifestarsi in un lato, in una parte, con cui coordina, mette in armonia tutte le altre, però non quali sono nel fatto, ma quali potenzialmente esistono nelle leggi organiche. Così egli sta nella natura e nello stesso tempo la supera. (Conferenza prima, pp. 19-20)
  • La religione greca è essenzialmente una religione artistica; in fondo ad ogni divinità v'è il concetto che sta in fondo a quello dell'uomo e a quello della bellezza: l'armonia del contenuto spirituale con una forma sensibile. Come il Greco non sa pensare il naturale senza lo spirituale, la vita intellettiva senza forma corporale, così anche nella religione i suoi dei sono personalità corporee e ogni cosa della natura è ripiena d'una tale divinità. (Conferenza prima, p. 50)
  • Essi [gli dei dell'antica Grecia] sono legati al sonno, alla nutrizione e a tutti gli altri bisogni e alle altre condizioni della vita umana. i loro sensi sorpassano in forza quelli degli uomini, però essi restano sempre umani. La loro sapienza è profonda, vasta, immensa, ma pure non è l'onniscienza; la loro potenza oltrepassa i limiti dell'ordinario, ma non è l'onnipotenza. Certo la loro operosità è senza affanni, facile ed immediatamente efficace, nondimeno essi patiscono cordogli e mestizia. Essi hanno tutte le debolezze e i contrasti dell'animo umano, sono invidiosi, capricciosi, seduttori, litiganti, inconciliabili. (Conferenza prima, p. 51)
  • Quando l'estetica non farà più della metafisica e non discorrerà più di tipi intelligibili e di soprannaturale; quand'essa non considererà più come due cose distinte il concetto e la forma, e avrà proclamato come fatto positivo che la bellezza è eminentemente artistica e che sta appunto nell'opera d'arte in quanto identifica il pensiero e la forma, la sostanza e l'apparenza; allora s'intenderà forse meglio perché i Greci poterono creare un'arte perfetta, perché noi moderni non possiamo raggiungerla e che cosa ci spetta fare, sopra una diversa via, per tener dietro ad essi. (Conferenza seconda, p. 61)
  • La mitologia non comincia che coll'antropomorfismo, e questo prodotto del lento lavorìo della immaginazione e della coltura dello spirito greco non sorge o, per meglio dire, non si appalesa in tutta la sua bellezza poetica e artistica che colla poesia omerica e per conseguenza nell'epoca che da essa piglia il nome nella storia civile, come nell'artistica. La divinità allora soltanto è capace d'una storia, quando ha una vita, e questa, naturalmente, non è possibile, se non quando è modellata su quella dell'uomo. (Conferenza seconda, p. 65)
  • Se la coscienza religiosa del popolo ispirata nella natura e la sapienza dei sacerdoti aveano poste le prime basi del mito, lo sviluppo compiuto di questo fu opera quasi unica della immaginazione e del senso estetico dei poeti. Coi primi la divinità s'era fatta umana senza perdere la sua natura divina; coi secondi la divinità e l'uomo s'immedesimano, e quella assume tutta l'indole, gli affetti, le tendenze, i bisogni dell'uomo. (Conferenza seconda, p. 71)
  • Credono alcuni che il cattivo vezzo di restaurare ogni sorta di monumenti, i quali dall'antichità ci pervengono più o meno malconci, e vieppiù, che i cattivi e malintesi restauri sieno propri dei giorni nostri e dipendano da una ignoranza che essi addimandano barbara. Secondo costoro l'opera antica, sopratutto se artistica, bisogna che si conservi come cosa sacra, che si lasci stare com'ella è, e il porvi mano per accomodarla, per supplirla, per discoprirne la bellezza nascosa da tutto ciò che le si è aggiunto di poi, è in ogni caso ugualmente un recar offesa all'arte e alla scienza. (Conferenza terza, p. 130)

Sommario delle lezioni di archeologia[modifica]

  • Di Calamide quantunque non si sappia con certezza l'origine, pure per molte ragioni, che qui non è luogo di apportare, si ritiene generalmente che sia Ateniese. Egli produsse molte opere artistiche, come statue di divinità, eroine, fanciulli, quadrighe con cavalieri e corsieri. Quanto al materiale poi usò generalmente il marmo e il bronzo. Calamide fu un artista singolare per questo, che abbracciò tutta quanta la plastica, dalla più sottile e minuta cesellatura, fino alla formazione dei grandi colossi. E nell'uno come nell'altro genere lavorò sempre in bronzo, marmo, oro, argento ed avorio: fece statue e gruppi, bassirilievi e doni votivi, ma più d'ogni altra cosa fu felice specialmente nel rappresentare donne, fanciulli ed atleti. (p. 371)
  • [Calamide] Egli è il primo a rappresentare i cavalli e gli altri animali, ma specialmente dei primi Plinio ci dice che erano sempre sine aemulo expressi. Ma Calamide fu valente non pure nel rappresentare i cavalli e gli altri animali, ma eziandio le figure umane e Plinio medesimo parlando dell' Alcmene, uno dei più belli lavori suoi, scrive che niuno l'aveva rappresentata più nobilmente. Così pure Luciano ragionando di alcune statue donnesche, loda l'aria modesta la bellezza dei piedi ed in generale tutte le forme delle statue di Calamide. (p. 371)
  • [Calamide] [...] non si può negare che egli sia il primo che mette nelle figure una espressione ed un movimento; la severità della sua statua si combina perfettamente colla pudicizia e col decoro, che sono i caratteri principali del suo stile, che stava tra il puro arcaico ed il nuovo. (p. 371)
  • L'ideale di Mirone è limitato; esso non vuole l'individuale con tutte le sue varietà, ma il generale della vita, cioè le situazioni generali come si sviluppano sotto certe date condizioni. [...].
    Vi sono due tendenze, quella di generalizzare l'individuo e questa fu di Mirone e della sua scuola, e l'altra di individualizzare ancora più le divinità, e questa fu di Fidia e della sua scuola. (p. 400)
  • Che avrebbe fatto Fidia in un piccolo ed oscuro Stato? Senza grandi mezzi, senza che quello fosse stato protettore di artisti, egli non avrebbe avuta l'occasione di concepire e di fare grandi opere. Il sublime nasceva in lui dalla grandezza dei concetti e questa grandezza nasceva anche dai mezzi e dallo scopo che aveva. (p. 401)

Bibliografia[modifica]

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