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Francesco Proto

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Francesco Marzio Proto Carafa Pallavicino (1815 – 1892), poeta e politico italiano.

In Epigrammi del marchese di Caccavone e del Duca di Maddaloni, a cura di Giuseppe Porcaro

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  • Ai ladri urlai ed agli amanti tacqui: | così a Messere ed a Madonna piacqui. (Sulla tomba di un cane, p. 67)
  • Al vescovo di Lecce, presentando | i suoi tre figli, donna Rosa Bando | diceva: – Il primo, che ha talento assai, | se Dio vuole, sarà grande avvocato; | il secondo ne ha men, ma non fa niente, | farà il medico, e avrà sempre quattrini; | il terzo, ch'è un po' scemo veramente, | sarà prete, e chi sa non sia mitrato! – | Ma con bel garbo allora Monsignore, | appena ebbe squadrato quei piccini, | disse: – Sentite a me, | voi fateli far preti tutti e tre. – (Carriere, p. 68)
  • Ai popolari e blandi | suoni de le tue corde | s'apron le catapecchie | de l'arte, e invan li spandi | per le dorate, vecchie | aule dei grandi e sorde: | Oh, le orecchie dei grandi | Spesso sono grandi orecchie. (In difesa di P. P. Parzanese, p. 69)
  • Eran quindici quelli che intendevano | ai tempi del Murat e dei Borboni, | e trentasette poi sottintendevano; | gli altri nulla intendevano. | Ma la barca, frattanto, camminava | come la provvidenza la menava. | Oggi che intendon tutti, Iddio ci aiuti, | siamo belli e fottuti. (Confronti politici, pp. 73-74)
  • Fa sì freddo, e il Magliani | non ha guanti alle mani? ... | Ma, (il sa ognuno a oltranza) | il ministro che regge la Finanza, | tempo buono o burrasche, | le mani ha sempre nelle nostre tasche. (Per il ministro Agostino Magliani, p. 77)
  • Un tale, che pretendesi | sempre bene informato, | dice che fra le «croci» | sia pure chi ha rubato. | Ebben, che meraviglia | che, fra le croci buone, | debba trovarsi pure | quella del mal ladrone? (Croci di Cavalieri, p. 75)
  • Il gran legislator babbo Mosè | della Legge le tavole ci diè. | Ma i nostri bei legislator che fanno?... | La legge delle tavole ci danno. (Banchetti Politici, p. 85)
  • Un ladruncolo ieri iva in prigione, | ed io chiedendo a lui per qual ragione | «Si sa» — mi rispondea — «solito gioco: | ci vo' perché ho rubato troppo poco». (Un ladruncolo, p. 89[1])

Citazioni su Francesco Proto

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  • Due mesi prima, in un buon giorno di sole, il povero vecchio uscì da quella camera per rivedere ancora una volta il suo studiolo, ove, finalmente, era riescito a porre in assetto i suoi libri e ad ordinare le sue carte. Ve lo ritrovai, quel giorno, sprofondato in una poltrona, presso all'aperta finestra. Un mormorìo confuso saliva, da lontano, alla pace de' balconi fioriti, alla gran pace silenziosa del Palazzo Cellammare: egli ascoltava – con la bocca schiusa, col corpo lievemente proteso, con le mani spiegate su' bracciuoli della poltrona – la voce della città, quella voce alla quale s'eran dianzi mescolati i suoi caratteristici urli di meraviglia, le sue schiette e romorose risate, i suoi scoppî approbativi che mettevano in curiosità e in subitaneo stupore i marciapiedi di Chiaia e di Toledo.
    Ascoltava, ascoltava, estatico: s'abbeverava avidamente di quel soffio di vita e un tremor nervoso lo pervadeva tutto. Solo: or egli era solo, là dentro, egli che era stato tanto con ogni cosa viva e con tutti. E, pian piano, il suo povero corpo s'abbandonò, le mani scivolarono su pe' bracciuoli, la testa reclinò, triste, sul petto.
    – Duca?
    – Oh... figlio. .. buon giorno...
    – Come state?
    Egli sorrise. E disse, piano, nel silenzio, mentre pur i romori esterni parevano sopiti, disse, napoletanamente:
    Nun vide? Sto murenno...[2] (Salvatore Di Giacomo)
  • Egli aveva detto in casa, nel caffè, nel salotto, a teatro, fin nella bottega del parrucchiere, ove i garzoni ammirati afferravan rime a volo, quel che nemmanco le gazzette avevano osato stampare: di questi ultimi tempi, in cui son precipitati a Napoli uomini e molte cose, giudizi tenuti dagli spettatori paurosamente chiusi nell'animo, il vecchio duca aveva espressi con alta e affilata parola: in verità egli ci pareva un Baretti novello che menasse attorno la sua frusta schioccante e, senza alcun odio, ma pur senza misericordia alcuna, ne andasse attorno verberando amici e nemici. (Salvatore Di Giacomo)

Bibliografia

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  • Epigrammi del marchese di Caccavone e del Duca di Maddaloni, a cura di Giuseppe Porcaro, Arturo Berisio Editore, Napoli, 1968.

Note

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  1. Epigramma citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 166.
  2. Non vedi? Sto morendo...

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