Francesco D'Agostino

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Francesco D'Agostino (1946 – vivente), giurista italiano.

  • Come definire la sua vita [di Eluana Englaro]? Qualificarla come "tragica" è dir poco. Qualificarla come "artificiale" è insultante per la medicina, che con mille preziosissimi "artifici" aiuta tanti malati a sopravvivere. La si può qualificare come carente di dignità? Può farlo solo chi sostenga che la dignità non sia "intrinseca" alla vita umana, ma sia una sorta di qualità che si possa acquisire e si possa perdere (e magari vendere o comprare). (da Una "sentenza" di morte dai giudici. Ma si può? in Avvenire dell'11 luglio 2008)
  • Diciamolo francamente: non ci sono esigenze sociali tali da giustificare una legge sulle coppie di fatto. [...] le convivenze omosessuali tra maggiorenni pur essendo assolutamente lecite, non hanno rilievo pubblico, perché non esiste un autentico interesse della società a tutelare queste unioni, in quanto costitutivamente sterili. (dall'intervista di Francesco Riccardi, «Coppie di fatto, non c'è l'esigenza di una legge», è famiglia, 5 gennaio 2006)
  • È più facile [...] dimostrare che gradi differenti tra le qualità qualità possedute dagli individui determino diversi gradi di dignità. Il riconoscimento della pari dignità, invece, si è reso possibile in virtù della concezione cristiana della fraternità, del tutto assente dall'islam. Ovvero: tutti gli uomini sono uguali perché fratelli. E sono fratelli perché hanno un Padre comune. Sta di fatto che, secoli addietro, anche l'Islam riuscì a produrre una notevole civiltà giuridica. (dall'intervista di Palo Nessi, D'Agostino: il problema dell’islam? Non conosce la fraternità cristiana, ilsussidiario.net, 22 agosto 2012)
  • I radicali hanno creato a partire dalla figura di Piergiorgio Welby una risonanza mediatica che va al di là dell’evento in sé, perché hanno collegato l’evento Welby all’evento Eluana Englaro che aveva invece una natura completamente diversa [...] L'evento Welby è stato uno straordinario evento mediatico mentre è stato – espressione forte la mia, ne sono consapevole – un modesto evento bioetico. (citato in D’Agostino: si usa il caso Welby per "imporre" la morte assistita, ilsussidiario.net', 21 dicembre 2011)
  • Il concetto di autodeterminazione è ambiguo perché ha un enorme e giusto rilievo in ambito politico (pensiamo al voto), ma quando viene portato in bioetica corre il rischio di essere stravolto. In bioetica non sono in gioco interessi politico-economici, ma il bene della vita, che non sempre è percepibile in maniera lucida e razionale dalla persona. Le persone malate e in fin di vita difficilmente possono esercitare una serena autodeterminazione, senza mettere in conto il fenomeno della solitudine e delle difficoltà economiche. Pretendere che la stella polare sia l'autodeterminazione è una pretesa ingenua, illuministica e astratta. (dall'intervista RU486: ecco perchè tocca alla politica fermare l’aborto a domicilio, ilsussidiario.net', 25 novembre 2009.
  • [...] la diagnosi preimpianto, comunque la si pratichi, è un'apertura all'eugenetica. [...] Dal punto di vista bioetico, l’aspetto problematico della diagnosi prenatale riguarda solo i casi in cui questa è finalizzata all'interruzione di gravidanza. Nella ricca casistica che si dà in materia, non è detto che sia sempre così. Con la diagnosi prenatale si acquisisce un’informazione e ciò di per sé non è immorale. Ciò che è immorale è l'eventuale uso che si può fare delle conoscenze acquisite. [Intervistatore: In che senso?] Si può anche sostenere, come ritengono alcuni bioeticisti, che l'acquisizione di queste conoscenze possa servire alla terapia prenatale delle patologie dell'embrione. (dall'intervista di Pietro Vernizzi, D’Agostino: con la diagnosi preimpianto la Germania "torna" all’eugenetica, ilsussidiario.net, 6 febbraio 2013)
  • Non c'è dubbio sul fatto che il Parlamento non ha legiferato in materia, ma non è nemmeno dubbio che non c'è alcuna lacuna nel nostro ordinamento giuridico che renda indispensabile emanare una legge. Attualmente il nostro ordinamento giuridico è regolato da quello che comunemente si chiama principio di garanzia, in base al quale i medici devono sempre operare nella presunzione che il malato voglia essere curato e che il malato voglia che la sua vita sia salvaguardata. Se la Cassazione avesse interpretato l’ordinamento vigente dando il dovuto peso al principio di garanzia, avrebbe dovuto respingere l'istanza del signor Englaro, e dire che fino al momento in cui non fosse diagnosticata la morte di Eluana, sia con criteri cardiaci sia con criteri di morte cerebrale totale, Eluana come cittadina italiana e come essere umano titolare del diritto costituzionale alla salute mantiene il diritto di essere accudita e di essere tenuta in vita. (dall'intervista D’Agostino: sul testamento biologico ora bisogna intervenire, ilsussidiario.net, 28 luglio 2008)
  • Non voglio dare naturalmente giudizi sulla persona né sulla modalità della sua morte, io giudico l'evento. Il caso Welby è in sintesi il caso di un soggetto che, pienamente consapevole di intendere e di volere, ha rinunciato alle terapie e a terapie salva vita che erano praticamente conseguenti all'uso dei macchinari per la respirazione artificiale. La rinuncia alle terapie da parte di persone capaci di intendere e di volere è naturalmente un evento molto raro, ma è anche un evento assolutamente legittimo, che ha anche un fondamento costituzionale perché la Costituzione proibisce ogni tipo di terapia coercitiva. (dall'intervista D'Agostino: si usa il caso Welby per "imporre" la morte assistita, ilsussidiario.net, 28 luglio 2008)
  • Quando si progetta una nuova legge bisogna innanzitutto individuare quali siano le esigenze sociali concrete che la norma dovrebbe promuovere o regolamentare. Nel caso delle coppie di fatto ho la netta impressione che ci siano esclusivamente esigenze di legittimazione simbolica e nessuna esigenza sociale reale e concreta da tutelare. Sono esigenze così marginali e limitate, che potrebbero essere tranquillamente risolte addirittura senza ricorrere allo strumento della legge, ma con una normativa di tipo amministrativo. (dall'intervista di Francesco Ricciardi, Avvenire, 5 gennaio 2006. Citato in «Coppie di fatto, non c'è l'esigenza di una legge», scuoladiculturacattolica.org)

Bioetica e laicità

di Vittorio V. Alberti, Sintesi Dialettica, Roma, 9 giugno 2010.

  • La distinzione tra bioetica "cattolica" e bioetica "laica" è molto discutibile e andrebbe propriamente tradotta nella distinzione tra una bioetica "oggettivistica", che considera la vita alla stregua di un bene umano universale ed oggettivo e una bioetica “soggettivistica”, che, negando l’esistenza di un tale bene, riduce tutte le scelte che concernono la vita alle risultanze dell’espressione di mere preferenze individuali.
  • La dottrina della legge naturale è il principale fondamento della democrazia: se è vero che tutti gli uomini hanno "per natura" la medesima dignità e possiedono "per natura" gli stessi diritti fondamentali, ne segue che sono "per natura" eguali tra loro: l'eguaglianza sta alla base della democrazia (così come la diseguaglianza alla base dei sistemi oligarchici di tutti i tipi).
  • In Italia il pluralismo è pensato in genere in modo fallace: non come la corretta giustificazione delle innumerevoli, diverse e legittime modalità di orientarsi verso il bene, ma come la legittimazione dell'arbitrio soggettivo e dell’esclusione delle questioni etiche dal dibattito pubblico. Esempio paradigmatico quello dell'aborto, che viene propagandato come un diritto insindacabile della donna, nascondendone la tragica sostanza etica, quella della soppressione intenzionale (e tranne in rari casi debolmente giustificata) della vita nascente.
  • Io ritengo che una saggia legislazione debba assumere come criterio generale di operatività quello del rispetto e della precauzione, per evitare che ci si inoltri ulteriormente in quella burocratizzazione dell'esistenza, che è uno degli aspetti più inquietanti della modernità. In altre parole, non ritengo che si possa parlare di diritti della persona, né per l’aborto, né per l’eutanasia, né per il testamento biologico, ma (a volte) di situazioni di grande tragicità, che la legge per sua natura non dovrebbe regolare, perché essa esiste per le situazioni ordinarie, non per quelle eccezionali. Come ha scritto un grande giurista americano, hard cases make bad laws. Sembra però che pochi, oggi, percepiscano quanto sagge siano queste parole.

D'Agostino: «Sul referendum triste spettacolo dei costituzionalisti»

di Errico Novi, Il Dubbio, 26 novembre 2016.

  • Provo angoscia nel vedere i presidenti emeriti della Consulta dividersi in fazioni contrapposte. E sulle adozioni temo che si arrivi in fretta a una legalizzazione discriminata.
  • I nostri codici civile e penale sono fatti male. Soprattutto, sono stati rifatti male. Si sono stratificate nuove norme ma non si è intervenuti sulla struttura normativa generale. Avverto con disagio che la nostra tradizione giuridica si riduca ormai a patrimonio del passato: non siamo in grado di riadattare la giustizia civile e penale alle esigenze di una società complessa. E non lo siamo perché, appunto, la capacità dottrinale dei nostri giuristi non è più all'altezza della nostra fama.
  • Se si abbassa la qualità dei giuristi non si riesce più a orientare il Parlamento, la produzione legislativa diventa mediocre, continuiamo ad avere norme che contraddicono quelle già esistenti.
  • Se il cittadino vede che la Corte costituzionale si contraddice e si divide in fazioni, neppure le sentenze di quella Corte avranno autorevolezza. È un tarlo che destruttura la credibilità di un organo costituzionale decisivo.
  • [Il Papa ha chiesto clemenza per i detenuti. Lei sarebbe favorevole a un'amnistia o a un indulto?] Credo che le soglie richieste rendano ormai impraticabili questi istituti, ma credo anche che questo sia un bene. Si era arrivati a concedere amnistie con eccessiva frequenza, e anche il messaggio del Santo Padre va letto in chiave pastorale, non politica, e soprattutto alla luce del Vangelo. Cristo si oppone alla lapidazione di quella singola adultera, non propone di abrogare l'adulterio come reato. E per un cristiano la clemenza è sempre rivolta alla singola persona. Il provvedimento di cui beneficiano tutti in modo indifferenziato è pericoloso. Ed è anche lontano dalla visione cristiana.

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